Global Sumud Flotilla: attivismo umanitario o operazione politico-mediatica?

Quando la propaganda prende il posto della diplomazia

Gianluca Pontecorvo
Gianluca PontecorvoVice Presidente Progetto Dreyfus
-
Medio Oriente, pregiudizio antisraeliano

Global Sumud Flotilla: attivismo umanitario o operazione politico-mediatica?

Quando la propaganda prende il posto della diplomazia

Medio Oriente, pregiudizio antisraeliano
Gianluca Pontecorvo
Gianluca PontecorvoVice Presidente Progetto Dreyfus

C’è una domanda che, nel racconto mediatico delle ultime missioni della Global Sumud Flotilla, continua a rimanere sorprendentemente ai margini del dibattito pubblico: chi finanzia realmente queste operazioni?

La questione non è marginale, né polemica. È centrale. Perché organizzare più missioni navali internazionali verso Gaza richiede strutture logistiche, coordinamento internazionale, spostamenti continui, supporto tecnico, copertura mediatica, imbarcazioni, equipaggi, reti di comunicazione e permanenze prolungate all’estero. Non si tratta di iniziative spontanee nate da un semplice volontariato individuale.

Il caso di Adriano Veneziani, il giovane torinese fermato durante l’ultima missione della Global Sumud Flotilla e già presente in precedenti spedizioni, riportato da La Stampa, riporta inevitabilmente l’attenzione su una dinamica più ampia. È legittimo chiedersi come sia possibile sostenere economicamente partecipazioni reiterate a missioni internazionali di questo tipo senza una rete organizzativa e finanziaria strutturata alle spalle.

Porre questa domanda non significa negare la buona fede individuale di alcuni partecipanti. Significa, più semplicemente, interrogarsi sulla reale natura politica di un movimento che, negli anni, ha progressivamente trasformato le flottiglie verso Gaza in uno strumento di mobilitazione ideologica internazionale.

La costruzione di una piattaforma globale di attivismo radicale

La Global Sumud Flotilla non nasce nel vuoto. È il risultato della convergenza di diverse organizzazioni e reti attiviste internazionali, tra cui la Freedom Flotilla Coalition, il Global Movement to Gaza, la Maghreb Sumud Flotilla e altre realtà militanti apertamente schierate contro Israele. (Wikipedia)

Negli ultimi anni queste piattaforme hanno sviluppato una sofisticata macchina comunicativa capace di:

  • generare enorme attenzione mediatica;
  • coinvolgere celebrities, influencer e politici;
  • mobilitare piazze europee;
  • costruire una narrativa fortemente polarizzata sul conflitto israelo-palestinese.

Non è un caso che intorno alla GSF gravitino esponenti di ONG militanti, attivisti dell’estrema sinistra internazionale, movimenti antagonisti e reti vicine all’universo del cosiddetto “anti-sionismo radicale”.

La dimensione umanitaria, pur presente nella narrazione ufficiale, appare sempre più subordinata alla ricerca di impatto mediatico e pressione politica.

La dinamica è ormai consolidata:

  1. partenza annunciata con grande copertura social;
  2. dichiarazioni provocatorie contro Israele;
  3. previsione quasi certa dell’intercettazione;
  4. scontro mediatico internazionale;
  5. arresti o fermo degli attivisti;
  6. amplificazione politica in Europa.

Un meccanismo che, da oltre quindici anni, si ripete con impressionante regolarità.

Il precedente della Mavi Marmara e la strategia della provocazione

Per comprendere la natura politica di queste iniziative è necessario tornare al 2010, anno della celebre Mavi Marmara, la nave turca della Gaza Freedom Flotilla abbordata dalle forze israeliane.

Quell’episodio rappresentò uno spartiacque globale. Da allora, le flottiglie dirette verso Gaza sono diventate non soltanto iniziative simboliche, ma veri e propri strumenti di pressione geopolitica e propaganda internazionale.

