Nella tradizione ebraica la parola non è mai soltanto un semplice suono. Il termine davar significa insieme «parola», «cosa» e «fatto»: ciò che si pronuncia tende poi a farsi realtà. Il racconto della creazione, nel primo capitolo della Genesi, è costruito tutto su questa idea – «E Dio disse: sia la luce. E la luce fu» – dove il dire e l’accadere coincidono.
È un’immagine ancestrale che vale la pena tenere a mente in queste settimane, mentre l’Europa si riempie di parole di guerra. Perché quelle pronunciate da capi di Stato e generali non sono innocui parole: seppur in risposta ad una provocazione, nominano una minaccia e, così facendo, cominciano a darle forma concreta.
Chi ascolta con attenzione ed è attento alle posture che cambiano, avverte che qualcosa, in questi mesi, è cambiato, passando dal «se» al «quando».
Le dichiarazioni si sono moltiplicate e irrigidite. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha definito il comportamento della Russia “un pericolo per tutti”, promettendo che l’Alleanza difenderà «ogni centimetro» del proprio territorio. Il francese Emmanuel Macron ha schierato caccia in Polonia dichiarando che l’Europa non cederà alle intimidazioni di Mosca; il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier britannico Keir Starmer hanno parlato di un’aggressività russa in costante crescita. Anche il presidente del comitato militare NATO, l’ ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone ha menzionato un piano di risposta di oltre 4.000 pagine.
Dopo le ripetute incursioni di droni sui cieli di Polonia e Romania, la NATO ha varato l’operazione «Eastern Sentry» per irrobustire il fianco orientale. E il 17 settembre il primo ministro polacco Donald Tusk ha avvertito il proprio Parlamento che la Russia prepara attacchi «ibridi» dal carattere volutamente «accidentale»: droni e proiettili che entrano nei territori alleati provocando danni, ma sempre con una narrazione pronta a derubricarli a incidente, così da paralizzare la reazione dell’Alleanza. È una minaccia annunciata, e proprio per questo più insidiosa.
Non solo però difesa attiva ma anche preparazione della popolazione con ospedali tedeschi considerati infrastrutture sensibili, bunker della guerra fredda resi nuovamente operativi e popolazione formata a organizzarsi in caso di necessità. Ma c’è davvero questo pericolo?
Il punto è che, sotto la soglia della guerra dichiarata, un conflitto è già in corso. Come sappiamo lo chiamano guerra ibrida, e ha il volto di episodi che, presi uno per uno, sembrano fatti di cronaca isolati. Non c’è banale dietrologia o becero complottismo in questa analisi ma il tentativo di comprendere i dati e osservare le coordinate di uno scenario non più statico come ci siamo abituati a vedere dopo 70 anni di pace.
All’inizio di agosto, all’aeroporto di Lipsia-Halle – snodo della logistica militare verso l’Ucraina – sono stati trovati droni carichi di esplosivo accanto a un cargo ucraino; il 1º settembre il governo tedesco ha attribuito ufficialmente l’attacco alla Russia, arrivando a chiudere il consolato russo di Bonn e a definirlo parte di una campagna di destabilizzazione di lungo periodo. Nel Baltico si contano ormai a decine i cavi sottomarini danneggiati dalle navi della «flotta ombra»; balloni lanciati dalla Bielorussia hanno costretto la Lituania a dichiarare lo stato di emergenza; sul fianco orientale gli spazi aerei vengono violati quasi ogni settimana. La stessa Alta rappresentante UE Kaja Kallas ha invitato a leggere questi fatti non isolatamente, ma come parte di un quadro più ampio: le intenzioni russe verso l’architettura di sicurezza europea, ha ricordato, non sono cambiate.
Inevitabilmente anche il nostro paese entra in questo scacchiere. A metà agosto una potente esplosione ha colpito lo stabilimento ex Simmel Difesa di Colleferro, alle porte di Roma, oggi della KNDS Ammo Italy, realtà che produce munizioni anche destinate a Kiev. Va detto con onestà: gli inquirenti hanno per ora escluso la pista eversiva e la Procura di Velletri procede per disastro colposo, sembrerebbero al momento però scartare del tutto l’ipotesi di un sabotaggio doloso. Ma il solo fatto che la domanda venga posta – incidente o atto ostile? – dice molto del clima in cui siamo immersi. È esattamente questa ambiguità la vera arma della guerra ibrida: il dubbio, la difficoltà dell’attribuzione, il tempo che passa mentre l’effetto psicologico è già prodotto.
La stessa fragilità riguarda le infrastrutture civili. Un anno fa un attacco informatico ai sistemi di Collins Aerospace paralizzò il check-in di mezza Europa, da Heathrow a Bruxelles a Berlino: non venne attribuito a Mosca – dietro c’era, con ogni probabilità, criminalità informatica organizzata – eppure mostrò con quanta facilità un solo fornitore compromesso possa fermare il traffico aereo di un continente. E in questi giorni il caso Revolut, con i dati di centinaia di clienti europei sottratti e una richiesta di riscatto, ricorda che il denaro e l’identità digitale di ciascuno di noi sono un bersaglio prioritario ad alto potenziale. Le prime ricostruzioni indicano hacker italiani e un account governativo violato, più che una regia straniera; ma è proprio questo il punto. La linea tra crimine comune, spionaggio e guerra di Stato si è fatta così sottile tanto da scomparire del tutto. Non sempre sapremo chi ci ha colpito, sapremo però di essere stati colpiti.
