Chiusura Santo Sepolcro, proteste contro la fine dei privilegi immobiliari

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Chiusura Santo Sepolcro, proteste contro la fine dei privilegi immobiliari

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Da domenica la Chiesa del Santo Sepolcro non apre le sue porte in segno di protesta per la fine dei previlegi immobiliari preannunciata dal sindaco di Gerusalemme Nir Barkat.

Come spesso accade quando si parla di religione, la confusione alimenta polemiche e fraintendimenti. Alla base del contendere ci sono le esenzioni immobiliari di cui godono le chiese nella capitale di Israele.

Esenzioni che sono doppie, ma in realtà solo una è contestata dalla Municipalità di Gerusalemme. Mentre non vi è alcun problema riguardo chiese, monasteri e altri luoghi di culto che mantengono gli stessi privilegi; diversa è la questione che riguarda tutte le attività commerciali e immobiliari in mano alle diverse confessioni.

Dove per attività commerciali leggasi hotel, ristoranti e ostelli che ammontano a 887 immobili di proprietà delle chiese ma anche delle Nazioni Unite, che non pagano le tasse per un totale di 1,6 milioni di euro all’anno.

Queste esenzioni vigono dal controllo dell’area dell’Impero Ottomano, terminato subito dopo la Prima Guerra Mondiale (1920).

A far crescere le ostilità fra chiese cristiane e governo israeliano c’è anche la proposta di legge presentata dalla deputata Rahel Azaria che mira alla confisca di terreni di proprietà delle varie confessioni ecclesiastiche qualora fossero venduti a privati per scopi di lucro: pratica che nel giro di pochi anni potrebbe mettere a rischio le abitazioni dei residenti, oltre che aumentare il rischio relativo alla sicurezza, vista l’incerta identità dell’acquirente privato in questione.

Va specificato che in Israele la proprietà del terreno dove sorge l’immobile differisce dalla proprietà dello stesso: per questo una polemica aggiuntiva è quella intorno al  Patriarca greco della città, Teofilo terzo, sospettato dai suoi stessi fedeli di aver venduto immobili a privati esclusivamente per fini di lucro.

Nir Barkat ha provato a precisare che i nuovi piani amministrativi “non prevedono tassazione né per le chiese né per i luoghi di preghiera”:

“Ha senso che ci siano aree commerciali che hanno alberghi e negozi ma che non pagano imposte solo perché sono di proprietà della Chiesa? Non permetterò che siano i residenti di Gerusalemme a colmare questo debito”.

A prescindere da tutto, salta all’occhio parte della lettera di protesta scritta dalle guide religiose cristiane di Gerusalemme perché ricorda “le leggi di natura simile emanate contro gli ebrei durante i periodi bui in Europa”.

Perché si continua a paragonare qualsiasi cosa alla Shoah?

Non ci risulta che gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale godessero della libertà di culto, né di esenzioni per i luoghi di preghiera.

Non ci risulta, inoltre, che Israele voglia ledere l’incolumità fisica dei cristiani di Gerusalemme.

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