L’Università di Torino e i processi pubblici contro Israele

Continua all'interno dell'ateneo piemontese la diffusione della propaganda propalestinese contro lo Stato Ebraico

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Niram Ferretti
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BDS, pregiudizio antisraeliano

L’Università di Torino e i processi pubblici contro Israele

Continua all'interno dell'ateneo piemontese la diffusione della propaganda propalestinese contro lo Stato Ebraico

Gli odiatori di Israele sono sempre all’opera. Torino, città magica, polo industriale, concrezione di passate austerità e rigorismo etico, è anche luogo in cui l’università cittadina si presta a convegni in cui lo Stato ebraico viene raccontato come una grande distopia, un pulsante centro criminale. Nulla di nuovo, si tratta di roba vecchissima che affonda nella demonologia, in inscalfibili mitologie nere.

Nel suo essenziale libro sulla genesi di quel vero e proprio breviario dell’antisemitismo che è I Protocolli dei Savi di Sion, Norman Cohn ne rende conto, “Esiste un mondo sotterraneo in cui fantasticherie patologiche camuffate da idee vengono agitate da imbroglioni e fanatici semicolti a beneficio degli ignoranti e dei superstiziosi”. E così accade ancora oggi per gli astanti i quali ascoltano quale grande impresa criminale sia Israele, nato sul sopruso e sul sangue di poveri innocenti e di come oggi vi si pratichino vessazioni inenarrabili, soprusi a non finire, segregazioni, torture, discriminazioni, tutte ai danni di un popolo sottomesso il quale cercherebbe come può di sottrarsi al gioco. Questo, in soldoni il brouillon turpe.

All’Università di Torino, il Dipartimento di Culture, Politica e Società, è il luogo in cui, con la benedizione del Magnifico Rettore Gianmaria Ajani, si svolgono seminari e convegni in cui vengono invitati a parlare di Israele untori professionisti, ideologi travestiti da docenti. E’ anche il dipartimento in cui insegnava Angelo D’Orsi, furente antisionista, uno degli ultimi fedeli della vulgata storiografica sovietica. Ha lasciato il segno, anche se, alla sua ultima lezione prima del congedo la conventicola riunita era assai sparuta.

Il prossimo appuntamento antisionista promosso dal Dipartimento è la due giorni di studio che si terrà dal 1 al 2 di Marzo e intitolata a Edward Said, grande nume degli studi postcolonialisti, arabo, già membro dell’OLP e creatore di uno dei testi più fraudolenti del dopoguerra, “Orientalismo”, sacro incunabolo per chiunque voglia apprendere che lo sguardo occidentale sull’Oriente è intrinsecamente razzista e colonialista, un vero e proprio stupro culturale nei confronti dell’innocenza araba brutalmente vittimizzata. Questa la fabula mistificatoria perfetta per menti assai poco allenate ai rigori dei ragionamenti veri e non delle loro parodie.

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Gli studenti che parteciperanno a uno dei seminari in onore del compianto mistagogo, potranno godere di ben tre crediti formativi. Ci si formerà ascoltando personaggi come Illan Pappe, Jamil Khader, Ruba Salih e altri. Quest’ultima venne rimossa dall’Università di Cambridge come moderatrice di un dibattito sul Medioriente per il suo radicato pregiudizio anti-israeliano. Torino, invece, la accoglie a braccia aperte.

Tra i citati tuttavia è Illan Pappe, la star indiscussa di quella narrativa di estrema sinistra che vuole Israele Stato mostro. I suoi libri, “La pulizia etnica della Palestina”, “Una storia moderna della Palestina” sono feticizzati dalla setta dei propalestinesi poiché si presentano come testi i quali raccontano il martirologio del popolo sorto improvvisamente dopo la Guerra dei Sei Giorni e in cui il sionismo è rappresentato come qualcosa di assai simile alla conquista spagnola del Sud America. Smascherato più e più volte come baro e truffatore, e in modo particolare da Benny Morris, la sua nemesi accademica, Pappe ha fatto spallucce dichiarando a proposito di “La pulizia etnica della Palestina” il libro in cui Morris ha ravvisato così tante lacune e deformazioni da ravvisarvi addirittura “un sistema di errori deliberato”:

