Israele: lo stallo post elezioni si preannuncia lungo e difficile da sbloccare

Una paralisi del sistema politico israeliano che probabilmente si prolungherà, ma che non blocca lo stato o l’economia

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele

Israele: lo stallo post elezioni si preannuncia lungo e difficile da sbloccare

Una paralisi del sistema politico israeliano che probabilmente si prolungherà, ma che non blocca lo stato o l’economia

Israele
Ugo Volli
Ugo Volli

Le elezioni israeliane si sono concluse da una settimana, con un risultato molto diverso da quello che era stato annunciato dai primi analisti. Non è vero che Netanyahu sia stato sconfitto, né che Gantz abbia vinto, almeno se si considerano i risultati nel loro senso politico, e non come una competizione sportiva. Likud e Bianco-azzurri sono sostanziale parità (32 a 33), i due blocchi politici anche (55 a 54), se si bada alle raccomandazioni fatte al Presidente Rivlin su chi debba formare il nuovo governo. E infatti Rivlin ha designato Netanyahu per il primo tentativo.

Bisogna fare quattro osservazioni a proposito di questi blocchi. La prima è che ovviamente nessuno dei due gruppi raggiunge la maggioranza di 61 deputati né ha la possibilità di raccoglierla facilmente se i confini attuali fra le forze politiche reggono. La seconda è che fra coloro che raccomandano Gantz vi sono dieci deputati dei partiti arabi (senza i tre estremisti di Balad che si sono dissociati dalla posizione della lista unitaria araba). Questi dieci deputati sarebbero indispensabili alla maggioranza di Gantz anche se al suo blocco si unisse per esempio il movimento di Liberman, che si è astenuto dalla designazione del candidato primo ministro. Ma su temi fondamentali, come il rapporto con l’Autorità palestinese e Hamas essi dissentono dai partiti sionisti, per la semplice ragione che sono contrari allo Stato ebraico. Dunque in casi critici come un’operazione a Gaza farebbero mancare la maggioranza al governo. Il loro è un gioco tattico contro Netanyahu, non una possibilità reale di governo. E dunque Gantz resta molto lontano dalla maggioranza.

La terza osservazione è che la crisi attuale non è dovuta a un mutamento dei rapporti di forza o dell’opinione dominante dell’elettorato fra destra e sinistra. Semplicemente un frammento di quel che era negli ultimi dieci anni il blocco di destra, quello di Liberman, ha deciso di giocare in proprio contro Netanyahu e contro i partiti religiosi, spacchettando i temi che insieme costituivano l’identità comune del centrodestra israeliano e giocando una politica tutta mirata ad accrescere il proprio potere negoziale. Non è Netanyahu che abbia perso, né questa né la scorsa votazione, è Liberman che per affermare la propria posizione impedisce la formazione di un governo. Blocca la sinistra, perché sui temi della sicurezza si dice incompatibile con i partiti arabi e blocca la destra, perché rifiuta di stare in un governo presieduto da Netanyahu (per ostilità personale) e comunque non vuol fare compromessi con i religiosi.

La quarta è che la sola alternativa a questo schieramento per blocchi è un governo di unità nazionale, che però è bloccato dal fatto che i binco-azzurri si sono uniti sulla base del tentativo di eliminare politicamente Netanyahu, che resta solidamente il leader del Likud. Dunque o i bianchi-azzurro o una loro fazione rinuncia alla conventio ad escludendum di Netanyahu; o il Likud procede al parricidio del suo leader, o questo accordo non si può fare. Tutta questa situazione è dunque frutto della divisione dell’elettorato israeliano in “tribù” piuttosto piccole, spesso centrate su un leader e abbastanza litigiose: una divisione che il sistema elettorale proporzionale puro con una soglia bassa per l’ammissione alla rappresentanza non fa che esaltare.

E’ facile prevedere che in queste condizioni il tentativo di Netanyahu è destinato a fallire e probabilmente lo sarà anche quello successivo riservato a Gantz, se non altro per rappresaglia da parte del Likud. Potrà esserci forse un terzo tentativo estremo, in cui si accetti un’alternanza fra leader. Se anch’esso fallirà, si andrà di nuovo a elezioni. Sarà fastidioso e ci saranno lamentele, ma non si tratta di una situazione strana. I sistemi politici democratici in questo periodo risentono di una notevole instabilità e di un certo distacco fra rappresentanza ed elettorato, soprattutto perché vi è un distacco più generale fra ciò che i ceti intellettuali, i media e talvolta lo “stato profondo” (magistratura, servizi di sicurezza, organizzazioni economiche e internazionali) ritengono sia giusto e ciò che una frazione crescente della popolazione, spesso la maggioranza, sceglie. Si parla spesso di “populismo”, come se il problema fosse dalla parte delle forze politiche che raccolgono questo movimento collettivo, ma la questione riguarda innanzitutto gli elettori, che nutrono idee e desideri difformi da quelli dell’establishment, che di fronte a questa offensiva fa blocco e nega le elezioni, come in Italia e in Gran Bretagna, o si divide, si estremizza senza riesce a mettersi d’accordo come in Spagna (fra un paio di mesi di nuovo al voto per la quarta volta in un anno e mezzo), gli Stati Uniti o Israele.

Per quanto riguarda lo stato ebraico, l’economia sta bene, la sicurezza è presa in cura lucidamente dal governo uscente, oltre che dai servizi e dalle forze armate. Insomma lo stato non è paralizzato. E’ forse meglio rinviare la soluzione, chiedere all’elettorato di ripensare alle proprie divisioni e di dare un messaggio più chiaro sulla gerarchia delle scelte politiche, piuttosto che una soluzione pasticciata, che potrebbe portare alla paralisi vera o a un potere di veto da èparte di partiti antisistema come il blocco arabo.

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