Il significato politico e storico della festa di Pesach

Ugo Volli
Ugo Volli
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Ebraismo

Il significato politico e storico della festa di Pesach

Ebraismo
Ugo Volli
Ugo Volli

Mercoledì sera gli ebrei di tutto il mondo iniziano la festa di Pesach, la ricorrenza più partecipata e coinvolgente del calendario ebraico insieme al giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). Come accade di frequente nel ciclo delle feste ebraiche, prima dei significati propriamente religiosi, che non mi permetto di commentare qui, Pesach ricorda, sia pure nella luce del racconto mitico, un evento storico-politico fondamentale per il popolo ebraico, anzi l’avvenimento più importante di tutti: la propria costituzione come popolo, la propria liberazione da un’oppressione omicida, la propria vocazione al rapporto con una terra precisa. Gli ebrei, che erano una popolazione oppressa, un grandissimo clan familiare unito da un antenato comune (sono i “figli di Israele”, il nuovo nome dato a Giacobbe dopo la lotta con l’angelo) diventano con Mosè un popolo cosciente della propria identità e capace di lottare per i propri diritti; grazie all’intervento divino si liberano ed escono dalla “casa della schiavitù”; si dirigono verso la terra che è stata loro indicata con un lungo viaggio in cui ricevono i loro ordinamenti religiosi e civili, cioè la Torah, affrontano vittoriosamente le popolazioni che cercano di depredarli e distruggerli, superano numerose crisi politiche e religiose, insomma costruiscono fra mille difficoltà la loro forma di vita. Questo ci dice il racconto della Torah, che viene riassunto e ripercorso nel testo che si legge nella cena rituale delle prime due sere della festa, la Haggadah, un titolo che significa la Narrazione per antonomasia.

Le storie di fondazione, di fuga e di immigrazione non sono rare fra i popoli antichi. Per fare solo un esempio, l’Eneide racconta come Roma sia stata fondata dagli esuli di Troia, fra guerre, interventi divini, lotte intestine. La differenza naturalmente sta nei valori messi in evidenza dalla storia di Pesach, in senso religioso il monoteismo e la Legge, in senso politico la libertà, il passaggio dalla schiavitù all’indipendenza, in senso storico-geografico la vocazione a una terra precisa: gli ebrei escono dalla schiavitù d’Egitto per andare in quella che da allora si sarebbe chiamata “terra di Israele”, con la consapevolezza che se ne fossero stati allontanati, il ritorno a quella patria sarebbe stato il primo dovere e il primo desiderio.

La Haggadah inizia con una clausola molto citata: “ Quest’anno siamo qui, l’anno prossimo saremo in terra d’Israele; quest’anno siamo schiavi, l’anno prossimo saremo liberi” , che viene riecheggiata proprio alla fine con l’augurio “L’anno prossimo a Gerusalemme”. Queste parole così “sioniste” furono scritte molto probabilmente in Babilonia al tempo del Talmud, mille e cinquecento anni fa, formalizzando una ritualità a sua volta millenaria; gli eventi narrati risalgono, secondo la cronologia biblica, a trentacinque secoli or sono. Questa straordinaria continuità storica di una rivendicazione politica e territoriale, oltre che religiosa, si è prolungata negli esili e nelle persecuzioni, nella prosperità e nella miseria, in tutti i paesi e in tutte le condizioni. Essa si ripete ancora oggi, in mezzo a un’epidemia che ci riporta collettivamente dall’illusione di onnipotenza tecnologica alla precarietà della vita umana.

Vi è naturalmente in tutto ciò un senso potentemente religioso, l’esperienza di un rapporto col Santo che ha plasmato universalmente il mondo, anche nelle sue traduzioni non ebraiche; ma vi è anche l’autocoscienza di un popolo che ostinatamente cerca la propria libertà, la propria indipendenza, il proprio luogo, senza lasciarsi logorare dall’oppressione, dall’esilio, dai tentativi di distruggerlo. Festeggiare Pesach vuol dire assumersi questo carico, condividere questo destino, prolungare questa vocazione. Chi si interroga sul “miracolo” di un popolo disperso da venti secoli che si raduna, su una lingua “morta” che rinasce, su un piccolo gruppo etnico che resiste a nemici cento volte più grandi, ma anche chi riflette sulle divisioni e sulla responsabilità collettiva, sull’identità e la molteplicità ebraica, sulla cultura e sulla religione, deve partire da qui, da Pesach e dalla sua narrazione, che è identità.

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