Trump blocca i finanziamenti alla UNRWA: un messaggio chiaro al mondo intero

Ugo Volli
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Medio Oriente

Trump blocca i finanziamenti alla UNRWA: un messaggio chiaro al mondo intero

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Ugo Volli
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L’amicizia di Trump per Israele si conosceva da tempo (anche se durante le elezioni e nei primi tempi della presidenza non sono mancati i soliti sinistri propalatori di fake news a sostenere addirittura che fosse antisemita). In conseguenza a questa amicizia Trump ha fatto scelte importanti, a partire dalla designazione di David Friedman come ambasciatore americano in Israele, prima ancora di essere ufficialmente nominato presidente. Una scelta che per reazione indusse Obama negli ultimi giorni della sua presidenza a far passare una indegna mozione di condanna di Israele al consiglio di sicurezza dell’Onu, come ha raccontato John Kerry nel suo recente libro di memorie.

Poi ci sono stati lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, una serie di accordi militari, la difesa di Israele all’Onu e negli organismi internazionali, il rifiuto della giurisdizione punitiva della Corte dell’Aia, la difesa di Israele dall’Iran anche nel colloquio con Putin, la chiusura della rappresentanza diplomatica dell’autorità palestinese a Washington, il blocco dei finanziamenti alla stessa organizzazione e all’UNRWA. Quest’ultima è la scelta più importante, non solo sul piano finanziario (circa 360 milioni di dollari l’anno da decenni).

L’UNRWA infatti, sotto le vesti nobili di un’agenzia umanitaria dell’Onu, è uno dei principali responsabili della continuazione del conflitto fra arabi e israeliani. Ci sono tre aspetti principali di questa responsabilità. In primo luogo, l’UNRWA ha adottato una definizione dei “rifugiati palestinesi” che assiste davvero unica, che di per sé determina la continuazione della violenza. Essa definisce infatti “rifugiato palestinese” una persona “il cui normale luogo di residenza è stata in Palestina tra il giugno 1946 e maggio 1948, che ha perso sia l’abitazione che i mezzi di sussistenza a causa della guerra arabo-israeliana del 1948” La definizione di rifugiato dell’UNRWA copre anche i discendenti delle persone divenute profughi nel 1948 indipendentemente dalla loro residenza nei campi profughi palestinesi o in comunità permanenti. Si tratta di una grande eccezione alla normale definizione di rifugiato (per un approfondimento giuridico interessante è utile leggere anche questo articolo). L’eccezione dell’UNRWA non è affatto innocente, non solo perché porta il numero dei rifugiati veri, cioè ancora vivi e non integrati in altri stati, che oggi è stimabile in circa 50 mila, fino ai 5 milioni che l’UNRWA riconosce come rifugiati. Esso tradisce anche il progetto politico di tenere aperta la ferita della guerra, di evitare a tutti i costi la normalizzazione e l’integrazione dei rifugiati che è l’obiettivo di tutte le agenzie umanitarie e in particolare dell’UNHCR, il centro dell’ONU per tutti i rifugiati. E’ un progetto che ha al cuore l’idea del rovesciamento dei risultati della guerra di indipendenza del 1948 e dunque la distruzione di Israele. Se azioni analoghe fossero state usate per i risultati della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa sarebbe sconvolta dal terrorismo di profughi dell’Istria italiana e dei sudeti tedeschi, dei polacchi orientali finiti sotto il dominio russo e di tutte le altre popolazioni che hanno subito lo spostamento dei confini.

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Una seconda ragione è altrettanto grave. L’UNRWA gestisce scuoli, ospedali, forniture di cibo e altri soccorsi nei territori amministrati dall’Autorità Palestinese e da Hamas: tutte azioni umanitarie di cui si vanta. Il problema è che in questa maniera l’UNRWA si sostituisce all’amministrazione dell’autonomia palestinese, assume molte funzioni dello stato. Questo fa sì che le organizzazioni palestiniste possano evitare di preoccuparsi di fornire alla propria popolazione tutti i servizi che ogni stato o amministrazione indipendente deve organizzare, lasciandole libere di usare le proprie risorse e il proprio potere per fare la guerra (armata o diplomatica o politica o terroristica) a Israele. I capi palestinisti non sono responsabili del benessere della loro popolazione, ma solo dell’organizzazione dell’odio per gli ebrei. Non si capisce la loro politica e anche gli orientamenti della loro opinione pubblica se non si considera la funzione di supplenza dell’UNRWA.

La terza area in cui l’UNRWA appoggia la lotta armata (cioè il terrorismo) contro Israele è più diretta. Praticamente tutti i suoi dipendenti (oltre 30 mila) sono arabi assunti fra i suoi supposti assistiti. Buona parte di loro sono membri di organizzazioni terroristiche come Hamas, che vince regolarmente le elezioni sindacali. Essi formulano e insegnano libri di testo che sono fanaticamente anti-israeliani, addestrano i bambini all’uso delle armi, diffondono fanatismo e incitamento alla violenza. Spesso le scuole e gli ospedali dell’UNRWA sono usate dai terroristi come depositi di armi, centri di comando e controllo, piattaforme di lancio dei missili. Quando questi usi sono smascherati l’organizzazione li denuncia e si scusa, ma è evidente una sostanziale tolleranza.

Insomma l’UNRWA è parte del problema del terrorismo palestinese, non certo della sua soluzione. E’ chiaro che nel breve termine il fatto che essa canalizzi aiuti internazionali sugli arabi di Giudea, Samaria e Gaza diminuisce la pressione sul governo e sull’esercito israeliano perché forniscano assistenza (anche se si tratta di cittadini di quel che pretende di essere uno stato autonomo) e che chi nello stato israeliano si trova a interagire con le masse arabe (per esempio il COGAT, l’amministrazione militare che governa le zone C e in parte B degli accordi di Oslo) può vedere con preoccupazione la perdita di finanziamenti dell’agenzia. Ma a medio e lungo termine il suo ridimensionamento e possibilmente lo scioglimento sono fra le condizioni per il ritorno alla calma nella regione. Ha dunque fatto benissimo Trump a togliere i finanziamenti americani. Peccato che, come per tutte le buone scelte dell’amministrazione americana, l’Unione Europea si opponga e cerchi di sostituirsi agli Stati Uniti. In questo progetto di aiuto al terrorismo purtroppo è presente anche l’Italia. E’ una vecchia eredità terzomondista, dominante nel nostro ministero degli esteri. Speriamo che cambi.

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