Flydubai, sessantasette minuti: come un attentato sventato diventa «un complotto di Israele»
Il nuovo Dreyfus short ricostruisce il caso del volo flydubai FZ1073. Non è solo una cronaca: è l’anatomia di un riflesso antico che oggi viaggia alla velocità dei social.
Il 30 settembre 2026 un aereo diretto a Tel Aviv ha rischiato di diventare un’arma. A bordo del volo flydubai FZ1073 c’erano 174 passeggeri, 27 dei quali bambini, in gran parte israeliani (ANSA, 30/9; CBS, 30/9). Il copilota ha aggredito il comandante con un coltello e con l’ascia di emergenza, e ha cercato di far precipitare l’aereo.
Lo hanno fermato alcuni passeggeri, entrati in cabina di pilotaggio. Due piloti fuori servizio hanno preso i comandi e portato l’aereo a terra a Tabuk, in Arabia Saudita (Al Jazeera, 1/10). Il comandante, l’indiano Smit Machchhar, è ferito ma vivo.
È, a tutti gli effetti, un miracolo. Eppure sono bastati 67 minuti perché qualcuno lo riscrivesse come una messinscena ebraica. Il paper che Progetto Dreyfus pubblica oggi, «Anatomia di un miracolo che qualcuno vuole far passare per una bufala», parte da qui: non da cosa è successo su quell’aereo, ma da cosa è successo, subito dopo, nelle nostre teste.
Che cosa ricostruisce il paper
Il primo tempo del lavoro è la verifica dei fatti. Chi era l’attentatore, Hammam al-Hammami, e che cosa voleva fare. Secondo gli interrogatori filtrati a Channel 12, puntava a schiantarsi sull’aeroporto Ben Gurion (Open, 4/10).
Avrebbe studiato lo scalo in più voli tra giugno e luglio, rinunciando a un primo tentativo perché a bordo c’era un amico. Secondo Ynet, era stato allontanato da Oman Air per timori di estremismo. Netanyahu parla di «indottrinamento islamista radicale»; il movente ufficiale resta sotto indagine.
Un dettaglio conta più di tutti. L’inchiesta è della procura federale di Abu Dhabi, l’arresto è saudita, il comandante è indiano. Nessuno di questi attori ha interesse a coprire Israele.
Il secondo tempo è la cronologia della menzogna. Dal segnale di emergenza al primo post che accusa Israele di «false flag» passano 67 minuti. In dodici ore si contano 2.963 post ostili su X; nell’ultima ora monitorata, l’82% dei post complottisti accusa Israele o gli ebrei (CAM/ARC).
Il terzo tempo è il fact-check, voce per voce. Il numero FZ1073 non è un codice cifrato sul 7 ottobre: è in uso su quella rotta almeno dall’11 settembre (Plane Finder). Le maschere d’ossigeno non dovevano scendere, perché dipendono dalla pressione in cabina e non dalla quota.
Il video «dell’altro aereo» mostra il volo della nazionale israeliana di basket dell’agosto 2025 (Lead Stories). Il servizio della BBC che «avrebbe rivelato tutto» è un deepfake mai andato in onda (BBC Verify). Le «forze speciali a bordo» erano membri dell’equipaggio in trasferimento, prassi ordinaria delle compagnie (NewsGuard; TheJournal.ie).
Il dubbio che non dubita
Si potrebbe liquidare tutto come rumore di fondo della rete. Sarebbe un errore. Il cuore del paper è un’altra domanda: perché questa bufala, e perché così in fretta?
La risposta è che non si tratta di scetticismo. Lo scettico chiede prove e aspetta. Chi grida al «false flag» dopo 67 minuti non ha verificato nulla, perché in 67 minuti nulla è verificabile: ha solo riconosciuto una storia che conosceva già.
Quella storia ha un copione preciso. Gli ebrei che colpiscono sé stessi per accusare gli altri: dall’11 settembre attribuito al Mossad fino alla negazione del 7 ottobre. Tal-Or Cohen Montemayor, fondatrice di CyberWell, la chiama «auto-vittimizzazione complottista»: l’accusa che «gli ebrei o gli israeliani orchestrino attacchi contro sé stessi».
Il meccanismo si regge sul «cui prodest». A tre settimane dal voto in Israele, «conviene a Netanyahu». Ma l’utilità presunta non è una prova: è il punto in cui il pregiudizio si traveste da ragionamento.
Non è neppure un fenomeno spontaneo. Per il CAM, «la velocità vertiginosa con cui la teoria si è diffusa dimostra che non è stata una reazione spontanea». E il timbro di Stato arriva da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha definito l’attentato «pianificato in modo maldestro» per incolpare l’Iran.
Qui sta la lezione più scomoda. Il complottismo antisemita non ha bisogno di inventare un racconto nuovo. Gli basta un fatto vero e un vuoto di poche decine di minuti, e il vecchio stampo si riempie da solo.
C’è poi un paradosso che il paper mette in luce. Il dubbio legittimo esiste, ma punta altrove. Come ha fatto flydubai ad assumere un pilota allontanato da un’altra compagnia per estremismo? Perché era su una rotta per Israele, nonostante gli impegni del 2020 sulla nazionalità degli equipaggi?
E chi doveva controllarlo? Dal 2021 le verifiche sugli equipaggi stranieri spettano al ministero dei Trasporti e non allo Shin Bet, e in Israele è già scontro politico (Times of Israel; Jerusalem Post). Sono domande serie, con risposte che contano per la sicurezza di tutti. Il «false flag» le seppellisce: il complotto immaginario distrae dalla falla reale.
Perché leggerlo
Il paper è breve per scelta. Sette schede: i fatti, l’attentatore, i 67 minuti, il fact-check, perché è antisemitismo, le domande vere, come difendersi. Ogni affermazione ha la sua fonte, da ANSA e Al Jazeera fino a BBC Verify e NewsGuard, con i fatti verificati al 4 ottobre.
Serve a chi deve rispondere, in famiglia, a scuola o in redazione, a chi ripete che «tanto lo hanno fatto loro». Le regole sono semplici: aspettare, verificare la fonte, non condividere ma segnalare. Sono regole banali, ed è proprio per questo che vanno ricordate quando la rete corre più veloce dei fatti.
Ma il paper chiede anche qualcosa di più. Chiede di riconoscere che la bufala non è un incidente della comunicazione. È il modo in cui un pregiudizio antico si aggiorna, e trova ogni volta un nuovo fatto da divorare.
Su quel volo c’erano 174 persone vive per miracolo. Trasformarle in comparse di un complotto è l’ultima violenza contro di loro.
Il Dreyfus short «Anatomia di un miracolo che qualcuno vuole far passare per una bufala» è disponibile qui:
Flydubai, anatomia di una bufala – Progetto Dreyfus


