Fauda e la Memoria del 7 Ottobre. Una riflessione a tre anni da un tentato genocidio.

Alla vigilia del terzo anniversario del massacro compiuto da Hamas, la quinta stagione di Fauda ci costringe a tornare dove forse una parte di noi non vorrebbe più tornare: al dolore, alla paura, alle famiglie distrutte. Ma soprattutto a una domanda che riguarda Israele e l'intero popolo ebraico: che cosa significa ricordare quando il tempo comincia, inevitabilmente, a fare il proprio mestiere?

Gianluca Pontecorvo
Gianluca PontecorvoVice Presidente Progetto Dreyfus
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Antisemitismo, Editoriali

Fauda e la Memoria del 7 Ottobre. Una riflessione a tre anni da un tentato genocidio.

Alla vigilia del terzo anniversario del massacro compiuto da Hamas, la quinta stagione di Fauda ci costringe a tornare dove forse una parte di noi non vorrebbe più tornare: al dolore, alla paura, alle famiglie distrutte. Ma soprattutto a una domanda che riguarda Israele e l'intero popolo ebraico: che cosa significa ricordare quando il tempo comincia, inevitabilmente, a fare il proprio mestiere?

Antisemitismo, Editoriali
Gianluca Pontecorvo
Gianluca PontecorvoVice Presidente Progetto Dreyfus

Ci sono serie televisive che raccontano il proprio tempo e altre che, a un certo punto, vengono travolte dal tempo che avrebbero dovuto raccontare. Fauda appartiene ormai alla seconda categoria. Quando Lior Raz e Avi Issacharoff avevano iniziato a lavorare alla quinta stagione, il 7 ottobre 2023 non era ancora accaduto. Poi arrivò quella mattina e tutto ciò che era stato scritto improvvisamente divenne insufficiente. Gli stessi autori hanno raccontato di avere dovuto ripensare la serie perché non sarebbe stato possibile continuare a descrivere la realtà israeliana ignorando l’evento che l’aveva appena trasformata. La quinta stagione nasce dunque da una riscrittura che non è soltanto narrativa, ma quasi esistenziale: non tenta di ricostruire il 7 ottobre, ma ne porta dentro le conseguenze, il trauma, il senso di perdita, il prezzo della guerra e quella difficoltà tutta israeliana di stabilire dove finisca il dovere e dove inizi la ferita.

È per questo che oggi Fauda si guarda diversamente. Nelle stagioni precedenti la serie aveva abituato il pubblico internazionale a immergersi in una realtà fatta di terrorismo, operazioni clandestine, confini porosi, identità sovrapposte e violenza. Era fiction, per quanto costruita su un terreno estremamente realistico. Dopo il 7 ottobre quella distanza è venuta meno. Lo spettatore sa che dietro ogni famiglia spezzata, ogni casa devastata, ogni soldato richiamato al fronte e ogni ostaggio esiste qualcosa che non appartiene più alla sceneggiatura.

Il 7 ottobre 2023 Hamas e altre formazioni armate penetrarono nel territorio israeliano, attaccando kibbutz, comunità, basi militari e il festival musicale Nova. Circa 1.200 persone furono uccise e 251 vennero trascinate come ostaggi nella Striscia di Gaza. Tra le vittime e tra i rapiti c’erano uomini, donne, anziani e bambini. Fu la più grave strage di ebrei in un singolo giorno dalla Shoah. Continuo a considerare ciò che avvenne quella mattina per quello che fu: un tentato genocidio del popolo ebraico perpetrato da Hamas. Non perché serva un’espressione più forte per rendere l’orrore, ma perché il senso di quell’azione non può essere separato dalla volontà di colpire indiscriminatamente la popolazione israeliana e dalla natura ideologica dell’organizzazione che l’ha concepita.

Il punto, tuttavia, non è soltanto il numero delle vittime. Quel giorno venne colpita qualcosa di ancora più profondo nella coscienza israeliana. Per generazioni, dopo persecuzioni, pogrom, espulsioni e infine la Shoah, Israele aveva rappresentato l’idea che esistesse finalmente un luogo nel quale gli ebrei non dovessero più attendere che qualcun altro decidesse se proteggerli. Uno Stato capace di assumersi direttamente la responsabilità della propria sicurezza. Il 7 ottobre quella certezza si incrinò. Per alcune ore, e in alcuni luoghi per molto di più, tornò una paura antica: l’idea che anche lì, nello Stato costruito proprio perché tutto questo non accadesse mai più, potesse invece accadere ancora.

