Rosh ha Shanà 5781: con il capodanno ebraico parte il nuovo anno ricco di sfide per Israele

Ugo Volli
Ugo Volli
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Debunking, Ebraismo, Israele

Rosh ha Shanà 5781: con il capodanno ebraico parte il nuovo anno ricco di sfide per Israele

Debunking, Ebraismo, Israele
Ugo Volli
Ugo Volli

Questo Sabato e Domenica il popolo ebraico celebrerà Rosh Ha Shanà, il capodanno (o meglio la prima delle quattro date che la tradizione ebraica considera iniziali, con il capodanno degli alberi, quello della liberazione del popolo all’inizio del “primo dei mesi” in cui cade Pesach, la Pasqua ebraica; e quello delle primizie a Shavuot o Pentecoste). Ma il capodanno per antonomasia è proprio questo autunnale, in cui finisce la lunga estate della Terra di Israele, parte un nuovo ciclo agricolo ed è insomma il momento per trarre le somme di quel che è successo e prepararsi al meglio per il futuro. Tant’è vero che in Rosh Ha Shanà coesiste un aspetto festivo (con una cena tradizionale in cui si mangiano cibi di buon augurio e si esprimono speranze per l’anno nuovo), e un aspetto penitenziale, per cui questa data segna l’inizio dei dieci “giorni temibili” in cui ciascun ebreo e il popolo collettivamente sono chiamati a meditare sugli errori fatti, a chiedere scusa per le offese, a volgersi verso il pentimento e il ritorno al giusto comportamento.

Questo è dunque anche il momento di fare un bilancio politico e di cercare di formulare qualche previsione e qualche augurio per il futuro, almeno per quanto riguarda Israele. Gli eventi principali dell’ultimo anno si possono sintetizzare in quattro filoni. Il primo da citare riguarda purtroppo la pandemia scoppiata a Febbraio. Israele ha retto molto bene alla prima ondata del contagio, anche grazie alla tempestiva chiusura dei viaggi e alla vigilanza elettronica dei contagi. Purtroppo poi l’epidemia ha avuto una seconda fase di forte diffusione, ancora in corso. Complessivamente Israele ha subito quattro volte più contagi in rapporto alla popolazione dell’Italia (17 per mille contro i 4 dell’Italia), ma sei volte meno morti (0,1 per mille contro quasi 0,6. I dati si possono vedere qui). Questi numeri sono un segno della forte efficienza della sanità israeliana, ma le preoccupazioni dei responsabili sono abbastanza gravi da aver imposto una nuova chiusura del paese nelle prossime settimane. E’ difficile fare previsioni su questo tema, possiamo solo sperare che l’epidemia sia sconfitta il primo possibile.

Il secondo tema è quello della politica interna. Dopo il fallimento delle elezioni di Aprile e Settembre dell’anno scorso vi è stato un terzo scrutinio il 2 Marzo 2020, che come i precedenti non ha dato alla sinistra, anche alleata con i partiti antisionisti arabi, la maggioranza per sostituire Netanyahu come progettava. Quando gli israeliani pensavano di essere avviati a un quarto turno elettorale, il leader degli anti-Bibi Gantz ha rotto il suo partito per costituire il 17 Maggio un governo di unità nazionale con Netanyahu, accettando di essere il suo successore designato a partire da ottobre 2021. La conflittualità in questa maggioranza però non è affatto cessata, perché, al di là dell’ostilità più o meno sepolta per Netanyahu, i Bianco-Blu hanno posizioni effettivamente assai diverse dal Likud. Non è detto che alla turnazione dei primi ministri si arrivi mai, anche perché i sondaggi dicono che nel paese si è consolidata ulteriormente una maggioranza di destra che sarebbe tradita da un governo guidato da Gantz e Ashkenazi. E’ dunque prevedibile una nuova crisi politica a Dicembre, quando bisognerà approvare il bilancio e Netanyahu avrà l’ultima occasione per arrivare a nuove elezioni sotto la sua guida.

Un sotto-filone importante della politica interna è quello della tensione fra apparato giudiziario e poliziesco e sistema parlamentare. Sullo sfondo di tutta la politica israeliana c’è il processo contro Netanyahu, la cui fase dibattimentale inizia a Gennaio. Ma ci sono state alcune sentenze e ordinanze della Corte Suprema in diretta contraddizione con le scelte parlamentari e le decisioni governative, che hanno suscitato forti polemiche, per esempio quella che in mezzo alle trattative per l’unità nazionale ha costretto il presidente della Knesset a mettere in elezione la sua carica prima della formazione del governo, stabilendo un vantaggio per la sinistra, contro una prassi che dura dalla fondazione dello stato; o le altre in materia di diritti di proprietà e di edificazione in Giudea e Samaria, materia incandescente. Insomma, è emerso con grande chiarezza che la Corte Suprema conduce una sua politica, senza sentirsi legata alla sovranità popolare o alle leggi emesse dalla Knesset (che anzi, senza nessuna base legislativa, da un paio di decenni si è arrogata il potere di annullare). E sono emersi alcuni casi molto preoccupanti di collusione fra funzionari di polizia e dell’apparato giudiziario per manipolare le inchieste, comprese quelle delicatissime su Netanyahu. E’ probabile che su questo punto Netanyahu possa decidersi a proporre alla Knesset una legge costituzionale che assicurino la prevalenza delle decisioni del parlamento, per esempio la possibilità di restaurare disposizioni annullate dalla Corte Suprema e che su questo si apra uno scontro con Gantz. Ed è proprio su questo punto che potrebbe cadere il governo.

