Elezioni in Israele: strategie a confronto

Ugo Volli
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Israele

Elezioni in Israele: strategie a confronto

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Ugo Volli
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Elezioni in Israele: strategie a confronto. Chi pensa a un paese e a un popolo come suoi, soprattutto da lontano, lo idealizza in molti modi: se è presuntuoso e se ne vuol distaccare si permette di giudicarlo secondo criteri diversi da quelli che applica normalmente, proponendosi come maestro di morale; se invece lo ama e lo appoggia lo a tende a farsi delle illusioni sulla sua unità. Applicato a Israele, realizzazione storica di un popolo esiliato e perseguitato per millenni, il primo atteggiamento è ignobile, ma anche il secondo è sbagliato, destinato a produrre illusioni e delusioni.

Lo si vede bene in queste elezioni. Lasciando da parte i partiti religiosi che più che avere una strategia per il paese tutelano i loro gruppi di riferimento, come si vede nel rifiuto del servizio militare obbligatorio per i frequentatori delle scuole religiose e ignorando i dettagli, si confrontano due blocchi. La destra non crede almeno a breve termine che una trattativa coi gruppi palestinisti, individua l’Iran come nemico principale, ha un atteggiamento realista in politica estera, coltivando buoni rapporti con i paesi sunniti impauriti dall’Iran, con le nazioni dell’Europa orientale e naturalmente con Trump, non rinunciando a cercare rapporti con la Russia di Putin e perfino con un avversario ideologico ma un importante partner commerciale come la Turchia. Dall’altra parte c’è una sinistra più o meno estrema che coltiva ancora l’illusione dell’Autorità Palestinese partner per la pace e tende ad allinearsi con il vecchio consenso “progressista” dell’attuale dirigenza europea e dei democratici americani, ignorando la loro fondamentale ostilità per lo stato ebraico (proprio perché ebraico, perché stato nazionale degli ebrei).

E’ una divisione che è nata con Oslo. Oggi si tende a dimenticare quale azzardata scommessa sia stato quell’accordo, promosso da Peres e seguito un po’ obtorto collo da Rabin contro le promesse elettorali, con una minima maggiornza parlamentare in cui non solo furono determinanti i partiti arabi nemici del sionismo ma ci furono dei deputati letteralmente comprati con incarichi di goverrno e doni materiali. La scommessa era doppia: da un lato trasformare un gruppo di terroristi in pacifici amministratori e dall’altro ottenere la pace in cambio della concessione dell’autonomia (che solo dopo fu intesa come stato) degli arabi locali. L’esperienza ha mostrato che entrambe le  scommesse erano sbagliate. I terroristi sono rimasti interessati alle diverse forme del conflitto con Israele, non al benessere del loro popolo; ma soprattutto essi non erano affatto interessati, propaganda a parte, a far nascere uno stato, bensì a cacciare gli ebrei dalla terra che considerano araba, e possibilmente a massacrarli. Fatto questo, che stato e che governo possano reggere la terra di Israele e la sua popolazione non ha per loro molta importnza: purché si tratti di musulmani, naturalmente.  

L’aspetto più inquietante di queste elezioni è che esse mostrano che le illusioni di Oslo persistono non solo fra i socialisti più o meno estremi, gli anarchici e gli odiatori dell’ebraismo che sono numerosi come sempre fra accademici, scrittori e altri sedicenti intellettuali; ma esse albergano anche in importanti settori dello “stato profondo”. Che ben tre ex capi di stato maggiore dell’esercito israeliano siano oggi alla guida di un nuovo partito che per la prima volta da tempo ha la possibilità di cacciare dal governo non solo Netanyahu, ma la destra; che il loro leader Benny Gantz, terzultimo a comandare l’esercito abbia dichiarato di voler fare con gli insediamenti israeliani oltre la linea verde ciò che Sharon fece a Gaza (e si vede con che risultati), è estremementa significativo. Non vuol dire naturalmente che l’esercito di Israele sia di sinistra, perché si tratta di un’armata di popolo, che quindi condivide le opinioni negative che continuano a essere maggioritarie nella popolazione su Oslo e i suoi risultati. Ma vuol dire certamente che i suoi vertici (autoperpetrati attraverso un processo di cooptazione ancora più impermeabile alla volontà popolare di quanto non sia quell’altro corpo separato fortemente orientato a sinistra che è la corte suprema) conserva le illusioni di trent’anni fa e non ha preso pienamente coscienza del fallimento dell’ideologia “terra in cambio di pace” e neppure delle trasformazioni profonde della geopolitica intorno a Israele. Il che suscita apprensioni non solo per il risultato elettorale, dove la destra potrebbe comunque prevalere grazie alla sua superiore capacità di colazione, ma anche sulla gestione della sicurezza del paese.

La verità è che Israele ha potuto giocare con successo la sua grande partita strategica nell’ultimo decennio grazie alla capacità di Netanyahu di contenere questo stato profondo, rifiutano per esempio il disastroso accordo con l’Iran che Gantz invece accettava. Non a caso l’amministrazione Obama ha spesso cercato di far valere un asse con lo stato maggiore e con gli apparati di sicurezza di Israele per neutralizzare l’opposizione di Netanyahu. Questa è la divisione politica che spesso per amore di Israele abbiamo cercato di ignorare: non si tratta naturalmente di mettere in dubbio il sionismo e il patriottismo dei generali che si candidano a guidare Israele né dell’apparato che in qualche modo rappresentano. Ciò che va discusso è la loro lucidità politica, il rischio di un secondo azzardo dopo quello di Oslo o più probabilmente di una politica miope, incapace di prendere l’iniziativa perché legata ai vecchi schemi del secolo scorso. Saranno gli israeliani a decidere, com’è giusto, non il resto del popolo ebraico. Ma anche da lontano, anche e soprattutto con amore è importante considerare con lucidità un’occasione elettorale che certamente ha un valore storico.

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