La terza elezione consecutiva in Israele, che forse prelude alla quarta

Ugo Volli
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Israele

La terza elezione consecutiva in Israele, che forse prelude alla quarta

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Ugo Volli
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Elezioni Israele 2020. Mancano ormai pochissimi giorni alle nuove elezioni in Israele, il terzo tentativo in un anno di costruire una maggioranza parlamentare capace di dare un governo pieno al paese e i sondaggi, certamente fallibili ma numerosi, sembrano escludere che si possa ottenere questa maggioranza anche stavolta. Non è una situazione insolita: in Spagna si è costituito un governo con maggioranza molto debole dopo quattro elezioni in due anni; i governi italiano, francese, anche tedesco sono più o meno in crisi e dai sondaggi sembra che eventuali risultati elettorali non li confermerebbero, insomma c’è una crisi piuttosto diffusa della democrazia rappresentativa, che al di là delle peculiarità dei singoli partiti deriva da una perdita di egemonia dei tradizionali apparati ideologici (partiti tradizionali, stampa, “stato profondo” e cioè soprattutto sistema giudiziario, diplomatico e universitario), che pure conservano un potere predominante, su larghi strati della popolazione. Al di là delle singole forme in cui questa crisi si manifesta, vi sono sintomi comuni, come la messa sotto accusa da parte del sistema giudiziario o politico di leader che sono espressione di questa spinta (Netanyahu in Israele, Salvini in Italia, Trump negli Usa, Wilders in Olanda ecc.), la sostituzione della stampa con i social media quali mezzi principali di comunicazione politica, naturalmente condannata non solo dagli editori e dai politici, ma anche dagli intellettuali, la mancanza di consenso trasversale anche sui grandi tempi di interesse nazionale.

In Israele le cose sono rese più conflittuali da una serie di fattori, innanzitutto dalla presenza di quasi il 20% dell’elettorato che non si riconosce affatto nelle fondamenta sionista dello stato (non solo gli arabi, ma anche gli estremisti antisionisti di origini ebraiche, soprattutto di estrema sinistra). Vi è poi in generale un sistema politico estremamente parcellizzato in gruppi per così dire tribali, per cui fedeltà collettiva precede le scelte politiche. Per esempio i due partiti religiosi (haredì), che condividono buona parte del programma, sono irrimediabilmente divisi per affiliazione d’origine  fra askenaziti e sefarditi; gli elettori di Israel Beitenu, tendenzialmente nazionalisti, continuano a seguire le posizioni del loro leader Lieberman, anche se da un paio d’anni egli ha reso impossibile la conferma dello schieramento di destra cui naturalmente essi appartengono, per odio a Netanyahu e contrapposizione con i religiosi. Di solito si incolpa delle difficoltà di formare il governo il sistema elettorale israeliano (proporzionale puro, con un collegio unico nazionale, liste degli eletti dipendenti dalle scelte dei partiti, barriera di ingresso piuttosto bassa (3,5%)), accusandolo di favorire la frammentazione politica; ma probabilmente è vero l’inverso: è la frammentazione dell’elettorato, la  personalizzazione delle sue scelte, l’enfasi sulle differenze, che ha determinato questo sistema e la coseguente difficoltà nel produrre maggioranze, che dura da settant’anni, tanto che anche il padre della patria Ben Gurion ne fece più di una volta le spese.

Oggi il paradosso vuole che nel paese permanga una maggioranza chiara a favore delle politiche che Netanyahu ha condotto negli ultimi dieci anni: contenimento della “questione palestinese”, senza rotture ma senza illusione di soluzioni magiche e cercando di gestire il conflitto e di limitare la violenza evitando nei limiti del possibile una guerra; resistenza diplomatica e militare all’imperialismo iraniano con la costruzione di alleanze larghe e in parte sottotraccia con i paesi arabi sunniti; collaborazione piena con chi sostiene Israele (per esempio Trump) e rifiuto di piegarsi alle imposizioni di chi lo avversa (Obama, l’Unione Europea), anche qui però cercando di non rompere e di gestire il conflitto; liberalismo in economia, investimenti in settori innovativi, relazioni non conflittuali con il mondo religioso anche a costo di ritardare la loro integrazione nelle forze armate e di non soddisfare le richieste degli ebrei americani prevalentemente non ortodossi eccetera.

Su questa linea sono infatti schierati non solo il Likud (che vale fra il 25 e il 30% dei voti), ma anche i religiosi (fra il 12 e il 15%) la destra (intorno al 6-8%), ma anche gli elettori di Israel Beitenu (intorno al 6-8%) e perfino qualche elettore del movimento Bianco-Azzurro (che vale anch’esso il 25-30%), ma che è la fusione di tre partiti o movimenti personali, per lo più di centrosinistra. Ha dunque senso sommare la quota elettorale di questo movimento con la sinistra unificata (intorno al 6-8%). A parte vanno considerati i partiti arabi federati: alcuni di essi sono chiaramente vicini a movimenti terroristi, come Hamas, altri sostengono l’Autorità Palestinese, ma anche i più “moderati” sono chiaramente antisionisti, disposti a collaborare eventualmente a un governo solo se per esempio non accettasse il piano Trump e se non esercitasse il diritto all’autodifesa di Israele.

Ecco il paradosso, dunque: esiste nel paese una maggioranza chiara a favore delle politiche incarnate da Netanyahu (elettori del Likud, della destra, dei religiosi, di Israel Beitenu); ed esiste nella rappresentanza politica una maggioranza che vuole “chiunque ma non Netanyahu): arabi, sinistra, bianco-azzurri, Lieberman, magari con l’appoggio di pezzi importanti del sistema giudiziario e mediatico. Il cuore della contraddizione, come è chiaro, è Israel Beitenu e il suo leader Lieberman. Anche perché un fronte incentrato sui bianco-azzurri avrebbe serissime difficoltà a proporre un programma di governo unitario e poi a mantenerlo: Lieberman e gli arabi si sono dichiarati a vicenda incompatibili; Gantz ha detto di volere approvare il piano Trump, che per gli arabi è inaccettabile; bisogna chiedersi che cosa direbbero gli stessi arabi ma anche l’estrema sinistra di Meretz se si rendesse necessaria una difesa militare attiva in Libano e Siria o un’operazione a Gaza.

Gantz ha già detto che non intende imbarcare al governo i partiti arabi, ma questo li lascerebbe solo la possibilità di un governo di minoranza, che non è affatto detto riuscirebbe a comporre e comunque sarebbe dipendente dalla loro astensione alla Knesset, ritirabile in qualunque momento. E del resto non è affatto detto che l’estrema sinistra “post-sionista” di Meretz presenterebbe meno difficoltà. Sia Gantz che Lieberman hanno fatto conto sulla possibile frammentazione dello schieramento di destra e sul tradimento di Netanyahu da parte del Likud; ma queste cose non sono accadute nei mesi scorsi e non si vede perché dovrebbero avvenire adesso, dopo gli ottimi risultati degli ultimi mesi di governo. Dunque è probabile che le consultazioni dopo il 3 marzo saranno di nuovo senza esisto e che si vada a nuove elezioni a settembre. Nel frattempo il processo a Netanyahu inizierebbe, ma non è affatto detto che questo vada a suo danno, perché nell’impostazione dell’accusa vi sono numerosi elementi problematici che emergerebbero a un dibattito pubblico che Netanyahu ha sempre voluto e mai ottenuto, come non ha mai ottenuto un confronto con Gantz. Insomma al momento non si vedono soluzioni per lo stallo del sistema politico israeliano. Non resta che sperare in una spinta innovativa dell’elettorato.

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