Rosh ha Shanà: inizi l’anno e i suoi frutti

Rav Scialom Bahbout
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Ebraismo

Rosh ha Shanà: inizi l’anno e i suoi frutti

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Rav Scialom Bahbout
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Ogni mitzvà consta di due aspetti: l’azione richiesta per effettuarla e la kavvanà, cioè l’intenzione che si deve avere nel momento in cui la si esegue. In un certo senso ogni mitzvà consta di due parti: una è il “corpo” e l’altra l’ ”anima” della mitzvà stessa. Se si mangia la matzà la sera di Pèsach si compie la mitzvà anche se non si è avuta la kavvanà, l’intenzione, di mettere in pratica la mitzvà. Alla domanda se le mitzvoth necessitino di kavvanà o meno, i Maestri rispondono che per la maggior parte delle mitzvoth, la kavvanà non è strettamente necessaria. Fanno eccezione la lettura dello Shemà, la Tefillà e l’ascolto del suono dello shofàr, per le quali non si esce d’obbligo se non si è posta la kavvanà necessaria e cioè che si sta eseguendo un comandamento imposto da Hashem.

Per lo Shofàr è richiesto molto di più: è necessaria la kavvanà sia di chi suona lo shofar che di chi lo ascolta: infatti prima di suonare lo shofàr il Toke’a, cioè chi suona, deve dire che lo fa per uscire d’obbligo dalla mizvà di ascoltarlo e per fare uscire d’obbligo chi lo ascolta. Nel caso dello shofàr in effetti il corpo della mitzvà è certamente il fatto che qualcuno lo suoni, ma se non c’è l’intenzione di “raccogliere” quel suono e di volerlo poi fare penetrare profondamente nella propria anima, non si esce d’obbligo. Due sono le conseguenze di questo principio: a livello del singolo individuo, il suono dello shofàr ha come conseguenza immediata quello di “unificare” tutte le parti della personalità umana, quelle fisiche e quelle spirituali. A livello del collettivo, lo shofàr serve a mettere in comunicazione e quindi a unire chi suona e chi ascolta, a unire cioè tutte la parti di cui è composto Israele.

Non vi è benedizione maggiore per il popolo ebraico, pur nelle diverse opinioni, ora e sempre, se non la capacità di mantenere la propria unità. Solo così l’anno che sta per iniziare, תש”פ , potrà essere un anno che potrà dare פרות, i suoi frutti.

Parafrasando il noto augurio che si dice all’inzio della preghiera di ‘arvith di Rosh ha Shanà possiamo quindi dire: Inizi l’anno e i suoi frutti.

Shanà tovà, ketivà vahatimà tovà.

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