Molti osservatori internazionali sottolinearono già allora come l’obiettivo reale non fosse esclusivamente la consegna di aiuti umanitari – che avrebbero potuto seguire canali coordinati internazionalmente – ma la creazione deliberata di un incidente diplomatico e mediatico.

Israele, infatti, ha sempre sostenuto che il blocco navale di Gaza costituisca una misura di sicurezza legata al conflitto con Hamas, organizzazione terroristica riconosciuta come tale da Unione Europea, Stati Uniti e numerosi Paesi occidentali.

Sul piano giuridico internazionale, la questione è controversa ma non priva di riferimenti normativi. Il cosiddetto “San Remo Manual on International Law Applicable to Armed Conflicts at Sea”, uno dei principali riferimenti sul diritto dei conflitti armati marittimi, prevede la possibilità di intercettare imbarcazioni dirette verso un’area sottoposta a blocco navale, anche in acque internazionali, qualora esista la dichiarata intenzione di violarlo. (Wikipedia)

Questo elemento viene spesso omesso nella comunicazione delle flottiglie, che tendono invece a presentare ogni intercettazione israeliana come automaticamente illegittima.

La realtà, come quasi sempre nei conflitti internazionali, è molto più complessa.

La spettacolarizzazione del conflitto

Il vero nodo politico della Global Sumud Flotilla è la progressiva trasformazione della tragedia di Gaza in una piattaforma permanente di attivismo performativo.

Le missioni vengono organizzate sapendo perfettamente che difficilmente raggiungeranno il loro obiettivo dichiarato. Gli stessi partecipanti sono spesso consapevoli dell’elevata probabilità di essere intercettati dalla marina israeliana. Eppure le spedizioni continuano. Perché? Perché il risultato operativo conta meno dell’effetto mediatico. L’immagine dell’attivista arrestato, della nave fermata, del parlamentare trattenuto o della celebrità internazionale bloccata in mare produce un’enorme risonanza simbolica. È una comunicazione politica costruita intorno alla vittimizzazione scenica e alla delegittimazione internazionale di Israele. Questo approccio rischia però di produrre due conseguenze estremamente gravi.

La prima è l’esasperazione delle tensioni diplomatiche tra Paesi alleati e democratici. Israele e Italia condividono rapporti strategici profondi sul piano economico, tecnologico, energetico e della sicurezza. Alimentare iniziative pensate per provocare sistematicamente incidenti internazionali non favorisce alcun processo di pace. La seconda riguarda la sicurezza degli stessi partecipanti. Mandare civili verso un’area militarmente sensibile, nella piena consapevolezza che la missione verrà quasi certamente fermata, significa esporre persone a rischi concreti per finalità essenzialmente simboliche e propagandistiche.

La partecipazione di Dario Carotenuto e la legittimazione politica

Ancora più delicata appare la partecipazione all’ultima missione del deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto. (facebook.com). Il problema non riguarda il diritto di un parlamentare a manifestare le proprie opinioni politiche. In una democrazia liberale, questo diritto è sacrosanto. La questione riguarda invece la legittimazione istituzionale concessa a iniziative che, di fatto, finiscono per sovrapporsi alla narrativa strategica di Hamas.

Hamas ha sempre avuto interesse a internazionalizzare il conflitto e a trasformare Gaza in un detonatore permanente della pressione internazionale contro Israele. Le flottiglie contribuiscono precisamente a questo obiettivo: non modificano gli equilibri umanitari sul terreno, ma aumentano il livello di polarizzazione politica globale.

Quando un parlamentare europeo partecipa a queste missioni, il messaggio che passa è inevitabilmente politico:

  • Israele viene rappresentato come unico aggressore;
  • il blocco navale viene descritto come totalmente illegittimo;
  • la dimensione securitaria legata ad Hamas viene marginalizzata o ignorata.

È qui che il confine tra attivismo umanitario e propaganda politica diventa estremamente sottile.

Il ruolo delle ONG e delle reti militanti internazionali

Un altro elemento raramente approfondito riguarda il ruolo delle ONG coinvolte.

