La macchina del consenso propal: anatomia di una campagna che si finge spontanea. C’è una parola che ricorre, quasi ossessiva, nel racconto della mobilitazione propalestinese degli ultimi due anni: “spontaneità”. La piazza che si muove da sé, la coscienza collettiva che si risveglia, l’indignazione che monta dal basso. È un racconto seducente, e in parte vero: l’emozione provata di fronte alle immagini di Gaza è in larga parte autentica, e sarebbe disonesto negarlo. Ma confondere l’emozione genuina di chi guarda con la spontaneità di chi organizza è un errore di analisi che conviene non commettere.
Perché osservando i fatti, e mettendoli in fila, emerge un quadro diverso: non un movimento spontaneo, ma una campagna internazionale strutturata, dotata di risorse, di una regia mirata e consapevole e di un metodo riconoscibile. Una macchina che fa leva su un tema potente e sulle emozioni di persone sensibili, spesso meno informate e per questo più esposte alla manipolazione.
Il metodo: espellere chi non si allinea
Il tratto distintivo di questa campagna è il pressing a tutto campo, che non colpisce solo Israele come Stato, ma chiunque rifiuti di sottoscriverne integralmente la narrazione demonizzante. Due casi recentissimi lo illustrano con chiarezza.
Il primo è quello di Erri De Luca. Lo scrittore napoletano, da sempre vicino alla causa palestinese, avrebbe dovuto essere presente all’inaugurazione del Festival Salerno Letteratura 2026. Gli organizzatori hanno fatto marcia indietro dopo le polemiche seguite ad alcune sue dichiarazioni: De Luca si era rifiutato di usare la parola “genocidio” riferito alla guerra tra Israele e Hamas e aveva rivendicato il termine “sionista” nel suo senso originario, cioè di chi riconosce il diritto di Israele a esistere accanto a uno Stato palestinese. Tanto è bastato. Un intellettuale che ha speso una vita a fianco dei palestinesi è diventato di colpo impresentabile per non aver pronunciato la formula esatta. Una lettera scarlatta che lo rende dal giorno alla notte un reietto da ostracizzare e accomunare ai peggiori del mondo.
Il punto non è la posizione del festival, ma il meccanismo: la militanza estrema – fatta passare per normalità e standard a cui piegarsi – esige un giuramento di fedeltà lessicale, e chi devia, anche di una sola parola, viene espulso.
Il secondo caso ha colpito il mondo della scienza. Nel pochi giorni fa The Lancet, una delle riviste mediche più autorevoli al mondo, ha pubblicato un appello per la sospensione dell’Israeli Medical Association dalla World Medical Association: una petizione firmata da circa 1.150 operatori sanitari e promossa da sigle propal estinesi come il People’s Health Movement e Doctors for Gaza. Significativo che a opporsi sia stata la stessa World Medical Association, la quale ha ricordato che sospendere un’associazione per le azioni del suo governo minerebbe la cooperazione medica internazionale. Nel folle appello si chiede, in sostanza, di escludere medici e scienziati dalla comunità globale non per ciò che hanno fatto, ma per il passaporto che portano e per non aver condannato a priori un governo che i singoli forse nemmeno hanno votato.
Una regia internazionale, non una piazza
Lo stesso schema si ritrova nella Global Sumud Flotilla, di cui ho già avuto occasione di scrivere. Presentata come iniziativa umanitaria spontanea, la flottiglia poggia in realtà su un’infrastruttura organizzativa complessa: raccolte fondi internazionali, società che possiedono le imbarcazioni, una rete di delegazioni nazionali con formazione politica e comunicazione coordinata, come ammettono gli stessi organizzatori nel descrivere la destinazione delle donazioni. Ma quanto costano queste imbarcazioni? E quanto percepiscono queste persone che partono in mare per settimane? Che lavoro fanno? Sono tante le domande che una persona attenta dovrebbe porsi prima di costruirsi una solida convinzione in merito.
Su questo terreno occorre però la precisione che il tema impone. Il governo israeliano sostiene, sulla base di documenti che dichiara di aver rinvenuto a Gaza, un coinvolgimento diretto di Hamas nel finanziamento della Flotilla, in particolare attraverso il Congresso Popolare dei Palestinesi all’Estero e la figura di Saif Abu Kashk.