Finiti i temi preoccupanti, bisogna rendere conto delle grandi vittorie di Israele sul fronte militare e diplomatico della politica estera. Si può partire dall’ultimo grande successo diplomatico: la normalizzazione delle relazioni diplomatiche, economiche e culturali con gli Emirati Arabi e il Bahrein è stata appena sancita ufficialmente ed è probabile che nuovi stati presto si uniranno. E’ una rottura importante del secolare assedio arabo a Israele, la cui importanza non può essere sottovalutata. Salta il presupposto esplicito della politica seguita da tutto il mondo, incluso Israele, nell’ultimo mezzo secolo, e cioè che la pace si può fare solo a partire dai “palestinesi” e col loro accordo. Trump e Netanyahu hanno mostrato che c’è un’altra strada, basata sull’accettazione di Israele nella regione da parte dei suoi vicini, che può portare vantaggi economici e militari a tutti e in prospettiva preparare la pace anche coi palestinesi. Si spiazza così il potere di veto ostinatamente opposto dalla dirigenza dell’Autorità Palestinese a ogni trattativa di pace; ma anche la posizione di ciò che in Israele si chiamava “campo della pace” e che oggi si rivela per un gruppo conservatore alleato alla sinistra internazionale. L’assenza di proteste di piazza nei paesi arabi ha dimostrato che la mossa era matura e che è possibile che cada l’odio seminato da decenni. Per ottenere questo risultato Israele ha dovuto mettere fra parentesi la dichiarazione di sovranità su parti della Giudea e Samaria, di cui si era molto discusso. Anche questa mossa era largamente simbolica, non avrebbe cambiato nulla sul terreno; prima o poi andrà compiuta, ma probabilmente dopo che si saranno consolidati nei fatti i rapporti appena emersi. Non possiamo attenderla per l’anno che si apre.

Per ora si può prevedere (e sperare) che si sviluppi il cambiamento del panorama geopolitico della regione, con uno schieramento diplomatico, economico e politico che raggruppi i paesi arabi sunniti e Israele, una sorta di Nato del Medio Oriente che contrasti i paesi revanscisti e sovversivi, cioè l’Iran e la Turchia e i loro satelliti. Questo schieramento già si vede in azione nel Mediterraneo Orientale in appoggio alla Grecia minacciata da Erdogan e sostanzialmente abbandonata dall’Unione Europea (ancora una volta schierata dalla parte sbagliata o assente). Tutto ciò deriva, oltre che dalla tela diplomatica pazientemente tessuta da Netanyahu e dal coraggio innovativo di Trump, dalla forza militare israeliana, che da anni ormai conduce un guerra di attrito contro l’espansione iraniana in Siria e non si fa intimidire né dalla presenza russa, né dalle minacce terroristiche di Hamas, Hezbollah, Fatah. Senza i bombardamenti delle basi iraniane da parte dell’aviazione israeliana sfidando le armi dell’Iran e quelle russe della Siria, senza l’eliminazione americana di Soleimani appoggiata da Israele, senza Iron Dome, non vi sarebbe stato questo accordo che fa sperare nella pace. Sul piano interno, progressi dell’esercito israeliano hanno minimizzato l’arma terrorista dei tunnel e dei missili, è pensabile che stiano cominciando a bloccare la minaccia dei palloni esplosivi di Hamas, insomma lasciano ai terroristi spazio solo per attacchi individuali, orribili, sanguinoso, ma privi di impatto strategico. Anche su questi piano è prevedibile che i progressi continueranno.

Riassumendo, la posizione israeliana nell’anno che si conclude è migliorata negli ambiti fondamentali della diplomazia e della difesa. L’economia è stata ferita dal Covid, ma meno del resto del mondo; è ragionevole pensare che essa possa rapidamente riprendersi alla fine dell’epidemia. I rischi vengono da una politica interna molto nevrotizzata, personalizzata, spesso molto miope; e dalle invasioni di campo nella politica del sistema giudiziario e della polizia. Sono anomalie israeliane che in parte derivano da meriti del sistema, dalla sua capacità di rappresentare le tante minoranze di cui è fatto il paese e dal suo amore per la giustizia e la moralità. La speranza (questa volta solo una speranza, non una previsione) è che anche questa tensione interna si allenti, che torni la fisiologia della divisione dei poteri e della collaborazione fra le forze politiche sui temi fondamentali.

Noi dalla diaspora non possiamo che ribadire per l’anno prossimo il nostro totale appoggio a Israele, che non è solo amore incondizionata, ma anche stima ragionata per una politica che ha permesso al piccolo stato ebraico di superare tanti ostacoli e difficoltà. L’augurio è dunque di un anno 5781 buono e dolce per i nostri lettori, per gli ebrei italiani e di tutto il mondo, per Israele e per tutta l’umanità.

Shanà Tovà!

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