25 anni dopo Oslo: l’illusione di un accordo con chi vuole la tua distruzione

Un bilancio degli storici accordi firmati da Rabin Arafat 25 anni fa nella capitale norvegese

Ugo Volli
Ugo Volli
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Editoriali, Medio Oriente

25 anni dopo Oslo: l’illusione di un accordo con chi vuole la tua distruzione

Un bilancio degli storici accordi firmati da Rabin Arafat 25 anni fa nella capitale norvegese

Editoriali, Medio Oriente
Ugo Volli
Ugo Volli

Sono appena passati i venticinque anni dagli accordi di Oslo e nessuno ha celebrato in maniera particolarmente festosa il quarto di secolo di un’intesa che fu presentata allora come storica. C’è stato un tentativo di convegno promosso dai sostenitori dell’accordo presso l’albergo American Colony di Gerusalemme (che è una collocazione molto significativa perché è il luogo dove alloggiano giornalisti e politici anti-israeliani quando vengono a Gerusalemme, una sorta di anti-King David). Dico un tentativo, perché il convegno è stato impedito da una manifestazione di militanti palestinisti, che l’hanno accusato di “normalizzazione”.

Né in Israele né negli Stati Uniti vi sono state celebrazioni, anzi la recente politica mediorientale di Trump è stata letta dagli analisti più acuti, come Caroline Glick nel senso di disfare il falso processo di pace, quello di Oslo, per poter iniziare un processo vero, a partire dalla situazione reale. Il sostegno alla proposta dei due stati, che peraltro non è contenuta negli accordi, come potete verificare leggendone qui è arrivato ai suoi minimi storici.

Attualmente non esiste una maggioranza per la soluzione dei due stati al conflitto israelo-palestinese nei sondaggi delle due istituzioni che hanno monitorato l’opinione pubblica israeliana sulla questione più a lungo, l’Israel Democracy Institute e il Tami Steinmetz Center for Peace Research ( e prima ancora l’Institute for National Security Studies) all’Università di Tel Aviv. Un sondaggio presentato da Dr. Dahlia Scheindlin lo scorso mese dal Centro di Steinmetz ha rilevato che il 49% degli israeliani, incluso solo il 43% degli ebrei, attualmente sostiene uno stato palestinese, molto meno del 71% degli israeliani che sostengono la soluzione dei due stati al picco di quel supporto nel 2010. Scheindlin e il suo collega di sondaggi palestinese, il dott. Khalil Shikaki del Centro palestinese per la politica e la ricerca sulle indagini di Ramallah, hanno detto che il loro numero ha trovato “il più basso [sostegno per la soluzione a due stati] in quasi due decenni di ricerca congiunta israelo-palestinese “. Insieme all’università di Tel Aviv, l’IDI ha iniziato a chiedere del paradigma di una soluzione a due stati nel suo indice di pace mensile del dicembre 1999. In quel sondaggio, due terzi degli israeliani appoggiavano la creazione di uno stato palestinese. […] La scorsa settimana, quando l’indice della pace ha chiesto “Sostieni o non supporta attualmente la firma di un accordo di pace basato sulla formula di due stati per due popoli?“, Solo il 47% degli ebrei israeliani ha risposto affermativamente, e il 46% ha risposto di no.

Perché questo crollo di consenso, che a sua volta spiega la prevalenza in tutte le elezioni dei partiti “oslo-scettici”, guidati dal Likud? La ragione è molto semplice. Coloro che sostenevano gli accordi (25 anni fa una strettissima maggioranza alla Knesset, 61 contro 59) pensavano che la costruzione di un’autonomia palestinese (non necessariamente di uno stato, che negli accordi non c’è, vale la pena di ripeterlo), fosse la base della pace e della convivenza basata sul riconoscimento reciproco. I palestinisti non la vedevano così. Per dirla con le parole di uno dei leader storici di Hamas, Khaled Mash’al

“Accettiamo uno stato entro i confini del 1967. Crediamo che ciò possa essere raggiunto solo attraverso la lotta e i sacrifici, ma se ciò sarà realizzato attraverso negoziati, non accetteremo le concessioni – non concederemo il resto della Palestina e non riconosceremo Israele “.

Si dirà: questo è Hamas, i dirigenti di Fatah sono diversi. Ebbene no, vale la pena di guardare i documenti raccolti in questa pagina dal meritorio centro Palestinian Media Watch per averne le prove.

Per esempio Arafat:

“Questo accordo [Oslo], non lo consideriamo più dell’accordo che era stato firmato tra il nostro profeta Maometto e i Quraish [della Mecca, una pace che Maometto ruppe a tradimento appena gli convenne, un anno dopo]” [Registrazione audio del discorso di Arafat a Johannesburg, 10 maggio 1994].