Quasi tre anni dopo, quella paura non ha più la stessa intensità. È inevitabile. Il tempo modifica la consistenza del dolore. La paura si attenua, l’angoscia diventa meno fisica, i ricordi più sopportabili. Nessuna persona e nessuna società potrebbero vivere permanentemente dentro il proprio trauma. Ma è proprio qui che nasce il problema della memoria, perché ciò che permette all’individuo di sopravvivere può trasformarsi, per una collettività, in una lenta forma di rimozione.
Il popolo ebraico conosce bene questa tensione. Anche dopo la Shoah venne il tempo della ricostruzione. I sopravvissuti costruirono famiglie, città, imprese. Molti tacquero per anni. Il mondo riprese a vivere con una rapidità che oggi può apparire difficile da comprendere. Le macerie erano ancora visibili mentre l’Europa cercava già un nuovo futuro.

Naturalmente non avrebbe alcun senso storico assimilare la Shoah al 7 ottobre, ma esiste una dinamica della memoria che vale la pena riconoscere: anche il dolore più enorme, con il passare degli anni, può allontanarsi. E se non viene custodita, anche la memoria più viva può diventare una data sul calendario.

Non è casuale che la tradizione ebraica abbia attribuito alla memoria un valore tanto radicale. Zakhor, ricorda, non è un semplice invito a conoscere il passato. È un imperativo. Nella cultura ebraica ricordare significa trasformare il passato in comportamento nel presente. Ricordare l’Esodo implica assumere una responsabilità verso lo straniero; ricordare la distruzione implica comprendere il valore della ricostruzione; ricordare il male implica saperlo riconoscere quando assume forme nuove. La memoria, in questa prospettiva, non è nostalgia. È una forma di responsabilità.

È anche per questo che penso spesso all’incontro che ho avuto con Gadi Moses. Alcune storie ci arrivano attraverso i giornali e crediamo di averle comprese, almeno razionalmente. Poi si incontra la persona che quella storia l’ha attraversata e improvvisamente le proporzioni cambiano. Moses aveva ottant’anni quando venne liberato dalla prigionia a Gaza il 30 gennaio 2025. Era stato rapito dal kibbutz Nir Oz il 7 ottobre e rimase ostaggio per 482 giorni. Le immagini della sua liberazione fecero il giro del mondo: una folla, uomini armati, la consegna alla Croce Rossa, poi il ritorno in Israele e l’abbraccio con la famiglia.

Quello che colpisce, però, non è soltanto la capacità di sopravvivere. È la normalità che precedeva tutto questo. Nir Oz era una comunità di persone che lavoravano, coltivavano la terra, crescevano figli, organizzavano cene, litigavano e facevano progetti. Il terrorismo compie esattamente questa operazione: prende la vita quotidiana e la trasforma in un campo di battaglia. Per questo gli ostaggi non dovrebbero mai diventare soltanto simboli. Prima del simbolo viene la persona, prima della geopolitica viene una vita, prima della parola “ostaggio” c’è un nome. Nel caso di Moses, quel nome è Gadi.
Il tema degli ostaggi ha attraversato Israele in modo tanto profondo anche perché tocca un tratto centrale della società israeliana: il senso di responsabilità reciproca. Per mesi le fotografie dei rapiti sono state ovunque, nelle piazze, negli aeroporti, sui muri, nei negozi, nelle case. Era come se un intero Paese avesse deciso che nessuno di quei volti avrebbe dovuto trasformarsi in una statistica. Lo stesso vale per gli uomini e le donne dell’IDF che, dal 7 ottobre in poi, hanno servito Israele durante una guerra lunghissima, lasciando famiglie, lavori, università e vite ordinarie. Non occorre trasformare la guerra in epica per riconoscere il significato di quel sacrificio.

Israele, del resto, non possiede semplicemente un esercito nel senso in cui lo intendiamo abitualmente in Europa. È una società nella quale l’esercito attraversa le famiglie e la vita civile. Il riservista che parte per il fronte può essere il medico che ti ha visitato pochi giorni prima, il fondatore di una startup, un insegnante, un padre di famiglia. È uno degli aspetti che Fauda, fin dalla prima stagione, ha saputo raccontare con maggiore efficacia: dietro il ruolo operativo rimane sempre una persona, con relazioni, paure, contraddizioni e qualcosa da perdere. Ma la televisione può interrompere una scena. La realtà no. Per quasi tre anni molte famiglie israeliane non hanno avuto la possibilità di cambiare canale.
Per noi ebrei della Diaspora, invece, il 7 ottobre ha assunto progressivamente una forma differente. Nei primi giorni la distanza tra Israele e le comunità ebraiche europee sembrava essersi quasi annullata. Poi è accaduto qualcosa di ulteriore. Mentre in Israele si cercavano ancora i morti e gli ostaggi, in Europa cominciava una battaglia sul significato stesso di ciò che era accaduto. Il massacro veniva relativizzato, giustificato, contestualizzato fino quasi a dissolverne la natura. In alcuni casi veniva persino celebrato.

