“Il viaggio e l’ardimento”: Vittorio Robiati Bendaud racconta le storie di un ebraismo italiano da non dimenticare

Ugo Volli
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Cultura

“Il viaggio e l’ardimento”: Vittorio Robiati Bendaud racconta le storie di un ebraismo italiano da non dimenticare

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Ugo Volli
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viaggio-ardimento-vittorio-robiati-bendaudLa capitale dell’ebraismo italiano è da sempre la comunità di Roma, per antichità, numero d’abitanti, originalità culturale. Ma il nostro paese è ricchissimo di centri ebraici autonomi con insediamenti antichi come in Sicilia e in tutto il Sud, sinagoghe di grande bellezza come a Venezia e a Casale, grandi tradizioni di studio e di cultura come a Padova e a Mantova. Persino piccolissime comunità come quella di Bertinoro in provincia di Forlì o Soncino (Cremona), da tempo scomparse, sono nomi famosi da secoli in tutto il mondo ebraico. E tanti altri centri andrebbero nominati per mille ragioni, da Trieste a Cuneo, da Pitigliano a Livorno, da Trani a Pisa, Modena, Lugo, Gorizia, Verona… Ciò che è importante in ogni comunità, ancor più degli edifici storici, dei libri sacri e di studio e degli arredi sinagogali, spesso saccheggiati o dispersi o ormai museificati, sono le storie: i personaggi, i maestri, le persecuzioni subite, i rischi superati, le liturgie e i costumi particolari. Raccogliere queste storie e raccontarle ancora non è solo un atto di erudizione, ma un gesto d’amore e di continuità di tradizioni antiche che hanno ostinatamente tenuto testa alle sfide del tempo, fino a quando la Shoah o anche solo l’assimilazione e l’emigrazione hanno messo a rischio la loro esistenza.

E’ quel che ha fatto Vittorio Robiati Bendaud per Ancona e dintorni in un piccolo libro colto e intelligente, di piacevolissima lettura, intitolato “Il viaggio e l’ardimento” (Liberilibri, pag. 122, € 14). La comunità ebraica di Ancona, testimoniata già nell’undicesimo secolo, fu importantissima fra il Rinascimento e l’età barocca, perché era il porto principale verso il Medio Oriente e la Turchia per l’Italia centrale e lo Stato della Chiesa, secondo solo a Venezia nell’Adriatico, ma non soggetto alle vicissitudini belliche della Serenissima. Non sorprende che vi crescesse una folta, ricca e colta comunità ebraica, dato che i rapporti con l’impero ottomano erano importantissimi per gli ebrei che vi si erano rifugiati in massa dopo la cacciata dalla Spagna e quelli italiani potevano facilmente trovarvi corrispondenti commerciali, interlocutori culturali e religiosi e, nei casi non rari di persecuzioni, anche soccorritori solleciti. Ancona – porto, centro commerciale, punto di transito – era però anche uno snodo culturale di rilievo, dove passavano libri, persone, idee, con l’illusione di essere almeno parzialmente al riparo o almeno a distanza dalle occhiute inquisizioni papali.

I nove capitoli di questo libro raccontano alcuni di questi viaggi e incontri: la stampatrice cinquecentesca che viene dalla Lombardia e finirà in Turchia, i rabbini che da Ancona vanno a Safed per incontrare i grandi cabbalisti, l’inviato del popolarissimo falso messia Shabbetai Zvi che passa da Ancona durante il viaggio per andare a Roma a eseguire un esorcismo per la caduta del papato, il sapiente ebreo che incontra Dante… Sono fatti che avvengono solo in parte ad Ancona, per lo più intorno ad essa, nelle Marche, in Italia settentrionale, in Galilea, nella rete delle relazioni e dei rapporti che legavano gli ebrei di tutto il Mediterraneo e oltre. I protagonisti sono diversi, ma per lo più appartengono al mondo dei dotti e di chi stava loro vicino, non solo per la diffusione della cultura e dello studio nelle comunità ebraiche, allora incomparabilmente più sviluppata di quanto accadesse nelle popolazioni circostanti, ma anche perché naturalmente sono questi ambienti ad aver lasciato tracce in forma di libri, lettere, ricordi.

“Il viaggio e l’ardimento” nasce infatti dai documenti, da ricerche condotte negli archivi e nelle biblioteche. I personaggi principali sono infatti tutti storici e così le vicende più importanti della loro vita, che ce li rende interessanti ed esemplari. I dettagli, i dialoghi, le descrizioni invece no, sono dovuti alla fantasia dell’autore, che si è sforzato con successo di umanizzare e avvicinarci figure storiche lontane che vivono in tempi difficilissimi e si sforzano non solo di sopravvivere loro, ma anche di conservare il loro ebraismo, di salvaguardare le loro comunità, di ragionare sul destino che li prende sforzandosi di vederne le tracce di un piano di salvezza e liberazione.

Per tutto il libro, pur così intessuto di viaggi (e di “ardimento” dell’ardimento di restare ebrei in Europa durante le persecuzioni), corre infatti una tensione ideale, che mette in relazione e in contrasto la razionalità politica, commerciale, umana di questi personaggi con un tratto visionario e mistico, straordinariamente sentito. La maggior parte dei racconti si svolge nei secoli di Cordovero, di Luria, di Shabbetai Zvi, insomma del trionfo della Kabbalah. E nei gesti dei personaggi si intuisce un atteggiamento interpretativo, un attaccamento ai testi, una bruciante curiosità per il senso del mondo, una sconfinata fiducia nella possibilità di accedere alla provvidenza divina usando il sapere della Tradizione – tutti i tratti caratteristici di quel tempo.

E’ una tensione che continua fino all’ultimo racconto, ambientato pochi decenni fa, quando rav Laras, il maestro di Vittorio Robiati Bendaud, svolgeva il suo primo incarico rabbinico proprio nella comunità di Ancona e proprio all’inizio si trovò di fronte a a una richiesta di impiegare mezzi cabbalistici per agevolare la guarigione di una malata grave. Ciò accadde però proprio mentre rav Laras apriva una corrispondenza con Gershon Scholem, il fondatore degli studi sulla Kabbalah. Entrambe le vicende sono vere, sia l’uso rabbinico della specialissima preghiera che assicura la guarigione, sia la vicinanza a uno studio che storicizzò e portò sul piano filologico dei documenti tali credenze mistiche.

E’ questo racconto, secondo me, che mostra la ragione più profonda del libro: non solo perché esso mette in luce l’affetto profondo e l’ammirazione dell’autore nei confronti del suo maestro, uno dei più grandi rabbini e intellettuali ebraici italiani dell’ultimo periodo, ma anche perché in esso vi è la chiave della vicinanza e della lontananza che allo stesso tempo Vittorio Robiati Bendaud pratica e ci indica nei confronti dei suoi personaggi: ebrei come noi, ma immersi in un mondo fisico e mentale che dobbiamo sforzarci di comprendere con la nostra mentalità attuale. E’ quel che fa questo libro con leggerezza letteraria, competenza storica e commozione umana. Tanto che alla fine rimpiangiamo solo di non poter leggere di più: altri viaggi, altri ardimenti, altre storie.

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