In un corso una volta mi dissero: “Per misurare i rischi concreti bisogna alzare lo sguardo sullo scacchiere”. La Russia, che conduce questa campagna non è una potenza trionfante, ma una potenza in difficoltà: un’economia di guerra che rallenta, un deficit che cresce, tassi d’interesse altissimi e risultati sul campo di battaglia che stentano ad arrivare con il 70% dei coscritti mandati al fronte che vengono uccisi entro i primi 30 minuti di fronte. Proprio la debolezza la rende imprevedibile – l’aggressione ibrida, a basso costo e negabile, è l’arma di chi non può permettersi lo scontro frontale e prova a logorare l’avversario senza superare la soglia che farebbe scattare l’articolo 5 della Nato. Sullo sfondo, la Cina osserva alla finestra: paziente, defilata, pronta a incassare i dividendi di un Occidente diviso e di un’Europa distratta, senza spendere un solo soldato.
Intanto il Medio Oriente, dopo la guerra che nella prima metà del 2026 ha contrapposto l’Iran a Stati Uniti e Israele, si sta ridisegnando. Il programma nucleare iraniano, colpito duramente, appare oggi meno centrale nei calcoli di Teheran, più interessata a esercitare la propria leva sullo Stretto di Hormuz – la valvola del petrolio mondiale – che a inseguire la bomba nell’immediato. Israele va al voto il 27 ottobre, con il Primo Ministro Netanyahu insidiato da Gadi Eisenkot e dal fronte centrista, e con nuovi equilibri da costruire con i Paesi arabi: una fase in cui la politica interna può condizionare ogni mossa regionale. Gli Stati Uniti, intanto, si avvicinano rapidamente alle elezioni di midterm di novembre, che potrebbero indebolire Donald Trump e rendere ancora più incerto l’unico architrave su cui l’Europa ha finora contato: l’impegno americano a difendere l’Alleanza, che lo stesso Trump ha lasciato intendere più volte, con il suo modo di fare diplomazia da esperto giocatore di poker, di non voler onorare in ogni circostanza.
Ci troviamo certamente in un momento storico di massima fluidità, e la fluidità, in geopolitica, è un altro nome del pericolo.
Ma il rischio più grande per l’Europa, potrebbe non venire da fuori. Le destre nazionaliste – l’AfD in Germania, il movimento che strizza l’occhio alla XMas del generale Vannacci in Italia – coltivano una diffidenza verso Kiev e una simpatia, più o meno esplicita, per la «fermezza» dello zar. Tusk lo ha detto senza giri di parole: gli attacchi ibridi puntano a coincidere con cambiamenti politici capaci di dare voce a chi, in nome di un malinteso pacifismo, chiede in sostanza la resa dell’Ucraina. È qui che la parola torna decisiva, perché la guerra ibrida è prima di tutto una guerra di narrazioni: incrina la fiducia, semina stanchezza, trasforma la solidarietà in fastidio. Una breccia nel fronte occidentale non si apre con i carri armati, ma con le urne e con le timeline dei social – ed è la più difficile da richiudere.
Che cosa significa tutto questo, concretamente, per un cittadino europeo e italiano? Non l’immagine, per fortuna lontana, dei carri armati in strada. Ma rischi reali e già presenti: infrastrutture critiche vulnerabili – energia, trasporti, banche, stabilimenti industriali come quello di Colleferro; attacchi informatici capaci di bloccare un aeroporto o svuotare un conto; campagne di disinformazione che ci mettono gli uni contro gli altri; il caro-energia e benzina come effetto collaterale ormai permanente; e soprattutto la paura usata come arma, perché una popolazione spaventata e divisa è già, in parte, sconfitta. L’Italia – nodo logistico e industriale dell’Alleanza, con una popolazione ancora non matura e terreno fertile per le narrazioni ostili – non è spettatrice: è parte del campo.
Di fronte a tutto ciò la vera domanda non è se dobbiamo avere paura, ma quali parole scegliamo di pronunciare, e quale leadership vogliamo. La storia europea del Novecento – che una testata intitolata a Alfred Dreyfus conosce fin troppo bene – insegna che davanti agli uomini forti l’appeasement non compra la pace: la rimanda soltanto, a un prezzo più alto. Serve una classe dirigente capace della lucidità di Churchill, che seppe nominare il pericolo quando molti preferivano non vederlo e tenne insieme i popoli liberi attorno a una verità scomoda. Perché è la nostra libertà che è in gioco. E servono, all’opposto, meno tentazioni da uomo forte: meno Stalin, meno culto dell’autorità, meno leader che guardano al nuovo zar come a un modello anziché come a una minaccia.
Torniamo, per finire, al davar. Le parole di guerra che affollano questi mesi non resteranno parole a lungo: tendono, come nella Genesi, a farsi cosa e fatto. Sta a noi – cittadini, elettori e rappresentanti delle istituzioni – decidere quali pronunciare. Perché la realtà che abiteremo domani è già, in gran parte, quella che stiamo dicendo oggi.

