Il terrorismo islamico e le domande che l’Europa non si fa

Ugo Volli
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Terrorismo

Il terrorismo islamico e le domande che l’Europa non si fa

Terrorismo
Ugo Volli
Ugo Volli

Ci siamo ormai così abituati al terrorismo islamico che tendiamo a non chiedercene più le cause, a prenderlo come un danno che capita a qualcuno senza ragione specifica, come fosse un ciclone o un terremoto. O al massimo ad attribuirvi delle ragioni molto generali, come l’eredità del colonialismo o “le colpe dell’Occidente”. E’ accaduto di nuovo con gli attentati di Nizza, Lione, Vienna delle scorse settimane. Un po’ di emozione, un po’ di commozione, “siamo tutti…” – e un rapido oblio. Si è pensato che in qualche modo c’entrasse la ripubblicazione delle vignette di “Charlie Hebdo” su Maometto, si è accettata la spiegazione di una “provocazione” al mondo islamico, e di conseguenza non ci si è posto il problema se una “bestemmia” potesse giustificare una strage, ma quello dei “limiti della libertà di espressione” (che è sotto attacco anche in Occidente, per via della “cancel culture” e del “politically correct”).

Ma anche ammesso che i cristiani abbiano diritto a uccidere chi ironizzi sulla verginità di Maria, o i buddisti su chi insinui che Siddartha fosse un po’ pigro, “Charlie Hebdo” si pubblica a Parigi, non a Nizza o a Lione o peggio a Vienna. E il giornale satirico esprime una cultura anticlericale e anarcoide che non ha nulla a che fare con luoghi come la cattedrale di Nizza, la Chiesa ortodossa di Lione, la sinagoga di Vienna, le quali esprimono fra l’altro culture religiose assai diverse fra loro. Che c’entravano il prete greco di Lione, la donna immigrata e il vecchio sacrestano di Nizza, i passanti di Vienna con le vignette? E perché in replica alle vignette contro Maometto, il regime iraniano ha indetto un nuovo concorso di disegni negazionisti della Shoah, e perché in Africa occidentale come in Pakistan si è riacutizzata la caccia ai cristiani? Perché i “lupi grigi” (il gruppo terrorista turco cui apparteneva anche Ali Agca, l’attentatore di Papa Woitila) hanno usato questa occasione per tentare un pogrom contro gli Armeni, vicino a Lione? Perché Erdogan (ma anche i manifestanti palestinisti sul Monte del Tempio a Gerusalemme) se l’è presa con Macron, che aveva solo condannato gli attentati e definito molto modestamente “separatista” la cultura che li ha generati?

Sono domande che in Europa non si fanno più, che le forze politiche e intellettuali “progressiste” non si sono forse mai fatte. Come non ci si chiede perché i palestinisti, quando ne hanno la possibilità, ammazzano bambini, vecchi, ragazze, insomma ogni ebreo che capiti loro a tiro, e perché questi crimini siano esaltati, premiati e stipendiati dall’Autorità Palestinese. La risposta però è molto semplice, ben nota e chi non è affetto da “correttezza politica” ha spesso cercato di farla presente: dopo un iniziale tentativo di Maometto di convincere con le buone chi non credeva nella sua profezia, come i clan della Mecca e anche gli ebrei, egli ha plasmato la tradizione islamica nella guerra vittoriosa contro questi “infedeli” (e i cristiani che presto vi si sono aggiunti e poi tutti gli altri; ogni distinzione fra loro è solo superficiale; le categorie sono grossolanamente collettive e ciascuna persona risponde delle “colpe” di tutti i suoi simili). Combattere contro gli infedeli è per questa tradizione la suprema virtù; ucciderli, impadronirsi dei loro beni e usare le loro mogli e figlie come schiave sessuali è un diritto; la vita più santa è quella del guerriero per la fede, non del mistico, del sapiente o del benefattore; chi muore nelle guerre di conquista religiosa finisce direttamente in un paradiso molto materiale, pieno di godimenti assai terreni ma infiniti; il mondo si divide nella terra della pace, che è quella già islamizzata e in quella della guerra, dove ancora vivono gli infedeli che devono essere abbattuti.

