La punizione di un traditore

La condanna per spionaggio dell'ex ministro israeliano Segev ci consente di ricordare alcuni fatti legati agli Accordi di Oslo

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente

La punizione di un traditore

La condanna per spionaggio dell'ex ministro israeliano Segev ci consente di ricordare alcuni fatti legati agli Accordi di Oslo

Israele, Medio Oriente
Ugo Volli
Ugo Volli

Questa è una storia triste, che bisogna raccontare per dovere di cronaca e anche perché c’è una lezione da trarne. Partiamo dal nudo fatto di cronaca, di per sé antipatico. L’altro giorno un cittadino israeliano di nome Gonen Segev ha ammesso davanti al tribunale distrettuale di Gerusalemme di aver compiuto atti di spionaggio a favore dell’Iran e ha patteggiato una condanna a 11 anni di prigione. Segev ha ammesso le accuse di spionaggio, ma ha spiegato che stava cercando di aiutare Israele e tornare come “eroe” facendo finta di spiare per l’Iran. Sono spiegazioni che lasciano il tempo che trovano per un personaggio che è stato condannato al carcere e a cui è stata tolta la licenza medica in Israele per aver contrabbandato droga dall’Olanda e aver cercato di truffare una banca prelevando contanti con una carta dicendo che gli era stata rubata. Negli ultimi dieci anni aveva vissuto in Nigeria facendo il medico e lì era stato reclutato dall’Iran.

Sembrerebbe una storia di normale delinquenza, da rubricare nel fatto che Israele è un paese normale che non solo ha ormai la propria quota normale di “ladri e prostitute”, come prevedeva Ben Gurion, – se non fosse per il fatto che Segev era portatore di un passaporto diplomatico, in quanto ex deputato ed ex ministro dell’energia. E qui viene il punto su cui vale la pena di riflettere. Nato in una cittadina a nord di Haifa, sconosciuto al pubblico, Segev aveva aderito all’inizio degli anni Novanta  aderì al partito di destra Tzomet, fondato e presieduto da Rafael Eitan.

Nelle elezioni del 1992 fu eletto deputato in quella lista, ma due anni dopo ne uscì per appoggiare gli accordi di Oslo 2, per cui Rabin non aveva la maggioranza parlamentare e cui il suo partito si opponeva; fu ricompensato per questo cambiamento di idee con il posto di Ministro dell’Energia, mentre il suo compagno di “conversione”Alex Goldfarb  che era già viceministro, pretese “una Mitsubishi con autista”. Con questi due reclutamenti (e con l’apporto determinante dei partiti arabi) Rabin, che aveva delle resistenze, e soprattutto Peres, che era davvero convinto, riuscirono a far approvare alla Knesset il più disastroso accordo della storia israeliana con un risicatissimo margine di 61 a 59.

Vale la pena di ricordare questo episodio per aiutare la memoria di chi a sinistra si lamenta dello “stretto” margine di approvazione della legge su “Israele stato nazionale del popolo ebraico” votata il luglio scorso alla Knesset (62-55  e che è adesso in discussione alla Corte suprema). E anche per coloro che pensano che la sinistra abbia un monopolio della moralità. Il patto stretto allora dai laburisti con Segev e Goldfarb è molto più grave rispetto alle accuse che vengono mosse oggi contro Netanyahu, ma l’apparato poliziesco e giudiziario orientato a sinistra non ha mai indagato sul tema, come del resto non ha indagato sulla proposta di legge per favorire i giornali contro Netanyahu, proibendo la diffusione della stampa gratuita, approvata allora da tutta la sinistra, contro cui Netanyahu si dimise cinque anni fa, provocando le elezioni del 2014. ma si sa che la memoria raramente conserva traccia degli episodi sgradevoli. Oggi finalmente Segev, contrabbandiere di droga e di voti raggiunge il luogo che è più adatto a lui, un carcere israeliano. Ma il reclutamento più grave e più dannoso per il paese che ha accettato non è accaduto qualche anno fa in Nigeria, ma nel 1994 a Gerusalemme.

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