Ecco la testimonianza di Abd Al-Bari ‘Atwan, direttore del giornale libanese Al-Quds Al-Arabi : “Dopo la firma degli accordi di Oslo, sono andato in Tunisia per visitarlo [Arafat] … [Arafat] mi ha detto:

“Per Allah, li farò impazzire. Farò di questi accordi di [Oslo] un disastro per loro. Non sarà nella mia vita, ma vedrai gli israeliani scappare dalla Palestina. Abbi un po ‘di pazienza.”

Ibrahim Mudayris, funzionario dell’Autorità Palestinese presso il Ministero degli affari religiosi:

“Potremmo tornare ai confini del 1967 con la diplomazia, ma non saremo in grado tornare ai confini del 1948 [cioè eliminare Israele] con la diplomazia: i confini del 1948 – nessuno sulla terra lo riconosce come nostro – quindi torneremo ai confini del 1967, ma non abbiamo rinunciato alle [città israeliane] Gerusalemme e Haifa, Giaffa, Lod, Ramle e Tel Aviv … La terra della Palestina otterrà il ritorno dei palestinesi al modo in cui Muhammad tornò- come conquistatore”. [Tv ufficiale dell’AP, 4 febbraio 2005].

Abd Al-Aziz Shahin, Ministro delle Forniture PA:

“Il popolo palestinese ha accettato gli Accordi di Oslo come primo passo e non come un insediamento permanente, basato sulla premessa che la guerra e la lotta nella terra sono più efficienti di una lotta da una terra lontana (cioè la Tunisia) … il popolo palestinese continuerà la rivoluzione fino a raggiungere gli obiettivi della rivoluzione del ’65 … (cioè, la distruzione di Israele)” [Al-Ayyam, 30 maggio 2000]

Abbas Zaki, membro del comitato centrale di Fatah:

“Anche se l’accordo [proposto] riguarda i confini del 4 giugno [1967], il presidente [Mahmoud Abbas] comprende, noi capiamo, e tutti sanno che è impossibile realizzare l’idea ispiratrice o il grande obiettivo [di rimuovere Israele ] in un colpo solo Se Israele si ritira da Gerusalemme, se Israele sradica gli insediamenti, i 650.000 coloni, se Israele toglie la barriera (di sicurezza) – che cosa sarà di Israele? Israele arriverà alla fine Se dico che voglio distruggerlo, questo è, grande, grande, maè difficile [da dire] Questa non è una politica [da dichiarare] Non puoi dirlo al mondo, puoi dirlo a te stesso”. [Al-Jazeera TV, 23 settembre 2011].

Vale davvero la pena di vedere questi filmati. Fin dall’inizio per i palestinisti il “processo di pace” è stata una menzogna, un trucco. E non lo capivano i governanti israeliani? Qui il discorso dev’essere approfondito. Dai documenti emerge sempre di più una differenza radicale fra Peres e il suo entourage, fra cui era in posizione preminente Yossi Beilen, che avevano una posizione molto ideologica e fideistica e Rabin, che non si fidava affatto, detestava Arafat ed era un avversario politico e personale di Peres. Sui loro rapporti e sul modo in cui questo influenzò l’adesione di Rabin agli accordi, è molto utile leggere questo articolo.

All’accordo che legittimava un gruppo di efferati terroristi, riconosciuti come tali dalla comunità internazionale, isolati e in crisi e li faceva entrare in Giudea, Samaria e Gaza, dando loro potere, armi, denaro e legittimità internazionale, c’erano delle alternative, per esempio la trattativa con i capi delle tribù locali. Questa era la scelta che Rabin preferiva, ma non fu in grado di realizzarla, perché Peres aveva in mano il partito laburista ed era in grado di scalzarlo. I mali che seguirono agli accordi, le migliaia di israeliani uccisi, le ondate terroristiche, la campagna internazionale per il riconoscimento di uno stato guidato dai terroristi derivano dalla prevalenza della linea di Peres su quella di Rabin, che fu resa definitiva dal suo orribile assassinio due anni dopo Oslo.

Oggi comunque è chiaro che non c’è nulla da festeggiare in questo anniversario, che fu il culmine di un’illusione collettiva. Solo il realismo dei rapporti di forza e la lotta senza compromessi al terrorismo e alle forze che hanno l’obiettivo di distruggere Israele e gli ebrei (i palestinisti, ma anche Hizbullah, la Fratellanza Musulmana, gli ayatollah che dominano l’Iran ecc.) può permettere a uno stato piccolo e isolato come Israele di sopravvivere nel violentissimo contesto mediorientale. E solo la forza di Israele può assicurare la pace interna e ai confini.

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