Negli anni, numerose organizzazioni impegnate nelle flottiglie hanno sviluppato una forte connotazione ideologica anti-israeliana, spesso sovrapponendo la difesa dei civili palestinesi a una più ampia campagna di delegittimazione dello Stato ebraico.

Questo non significa che ogni volontario condivida posizioni estremiste. Ma significa riconoscere che molte reti organizzative operano ormai all’interno di un ecosistema politico preciso:

  • movimenti antagonisti;
  • gruppi dell’estrema sinistra internazionale;
  • reti anti-occidentali;
  • campagne BDS;
  • collettivi apertamente anti-sionisti.

La stessa costruzione comunicativa della GSF utilizza un linguaggio fortemente ideologico, in cui termini come “genocidio”, “resistenza”, “assedio”, “colonialismo” e “apartheid” vengono impiegati non soltanto in senso umanitario ma come strumenti di mobilitazione politica globale. (Wikipedia)

Il rischio è evidente: trasformare la sofferenza reale dei civili palestinesi in una leva narrativa utile a rafforzare agende radicali che nulla hanno a che vedere con la pace.

L’ambiguità occidentale sul tema Hamas

Uno degli aspetti più problematici del dibattito europeo riguarda l’ambiguità con cui parte dell’attivismo occidentale affronta il tema Hamas. Condannare le sofferenze della popolazione civile di Gaza è doveroso ma ignorare il ruolo di Hamas nella militarizzazione della Striscia e nell’utilizzo politico del conflitto significa produrre una lettura incompleta e ideologicamente orientata. La stessa ONU, numerosi governi occidentali e diversi analisti internazionali hanno più volte sottolineato come Hamas utilizzi sistematicamente la dimensione mediatica del conflitto come arma strategica.

In questo quadro, le flottiglie internazionali rischiano di diventare inconsapevolmente – o in alcuni casi consapevolmente – strumenti funzionali alla guerra comunicativa del movimento islamista. È questo il vero nodo politico che l’Europa continua a evitare.

Oltre la propaganda

Esiste una differenza sostanziale tra l’impegno umanitario serio e la costruzione di operazioni mediatiche ad alta intensità simbolica. L’aiuto umanitario autentico lavora attraverso:

  • diplomazia;
  • corridoi internazionali;
  • coordinamento multilaterale;
  • organismi riconosciuti;
  • negoziati complessi.

Le flottiglie, invece, operano spesso nella logica opposta:

  • sfida pubblica;
  • provocazione simbolica;
  • ricerca dello scontro;
  • massimizzazione della visibilità.

Questo approccio non avvicina la pace. Alimenta soltanto la radicalizzazione del dibattito. E soprattutto normalizza un clima culturale in cui ogni azione contro Israele viene automaticamente rappresentata come moralmente legittima, anche quando finisce per rafforzare indirettamente la strategia comunicativa di Hamas.

La responsabilità della politica europea

La vera domanda che l’Europa dovrebbe porsi non è se sia legittimo manifestare per Gaza. Lo è. La domanda è un’altra: fino a che punto le istituzioni democratiche possono continuare a legittimare iniziative costruite per produrre tensione internazionale e delegittimazione sistematica di uno Stato alleato?

La partecipazione di esponenti politici occidentali a missioni come la Global Sumud Flotilla rischia di spostare progressivamente il confine dell’accettabile politico. Ed è proprio qui che emerge il problema più serio: la normalizzazione di piattaforme radicali che utilizzano il linguaggio umanitario come copertura narrativa per un’agenda profondamente ideologica.

Difendere i civili palestinesi – in primis dal giogo di Hamas – è doveroso. Trasformare Gaza in un teatro permanente di propaganda globale è un’altra cosa. Confondere le due dimensioni significa contribuire all’erosione di qualunque spazio serio di diplomazia, equilibrio e responsabilità internazionale.

  • Progetto Dreyfus su Instagram

    Questo errore è visibile solamente agli amministratori WordPress

    Errore: Nessun feed trovato.

    Vai alla pagina delle impostazioni del feed di Instagram per creare un feed.

  • FOLLOW US