Le due sfide per il nuovo governo israeliano

Nucleare Iran e annessione Giudea e Samaria: come si comporterà il governo di Gerusalemme?

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente

Le due sfide per il nuovo governo israeliano

Nucleare Iran e annessione Giudea e Samaria: come si comporterà il governo di Gerusalemme?

Israele, Medio Oriente
Ugo Volli
Ugo Volli

Superati gli ostacoli per la costituzione di un nuovo governo, che non piace molto a nessuno e dovrà imparare a lavorare in condominio, il che non sarà facile, le questioni importanti restano aperte. Non tanto la crisi del coronavirus, che Netanyahu ha affrontato con energia e sicurezza, ottenendo un ottimo risultato; e neppure quella della ripresa economica, che certamente è alla portata del paese. I temi veri e i più controversi riguardano la politica di sicurezza e in particolare due problemi.

Il più pericoloso riguarda l’Iran: che fare se, come sembra, la politica di armamento nucleare del regime degli ayatollah prosegue e accelera, come sembra stia facendo? Israele riesce a contenere l’imperialismo iraniano perché può sfruttare la sua superiorità tecnologica, soprattutto nel campo aereo. La campagna di costruzione di avamposti militari in Siria e in Libano e il loro armamento missilistico è stata finora sconfitta per il fatto che l’aviazione israeliana riesce a operare senza problemi su questi paesi, non si sa se con il consenso dei russi, o superando le loro difese antiaeree – probabilmente una via di mezzo. I danni all’Iran sono stati ingentissimi, con molte centinaia di morti e la distruzione di armi e infrastrutture preziosissime. Questo fa pensare che Israele potrebbe colpire anche i suoi centri nucleari. Ma solo fino a che l’Iran non disponesse dell’arma atomica e dei vettori per farla arrivare in Israele. Quando l’armamento fosse realizzato, anche solo con poche bombe, il vantaggio strategico di Israele si dissolverebbe, perché l’Iran avrebbe una possibilità di deterrenza. E in termini di forze convenzionali un paese di 9 milioni di abitanti non potrà facilmente resistere a uno di 80 (più 17 della Siria, 38 dell’Iraq, 7 del Libano). Dunque Israele dovrà attaccare prima, soprattutto se negli Usa dovessero prevalere i democratici sostenitori dell’appeasment con gli ayatollah. Netanyahu l’ha fatto capire qualche volta. Ma Gantz, nuovo socio di governo, è uno dei comandanti militari (c’era anche il suo vice Askenazi) che una dozzina di anni fa minacciarono l’insubordinazione per impedire il bombardamento delle istallazioni nucleari dell’Iran. Su questo tema il contratto di governo non dice niente e non vi sono state prese di posizioni pubbliche, ma è prevedibile uno scontro che rischia di paralizzare il governo.

L’altro tema è ancora più pressante. Trump ha fatto sapere a Israele che è disposto ad avallare l’annessione allo Stato ebraico di alcuni spazi strategici in Giudea e Samaria, che oggi hanno lo statuto giuridico di territori contesi, ma sono rivendicati dall’Autorità Palestinese con il consenso di buona parte dell’Unione Europea e dei democratici americani. Si tratta dei cosiddetti “blocchi” dove abita circa mezzo milione di israeliani, che presidiano strategicamente Gerusalemme e la pianura costiera, cioè il cuore di Israele e della Valle del Giordano, essenziale per il controllo di infiltrazioni terroriste o militari da oriente. Israele in cambio di questo vantaggio molto concreto, che aumenterebbe notevolmente la sicurezza del paese e di molti suoi abitanti, dovrebbe acconsentire in linea di principio al Piano Trump, e cioè a uno stato palestinese demilitarizzato e ad alcuni aggiustamenti territoriali di compensazione – termini però puramente teorici, essendo chiaro che la controparte dell’autorità palestinese non è disposta neppure a discuterne. E’ un’occasione storica per risolvere con approvazione americana il problema gravissimo dello status dei suoi insediamenti in Giudea e Samaria, avendo un presidente amico alla Casa Bianca e rapporti molto buoni con il mondo sunnita (e non per una generica buona volontà, che potrebbe non reggere alla propaganda palestinista ma per la comune avversione per l’imperialismo iraniano, che per l’Arabia, i Paesi del Golfo e l’Egitto è un pericolo mortale). In cambio il palestinismo, sia nella versione di Ramallah che di quello di Gaza sembra in crisi profonda, incapace di mobilitare non solo la “piazza araba”, ma anche la sua stessa popolazione.

Insomma è una questione da risolvere nei prossimi due o tre mesi. Anche qui c’è un conflitto, perché Gantz e Askenazi hanno fatto rimarcare la loro contrarietà. Ma nel contratto di governo si sono impegnati a non opporre un veto e a lasciar libero Netanyahu su questo punto e alla Knesset c’è una netta maggioranza favorevole all’annessione. Riuscirà Netanyahu ad assicurare al paese questa vittoria? Forse il prezzo esorbitante che ha pagato a Gantz e all’apparato politico-burocratico che cerca di distruggerlo è stato accettato da Netanyahu non solo per rinviare un po’ la persecuzione giudiziaria cui è sottoposto, ma per raggiungere questo risultato storico, che le quarte elezioni non avrebbero consentito (perché gli sarebbe stato impedito da Mandelbit, il procuratore generale che gli fa guerra anche usando una pretesa incapacità del governo in proroga di prendere decisioni politiche impegnative, che non sta scritto in nessuna legge, ma fa parte dei quell’uso creativo della legalità cui purtroppo ci ha abituato negli ultimi anni).

Insomma la partita vera oggi è questa: vedremo molto rapidamente se la macchina molto estesa del nuovo governo bicipite, con tutti i suoi veti e contrappesi, sarà in grado di realizzare un risultato che cambierebbe in maniera molto importante i fatti sul terreno del secolare conflitto arabo-israeliano.

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