Addio a Rav Giuseppe Laras, da oggi saremo tutti un po più soli

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David Spagnoletto
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Addio a Rav Giuseppe Laras, da oggi saremo tutti un po più soli

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David Spagnoletto

Un grande maestro. Una guida spirituale. “Un figlio della Shoah”. Uno di quei personaggi che non vengono pianti perché la morte fa dimenticare le nefandezze commesse in vita, ma perché negli 82 anni che ha vissuto Giuseppe Laras è riuscito a entrare nella mente e nel cuore di moltissime persone.

Se ne è andato, esattamente com’è vissuto: con insegnamenti basati sulla sofferenza provata sulla sua pelle e su anni di studio che l’hanno visto protagonista con il cardine Martini, torinese doc come lui, del dialogo interreligioso, che oggi andrebbe rivisto con nuovi occhi:  

“Se tale Dialogo vuole continuare (come è imperativo che sia!), dovendo essere in primo luogo non tanto teoretico ma pratico, deve progressivamente uscire dalle ambiguità su Israele, dato che è lì che vive la maggior parte del nostro Popolo ed è sempre lì che si sta edificando, tra disillusioni e speranze, il futuro di un ebraismo in ampia parte post-diasporico”.

Israele era un pensiero costante del Rabbino Capo di Milano dal 1980 al 2005, che verrà seppellito proprio nello Stato ebraico, di cui ne ha ricordato la nascita nella sua lettera-testamento:

“Ricordo anche le angosce che assalirono me, come molti altri tra noi, sino all’ora presente, in relazione alla sopravvivenza del nostro piccolo Stato”.

Rav Laras ha dedicato grande parte della sua vita allo studio, fra cui: la filosofia medievale e rinascimentale, la Bibbia, il pensiero di Maimonide e Hanna Arendt.

Da grande maestro qual era, Rav Laras ha sempre avuto una visione lucida del mondo circostante e della direzione intrapresa dalla società contemporanea:

“Oggi sono testimone del sorgere di una nuova ondata di antisemitismo (specie nella sua ambigua forma di antisionismo), del tradimento delle sinistre e del rapido declino intellettuale e morale della civiltà occidentale”.

Rav Giuseppe Laras aveva un passato difficile da dimenticare: a nove anni venne catturato assieme alla mamma dalla Gestapo, arrivata a loro grazie alla portinaia di casa che li vendette per cinque mila lire. Riuscì a scappare, ma non vide più la madre, morta in un lager nazista:

“Mia figlia mi ha detto: papà, ti accompagno io. Lì ho scoperto che la mamma è morta il 29 dicembre del 1944. Di Ravensbrück non è rimasto quasi niente. Lo hanno smantellato. Accanto c’era questo laghetto, carino, con le barche. Un contrasto che faceva male. Ma sono contento di esserci andato”.

Rav Giuseppe Laras, uomo dotato di una grande umanità, divenuto un grande maestro, che ieri ci ha lasciato tutti un po’ più soli.

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