Molti ebrei europei hanno così sperimentato una sensazione difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta: mentre stavano ancora elaborando il trauma del 7 ottobre, si sono trovati improvvisamente nella posizione di dover giustificare Israele. Non erano membri del governo israeliano, non partecipavano alle decisioni militari, spesso non erano nemmeno cittadini israeliani. Erano semplicemente ebrei. Eppure venivano trattati come interlocutori responsabili delle azioni di uno Stato straniero. È proprio in questo passaggio che una parte dell’antisionismo contemporaneo incontra una delle dinamiche storiche dell’antisemitismo: attribuire collettivamente agli ebrei una responsabilità in quanto ebrei.
In Italia questa trasformazione non può più essere liquidata come percezione soggettiva. Il Rapporto annuale sull’antisemitismo in Italia relativo al 2025, pubblicato quest’anno dall’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC, ha documentato 963 episodi a fronte di 1.492 segnalazioni ricevute. Gli episodi sono aumentati di circa il 10 per cento rispetto al 2024, sono raddoppiati rispetto al 2023 e risultano cresciuti del 400 per cento rispetto al 2022. Un dato di questa dimensione dovrebbe bastare a sottrarre la questione alla dimensione delle impressioni.

L’Italia non è peraltro un’eccezione. I dati raccolti negli ultimi anni in diversi Paesi europei mostrano un aumento della preoccupazione per l’antisemitismo e livelli di ostilità verso gli ebrei che rimangono eccezionalmente elevati. In Francia, per citare il caso della più grande comunità ebraica dell’Unione europea, nel 2025 sono stati registrati 1.320 atti antisemiti, oltre la metà degli episodi antireligiosi rilevati dal Ministero dell’Interno. Il fenomeno cambia forma da Paese a Paese, ma la traiettoria è comune.

Ed è forse questo il paradosso più doloroso della memoria del 7 ottobre nella Diaspora. Il ricordo è ancora livido, ma viene continuamente coperto da una nuova esperienza: quella dell’antisemitismo contemporaneo. Non abbiamo ancora finito di elaborare ciò che è accaduto e già dobbiamo difenderne il ricordo. Dobbiamo spiegare perché l’uccisione deliberata di civili non possa essere derubricata a “resistenza”, perché la violenza contro gli ebrei non diventi accettabile quando viene rivestita di un linguaggio politico e perché una persona non possa essere considerata responsabile delle scelte di Israele soltanto in quanto ebrea.

Il rischio più grande, a questo punto, è abituarsi. Una scritta antisemita su un muro, un insulto, una minaccia, una Stella di David che qualcuno decide di non mostrare, una scuola ebraica sorvegliata dalle forze dell’ordine, una sinagoga costretta a vivere dietro barriere e controlli: presi singolarmente, questi episodi possono essere trattati come anomalie. Messi insieme raccontano una società nella quale l’identità ebraica torna progressivamente a richiedere prudenza. E questa dovrebbe essere considerata una soglia inaccettabile non soltanto dagli ebrei, ma dall’Europa nel suo insieme.
L’antisemitismo, del resto, è sempre stato qualcosa di più di un problema degli ebrei. È un indicatore della qualità democratica di una società. Misura la capacità di distinguere la responsabilità individuale dall’appartenenza collettiva, di sostenere il dissenso senza trasformarlo in odio, di riconoscere nell’altro un cittadino prima che un’identità. Quando queste barriere cedono nei confronti degli ebrei, raramente il problema resta confinato agli ebrei.

