Il rebus della politica israeliana dopo nove elezioni che non hanno cambiato nulla

Ugo Volli
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Israele

Il rebus della politica israeliana dopo nove elezioni che non hanno cambiato nulla

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Ugo Volli
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Le elezioni israeliane – le seconde in sei mesi, dopo che i risultati di quelle di Aprile non avevano permesso la formazione di un governo – si sono concluse in maniera sostanzialmente analoga alle precedenti. Non vi sono dunque vincitori.I due grandi partiti sono alla pari (32-32). Bibi Netanyahu non è riuscito a ottenere una maggioranza senza Lieberman, che non vuole parteciparvi benché si proclami nazionalista, in odio a lui e in opposizione ai religiosi.

Ma neppure Gantz ha una maggioranza, perché non è possibile sommare ai seggi veri del centrosinistra (43), che sono nettamente meno di quelli del centrodestra (54), quelli della lista araba (12), che è infeudata ai movimenti palestinisti e perfino legata ai terroristi di Hamas. Né tantomeno è possibile unire questi a quelli di Lieberman (9), come servirebbe per avere la maggioranza. I partiti arabi sono sempre rimasti fuori dalle maggioranze di governo in Israele, per loro scelta dato che sono contrari allo stato ebraico, e per tacito accordo fra gli altri partiti che li hanno sempre considerati antisistema. Furono però inclusi e anche determinanti nell’approvazione dei trattati di Oslo, coi risultati negativi che si sono visti. Dato che un’operazione militare a Gaza e una guerra con Hezbollah sono possibilità molto concrete per il prossimo futuro, è chiaro che non potrebbero né vorrebbero partecipare a un governo che le sostenesse. Ipotizzare un blocco di centrosinistra con loro è peggio che un errore, un rischio gravissimo per il paese.

Un governo di unità nazionale con l’unione dei due grandi gruppi e magari l’appoggio di Lieberman non è possibile allo stato, perché il Likud lo farebbe solo con la presidenza di Netanyahu e il raggruppamento di Gantz si è unito sulla base dal progetto di rimuoverlo, come vuol fare anche Lieberman.

A questo punto, dopo la liturgia delle consultazioni, i risultati possibili sono solo tre. La prima è di tornare ancora alle elezioni. A nessuno piace, ma non è uno scandalo, la Spagna ha appena convocato le quarte elezioni in due anni. Certo che Israele ha di fronte sfide molto più gravi della Spagna, ma ormai vive in regime di governo prorogato da quasi un anno e non vi è stato vuoto di potere o paralisi per questo.

La seconda opzione è che Gantz riesca a fare un governo di sinistra con gli arabi, magari solo in appoggio esterno; sarebbe un governo molto debole e pericoloso per Israele, continuamente sotto il ricatto di gruppi politici ostili allo stato ebraico. La terza ipotesi è che vi sia un cambiamento interno ai grandi partiti, che i bianco-azzurri, che sono una federazione di quattro gruppi, si dividano e qualcuno vada a destra, il che appare piuttosto improbabile, dato che vorrebbe dire sconfessare tutto il progetto politico di quest’ultimo anno e piegarsi a Netanyahu.

Oppure potrebbe accadere che il Likud sconfessi Netanyahu, in cambio per esempio della posizione di premier per qualche suo membro e che si formi un governo di centro, che lasci all’opposizione arabi, estrema sinistra, destra e religiosi. Anche quest’ultimo sarebbe un risultato che comporta un danno per Israele, che si troverebbe a fare a meno del suo leader più prestigioso, il solo che tratti da pari a pari con Putin e Trump. Ma ci sarebbe comunque un governo capace di reggere.

Nessuno può dire quale di questa soluzioni prevarrà, anche perché oltre ai seggi alla Knesset bisogna tener conto di due fattori, entrambi contrari a Netanyahu: il ruolo importante del presidente della repubblica Rivlin, che è sì del Likud, ma personalmente nemico di Netanyahu, e l’azione del sistema giudiziario che l’ha preso di mira e potrebbe arrivare fra un mese a un’incriminazione e fra un anno a un processo.

Bisognerà attendere dunque la consultazioni di Rivlin, l’assegnazione dell’incarico al politico più indicato dai partiti (che potrebbe essere Gantz se gli arabi lo indicheranno, Netanyahu altrimenti), probabilmente entro fine mese, quando inizia il ciclo delle feste ebraiche; poi sei settimane a sua disposizione per tentare di costituire una maggioranza, presumibilmente fino a metà novembre; se non ci riuscirà ci saranno altre sei settimane, più o meno fino ai primi giorni del 2020, per un secondo candidato scelto da Rivlin (ragionevolmente l’altro fra Gantz e Netanyahu che non era stato designato al primo turno). Se anch’esso fallisse, si tornerebbe alle elezioni, verso aprile. Quella israeliana insomma è una democrazia piena di freni e di problemi, come in tutte le società avanzate. Ma una democrazia sana, libera, partecipata, trasparente. Non potrebbe esserci maggiore differenza rispetto all’opacità, alla violenza e all’autocrazia di tutte le società che la circondano in Medio Oriente.

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