“Il mio pregiudizio [pro-palestinese] è evidente malgrado il desiderio dei miei colleghi che io aderisca ai fatti e alla ‘verità’ quando ricostruisco realtà passate. Considero tutte queste ricostruzioni vane e presuntuose. Questo libro è scritto da uno che ammette la propria compassione per i colonizzati e non per il colonizzatore, che simpatizza con l’occupato e non l’occupante, che sta dalla parte dei lavoratori e non dei capi. Prova empatia per la donna afflitta e ha poca ammirazione per gli uomini che comandano”

Gli studenti che lo ascolteranno dovranno dunque abbeverarsi all’ennesima risciacquatura del postmodernismo storiografico: non contano i fatti e la loro presunta verità ma la loro versione romanzata. Tutto questo sta ovviamente bene al Magnifico Rettore Ajani, il quale, già in un’occasione precedente, il 17 gennaio del 2017, riconobbe i crismi di scientificità al convegno sempre organizzato dal Dipartimento di Culture, Politica e Società, in cui Salim Vally dell’Università di Johannesburg e attivista BDS, ha potuto dipingere Israele, in linea con le direttive della organizzazione in cui milita, come un paese dove si praticherebbe l’apartheid e in cui i bambini palestinesi verrebbero arrestati di notte nelle loro abitazioni con una media di 500-700 all’anno.  Sempre nello stesso dipartimento, il 26 gennaio del 2017, veniva invitata per un seminario su “Israele e i palestinesi nell’era Trump” la giornalista israeliana di “Haaretz”, Amira Haas, nota a livello internazionale per le sue posizioni visceralmente filopalestinesi. Altre perle sono da aggiungere alla collana, come l’incontro del 10 gennaio 2017 basato su un rapporto presentato all’ONU e confezionato da Richard Falk, altro diffamatore professionista, il quale accusava Israele di apartheid. Era cosi smaccato nella sua fattura di patacca da costringere persino il Segretario Generale delle Nazioni Unite a cassarlo, o come l’incontro del 16 ottobre 2017, in cui un altro attivista BDS, Jeff Helper, da solerte apparatčik quale è, promuoveva l’abituale accusa, ormai un leitmotiv ossessivo.

Il Dipartimento di Cultura, Politiche e Società è insomma cittadella in cui un manipolo di docenti radicalizzati e contigui al gruppo studentesco di estrema sinistra Progetto Palestina, hanno il potere di promuovere queste iniziative e altre già calendarizzate. Progetto Palestina è anche dietro l’evento autogestito intitolato “Giorno della Memoria Antifascista e Antisionista 2018” svoltosi il 24 gennaio scorso, durante il quale un gruppo di studenti dichiaratisi tutti attivisti del BDS, ha voluto sottolineare il presunto sfruttamento della Shoah da parte di Israele, tesi cara al radicalismo di destra e di sinistra quanto ai gruppi jihadisti e nazifascisti. Il Magnifico Rettore, avvisato di quanto si sarebbe svolto e prendendone formalmente le distanze dando assicurazione alla Comunità Ebraica di Torino che avrebbe in qualche modo provveduto, come da comunicato da essa pubblicato, evidentemente il giorno in cui l’evento si è regolarmente svolto, si era assentato dall’ateneo. Si era assentato anche il 18 gennaio del 2017 quando nel Campus Einaudi dell’Università si svolgeva il seminario autogestito “Ricordare Auschwitz per ricordare la Palestina” corredato da dispense universitarie dal titolo infamante “Collusioni tra sionismo e nazifascismo prima e durante la Shoah”.

Questo è lo scenario desolante all’interno dell’ateneo torinese dove vengono allestite vere e proprie piccole ordalie in cui il verdetto è già preordinato: “Si alzi l’imputato Israele, colpevole per il fatto stesso di sussistere”.

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