UNRWA: ipocrisia istituzionalizzata dal 1950

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Mario Del MonteEditor
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Medio Oriente

UNRWA: ipocrisia istituzionalizzata dal 1950

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In diverse occasioni ci siamo occupati dell’UNRWA, l’organizzazione ONU creata appositamente per i rifugiati palestinesi. Questo corpo delle Nazioni Unite, da non confondere con l’UNHCR, l’alto commissariato per i rifugiati, riconosce lo status di rifugiato alla discendenza dei profughi palestinesi indipendentemente dal luogo di nascita ed ha contribuito a rendere ancora più complicate le varie trattative di pace con Israele a causa dell’enorme numero di persone che sono così legittimate a chiedere di tornare a vivere all’interno dei confini dello Stato ebraico.

Come se questo non fosse abbastanza i dipendenti della suddetta organizzazione nell’ultimo mese hanno contribuito, attraverso la diffusione di vignette e post sui social media contenenti chiari incitamenti alla violenza contro gli ebrei, ad inasprire una situazione già molto tesa.

Una denuncia formale effettuata da UN Watch, un sito web che si occupa di monitorare le decisioni e le azioni delle Nazioni Unite, ha portato poche settimane fa al licenziamento di alcuni dipendenti dell’UNRWA e a una pubblica condanna di Ban Ki-Moon nei confronti della violazione del principio di neutralità.

Per analizzare in modo approfondito le opere di questa controversa organizzazione ONU è utile consultare il report del 2014 “Forever Refugees?” redatto dal Jerusalem Institute of Justice, un documento di 34 pagine in cui, dopo aver passato in rassegna i fatti storici che hanno portato alla creazione dell’UNRWA, vengono dettagliatamente descritti gli obiettivi, la struttura gerarchica, gli sponsor economici e la gestione dei vari campi profughi disseminati per il Medio Oriente.

Molta dell’importanza attribuita all’UNRWA dipende dalla formulazione del cosiddetto “diritto al ritorno”, un principio legale che non ha precedenti nella storia e che prevede il rientro all’interno dei confini israeliani di milioni di rifugiati palestinesi. Questo concetto, oltre ad aver bloccato per anni il processo di pace per l’impossibilità logistica di realizzare una tale operazione, ha contribuito per anni a perpetuare nella popolazione palestinese l’idea che prima o poi si sarebbero riappropriati delle terre dove ora sorge lo Stato d’Israele. Inoltre tutto ciò ha fornito una comoda sponda a tutti quei paesi arabi che non hanno mai voluto assorbire i profughi rendendoli poveri e discriminati in tutto il Medio Oriente.

Nel tempo l’UNRWA ha esplicitamente cambiato la sua ragione di esistere e i suoi obiettivi: quando è stata fondata nel 1950 l’organizzazione doveva occuparsi del ricollocamento dei profughi in attesa di una soluzione politica al conflitto da parte della comunità internazionale, oggi nel suo sito ufficiale è rimasta solo una vaga menzione al supporto dei profughi palestinesi che si trovano nei vari paesi del Medio Oriente. Proprio questa ambiguità nell’affrontare il tema ha comportato un trattamento diverso per i profughi palestinesi rispetto a quelli di altre nazionalità di cui si occupa l’UNHCR: grazie all’ereditarietà dello status di rifugiato, i profughi palestinesi sono cresciuti esponenzialmente negli anni diventando uno strumento di pressione nei confronti di Israele e questo trend è destinato a crescere ulteriormente in futuro.

Ad oggi lo staff dell’UNRWA  è quasi completamente composto da palestinesi, opera in paesi che non hanno nessuna intenzione di estendere la cittadinanza all’enorme massa di rifugiati e continua ad agire solo in ragione della perpetuazione di questo inaccettabile status quo. La conseguenza è una palese politicizzazione dell’organizzazione e, in alcuni casi, una connivenza con il sistema di corruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese o, come documentato nella scorsa guerra a Gaza quando i suoi funzionari chiusero gli occhi davanti alla presenza di armi e uomini di Hamas nelle sue strutture, con il terrorismo di matrice islamica. Una politicizzazione che è ben rappresentata dalle continue richieste dell’organizzazione nei confronti di Israele che, a loro avviso, dovrebbe abbandonare qualsiasi meccanismo di difesa nei confronti dei terroristi di Hamas ma anche dai testi diffusi nelle scuole palestinesi che operano sotto la sua egida in cui sono frequenti gli incitamenti all’odio nei confronti degli ebrei e la negazione del diritto all’esistenza dello Stato d’Israele.

Per una maggiore completezza di informazioni è possibile consultare il JIJ-Report-Forever-Refugees-2014

 

Un ringraziamento particolare a Gabriele Zweilawyer per la realizzazione di questo articolo

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