Gli organizzatori respingono ogni accusa e parlano di propaganda diffamatoria. Va detto con onestà: si tratta di accuse documentate dall’intelligence ma non accertate da un tribunale. Resta però il dato strutturale, indipendente dalla controversia sui finanziamenti: questa non è una folla che si raduna, ma un’operazione pianificata, logisticamente sofisticata e mediaticamente costruita per produrre un effetto preciso, una struttura ben lontana da come si presentano e ci vorrebbero far credere.
BDS: ciò che è stato accertato
Al centro di questa architettura c’è il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions). E qui le valutazioni non sono soltanto israeliane. Nel giugno 2024 i servizi di intelligence interna della Germania (BfV) hanno classificato il BDS come organizzazione sospettata di estremismo, citando esplicitamente il sostegno che riceve da Hamas e il linguaggio antisemita dei suoi metodi, come ad esempio gli adesivi Don’t Buy che evocano lo storico Kauft nicht bei Juden nazista.
Non è un episodio isolato. Una ricerca del Ministero israeliano per gli Affari Strategici aveva già documentato oltre cento collegamenti tra le organizzazioni che promuovono il BDS e le formazioni terroristiche Hamas e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, con decine di militanti che occupano posizioni dirigenziali nelle ONG pro-boicottaggio. Inoltre, già nel 2016 Jonathan Schanzer, ex analista del Tesoro americano sul finanziamento del terrorismo, aveva presentato al Congresso degli Stati Uniti prove dei legami tra una delle principali fonti di finanziamento del BDS e reti precedentemente implicate nel sostegno ad Hamas.
È giusto segnalare che non tutti concordano: alcuni relatori delle Nazioni Unite – la stessa istituzione internazionale che con la sua agenzia UNRWA, aveva a Gaza decine di dipendenti direttamente collegati con il massacro del 7 ottobre – hanno espresso riserve, sostenendo che le restrizioni al boicottaggio rischiano di comprimere la libertà di espressione. Ma una cosa è difendere il diritto di criticare; altra è ignorare che un movimento il cui obiettivo dichiarato, nelle parole dei suoi stessi fondatori, è la fine di Israele come Stato ebraico, intreccia da anni rapporti documentati con organizzazioni terroristiche e veicola un armamentario simbolico di chiara matrice antisemita.
La leva emotiva e il rischio della buona fede
Resta la domanda decisiva: perché funziona? Funziona perché la macchina poggia su una leva potentissima e in larga parte autentica, la compassione per le vittime civili e difendere gli (pseudo) oppressi dagli oppressori. Un racconto semplice e suadente che si insinua tra ignoranza e manipolazione. Nessuno che abbia conservato un minimo di umanità potrebbe restare indifferente di fronte alla sofferenza di Gaza. Ed è proprio qui che la campagna è più abile: arruola l’emozione genuina di milioni di persone oneste e la incanala in una direzione precisa, trasformando un sentimento legittimo in adesione a una narrazione totale, in cui non c’è spazio per la complessità, per il contraddittorio, per la distinzione tra critica e odio.
Chi è meno attrezzato a verificare le fonti, chi non ha tempo o strumenti per distinguere un dato accertato da uno slogan, diventa il moltiplicatore involontario di un messaggio che non ha scelto e che spesso non comprende fino in fondo. È la forma più efficace di propaganda: quella che non ha bisogno di mentire apertamente, perché le basta orientare un’emozione vera verso un bersaglio prestabilito.
Ecco perché credo che il vero monito vada rivolto non agli organizzatori – evidentemente collusi con un sistema opaco e estremista negli ideali a cui si ispira, ma a chi vi aderisce in buona fede. Partecipare a una mobilitazione perché si soffre per i bambini di Gaza è un moto del cuore comprensibile e rispettabile. Ma prestare il proprio nome, la propria firma, i propri denari e la propria piazza a una macchina che ha una regia, un finanziamento e un obiettivo che vanno ben oltre l’aiuto umanitario significa rischiare di diventare, senza volerlo, ingranaggi di qualcosa di molto diverso da ciò che si crede di sostenere.
La buona fede non è una colpa. Ma in tempi di propaganda industriale, smette di essere un’attenuante e diventa una responsabilità.