Tutto questo avviene mentre a Gaza la guerra non appartiene ancora pienamente al passato. Il quadro militare è cambiato rispetto ai mesi più duri del conflitto, ma operazioni e combattimenti continuano ancora oggi. È uno degli elementi che rendono più straniante la velocità con cui il mondo sembra avere già spostato lo sguardo. La storia che stiamo cominciando a trasformare in memoria non è ancora completamente storia.
Tra meno di due mesi Israele tornerà alle urne. Le elezioni saranno inevitabilmente attraversate da tutto ciò che è accaduto dal 7 ottobre in poi: la guerra, gli ostaggi, le vite perdute, le domande sulla sicurezza e le differenti idee sul futuro del Paese. È giusto che sia così. Israele è una democrazia e il conflitto politico non è una patologia della democrazia, ma una delle sue condizioni. Gli israeliani voteranno partiti diversi, avranno opinioni opposte sulla sicurezza, sull’economia, sulla religione, sul rapporto con i palestinesi, sulle istituzioni e sulla stessa identità dello Stato.

Il problema nasce quando la divisione politica si trasforma in una frattura identitaria e quando si perde la capacità di riconoscere che, prima delle opinioni, esiste un destino condiviso. Questa responsabilità riguarda gli israeliani, ma riguarda anche noi nella Diaspora. Troppo spesso le divisioni politiche israeliane vengono importate nelle comunità ebraiche fino a trasformarsi in appartenenze contrapposte: destra contro sinistra, religiosi contro laici, israeliani contro Diaspora, critici del governo contro sostenitori del governo.
Il 7 ottobre avrebbe dovuto ricordarci qualcosa di molto semplice. Hamas non ha chiesto alle proprie vittime quale partito votassero. Non ha chiesto se fossero religiose o laiche, se sostenessero il governo o manifestassero contro di esso, se fossero favorevoli a una determinata soluzione politica. Ha colpito israeliani ed ebrei. Questa constatazione non deve cancellare le differenze e non deve ridurre il dibattito. Deve semplicemente restituirgli la giusta proporzione.

L’unità di cui oggi il popolo ebraico ha bisogno non coincide con l’uniformità. Non significa smettere di discutere, rinunciare alla critica o ignorare gli errori. Significa distinguere ciò che può dividerci da ciò che non dovrebbe dividerci mai: l’esistenza di Israele, la sicurezza delle comunità ebraiche, il rifiuto dell’antisemitismo e una responsabilità reciproca che precede qualsiasi orientamento politico.
La tradizione ebraica lo esprime con una formula nota: Kol Israel arevim zeh bazeh. Tutto Israele è responsabile l’uno dell’altro. Non è una frase sentimentale. È una struttura morale. Significa che il destino dell’altro ci riguarda anche quando l’altro la pensa diversamente da noi. Forse, dopo il 7 ottobre, abbiamo bisogno soprattutto di riscoprire questo significato.

Ed è qui che Fauda torna ad avere un senso che va oltre la televisione. Per anni l’abbiamo guardata pensando che descrivesse un mondo estremo. Dopo il 7 ottobre la realtà è diventata più terribile della fiction e gli stessi autori hanno dovuto fermarsi e ricominciare. Issacharoff ha raccontato che scrivere questa stagione gli ha permesso di trasferire una parte del dolore e della rabbia dentro una storia. È un processo che riguarda, in forme diverse, tutti noi. Prima o poi il trauma deve trovare una forma: una preghiera, una cerimonia, un libro, una serie, un articolo. Qualcosa capace di trasformare il dolore in memoria e la memoria in responsabilità.

Forse è per questo che vale la pena guardare oggi la quinta stagione di Fauda. Non per cercare una ricostruzione del 7 ottobre, né per trovare risposte semplici a una storia che di semplice non ha nulla. Ma per tornare per qualche ora dentro una paura che il tempo ha cominciato inevitabilmente ad attenuare. Non dobbiamo vivere permanentemente dentro quella paura, perché sarebbe una vittoria del terrorismo. Ma non dobbiamo neppure permetterle di dissolversi nell’abitudine.

Tra qualche settimana sarà il 7 ottobre per la terza volta. Ci saranno cerimonie, discorsi, fotografie, video e candele. Poi arriverà l’8 ottobre. Ed è forse quello il giorno più difficile per la memoria, perché commemorare una data è relativamente semplice. Più difficile è decidere che cosa quella data debba significare nei giorni successivi.
Tra paura e oblio esiste uno spazio. Per il popolo ebraico quello spazio ha sempre avuto un nome preciso: memoria. Oggi, però, ricordare non basta più. La memoria deve diventare responsabilità, capacità di restare uniti nelle differenze e volontà di non delegare agli altri il compito di raccontare ciò che è accaduto.

In una parola, leadership.

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