Si dice spesso che anche le tradizioni ebraiche (per esempio con le guerre descritte nel libro dei Giudici) e quelle cristiane (per esempio con la persecuzione di ebrei ed eretici) condividono la violenza religiosa. In parte è vero, ma vi sono delle differenze. L’ebraismo nasce nel Sinai in mezzo a un popolo di schiavi in fuga dall’oppressione come un sistema di vita giusta da applicare in una singola terra e in un singolo popolo; certo i profeti dicono che “un giorno” tutti i popoli verranno a pregare nel Tempio di Gerusalemme; ma lo faranno spontaneamente, non certo per conquista e coazione. Non solo non vi è sforzo di conversione, ma neppure espansionismo al di là dei confini del piccolo territorio che il popolo ebraico rivendica come terra promessa. Il Cristianesimo invece è espansionista e mira a convertire i popoli, ma è fondato sulla storia non di una conquista ma di una vittima dell’ingiustizia. Riconosce inoltre come la tradizione ebraica una distinzione fra vita religiosa e potere civile (il re d’Israele diverso dal Grande Sacerdote, il “Cesare” cui va dato quel che gli appartiene nel detto del Vangelo).

terrorismo-islamico-europa-2-progetto-dreyfusQuesta distinzione che fonda l’idea moderna della laicità dello stato e della politica nell’Islam manca del tutto. Essa si è sovrapposta negli ultimi due o tre secoli in Occidente a quella fra pubblico e privato: le convinzioni religiose sono state progressivamente ritenute, a torto o a ragione, fatti privati: tutelati sì dalla legge, ma con un dovere di non interferenza nella vita politica, per sua natura considerata laica (come diceva Cavour: “Libera Chiesa in libero Stato”). La libertà di fede è una conseguenza di questa stessa distinzione.

Infine l’appartenenza stessa alla religione tradizionale si è molto allentata. Anche se la maggioranza potrebbe concordare con Benedetto Croce che gli europei “non possano non dirsi cristiani” (o “giudaico-cristiani”, come attualmente si dice spesso con un’espressione che io considero sbagliata), di fatto coloro che effettivamente osservano le regole della loro religione e ne condividono i principi sono ormai una minoranza. Anzi accade che siano le religioni ad adeguarsi all’etica dei diritti civili, come si vede chiaramente nel cattolicesimo con il papato di Francesco e anche nei filoni non ortodossi dell’ebraismo, maggioritari negli Stati Uniti. Non importa se questi sviluppi siano positivi o negativi; è chiaro che ne deriva uno spazio giuridico e morale per l’accettazione degli altri, un giudizio molto prudente sull’applicabilità dei principi religiosi a chi non li condivide.

Tutto questo spazio di distacco e adattamento nell’Islam manca, o inizia appena a presentarsi qua e là. Certamente la grande maggioranza del miliardo e mezzo (e passa) dei musulmani nel mondo non pensa alla guerra santa e cerca di sopravvivere spesso in situazioni di grandi difficoltà economiche e sociali. E c’è chi, anche fra i governanti, bada soprattutto agli interessi del proprio paese e dunque alla convivenza fra i popoli invece che alla “guerra santa” (è quel che hanno fatto i paesi firmatari dei recenti accordi con Israele) e magari si prospetta una qualche riforma dell’Islam che lo sottragga allo stato permanente di guerra che lo caratterizza da sempre (così per esempio ha avuto il coraggio di dire il presidente egiziano Al Sissi).

terrorismo-islamico-europa-3-progetto-dreyfusMa a livello delle masse lo sfondo culturale collettivo resta quello originario, il “mindframe” bellicoso e selvaggio dei beduini del VII secolo, non moderato da controspinte analoghe a quelle cui ho appena accennato per cristianesimo ed ebraismo. La conseguenza di questa contesto è una netta distinzione fra un soggetto collettivo, l’Islam (che in realtà è da sempre diviso da numerosi e acuti conflitti ma la cui unità è un obiettivo universalmente dichiarato) e tutti gli altri, percepiti come infedeli, cioè persone incomplete e imperfette, che devono essere in un modo o nell’altro costrette ad accettare l’Islam – una parola che significativamente vuol dire “sottomissione”. Per questa ragione, anche se la maggioranza non compie atti di violenza contro gli infedeli, molti sostengono, proteggono e finanziano chi li perpetua. E per la stessa ragione colpire persone che non c’entrano niente, uccidere a casaccio, secondo la logica del terrorismo, va benissimo. Infatti essi, se sono infedeli, non sono innocenti, appartengono tutti a un fronte di nemici che oggi è soprattutto identificato nell’Occidente.

Bisogna essere consapevoli di questi fatti e trarne le conseguenze politiche e di sicurezza. Gli attentati non sono una reazione emotiva, né giustificati solo da “provocazioni”. L’idea della convivenza che è naturale in Occidente è conservativa (ognuno ha diritto di essere quel che è, cambiare lo status quo con la forza è male). L’Islam invece è dinamico, ritiene suo dovere conquistare il mondo e rovesciare con la forza l’equilibri religioso attuale. Le “provocazioni”, il “colonialismo”, l’”islamofobia” sono pretesti. Quel che conta è proseguire una guerra di conquista iniziata 1300 anni fa e costringere tutti a convertirsi, con la parola ma anche con la forza e il “terrore” (una parola questa che si trova spesso nel Corano). Il terrorismo indiscriminato insomma non è un caso ma una strategia.

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