Chanukkà e l’identità ebraica: una lezione sempre attuale

Ugo Volli
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Ebraismo

Chanukkà e l’identità ebraica: una lezione sempre attuale

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Ugo Volli
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chanukka-identita-ebraica-progetto-dreyfusQuasi sempre le ricorrenze ebraiche hanno un significato religioso ma anche un senso storico-politico, perché ricordano eventi chiave nella storia del popolo di Israele. Così è per Chanukkà: religiosamente è la festa del miracolo della riconsacrazione o “inaugurazione” (questo è il senso della parola) del Tempio dopo la devastazione degli occupanti ellenisti, e in particolare ricorda la durata del lume perenne quasi privo di olio per alimentarlo mentre il Santuario veniva ripulito e riattato al culto: un miracolo “piccolo” dunque, non spettacolare, ma connesso al Tempio, alla luce, alla perennità, alla sacralità: grandissimi temi spirituali. Soprattutto esso può essere preso a metafora della capacità di sopravvivere alle avversità delle scintille di fede che l’ebraismo serba sempre in sé.

Sul piano storico-politico si tratta di una guerra di resistenza di fronte a un’invasore, l’ultima guerra vinta dal popolo ebraico prima della nuova fondazione (“inaugurazione, se si vuole) dello Stato di Israele, che avvenne 73 anni fa. E’ stato il modello di numerose rivolte contro i poteri imperiali che avevano in potere Israele, soprattutto nei tre secoli successivi: quella contro Pompeo, nel 63 prima della nostra era; quella contro Traiano sconfitta, che portò alla distruzione del Tempio, nel 70 DEV; quella di Bar Kochbà, sconfitta anch’essa nonostante l’appoggio di maestri come Rabbi Aqivà mezzo secolo dopo, e tante altre minori. Ma l’esito fu diverso.

Vale la pena di raccontare la storia di questa guerra nel contesto mediterraneo. Siamo verso il 170, al tempo delle guerre puniche fra Roma e Cartagine. La Giudea, dopo essere stata lasciata dai Persiani all’autogoverno dei grandi sacerdoti dal 538, quando Ciro permise il ritorno degli esiliati a Gerusalemme, viene conquistata da Alessandro Magno nel 332. Inizia il dominio ellenistico. Per ancora 150 anni, la Terra di Israele rimase sotto il dominio abbastanza morbido del regno tolomaico, basato in Egitto. Nel 200 però fu conquistata dall’altro grande regno erede delle conquiste di Alessandro, l’impero seleucide basato in Siria, che iniziò un processo di colonizzazione più intenso. L’aristocrazia ebraica guidata dai Tobiadi era fortemente assimilazionista, voleva abolire la normativa tradizionale; a Gerusalemme si aprirono scuole e impianti ginnici di stile greco. Ci fu una specie di colpo di stato. Il grande sacerdote Onias III fu estromesso nel 175 da suo fratello Giasone che aveva pagato per questo Antioco IV Epifane, re seleucide, con un programma di abolizione totale della Legge. A sua volta costui fu sostituito nel 171 da un altro fratello, Melenao, che aveva a sua volta corrotto Antiaco. Seguì un conflitto armato fra i due. Melenao per finanziarsi mise in vendita gli arredi del Tempio. Vi fu un bando generale delle pratiche ebraiche, l’imposizione dei costumi greci, la presenza sul territorio delle truppe seleucidi.

A un certo punto, nel 167, la resistenza all’ellenizzazione, che era forte soprattutto nelle campagne, divenne guerriglia, guidata dalla famiglia sacerdotale dei Maccabei. In maniera del tutto imprevedibile, dopo alcuni anni di lotta violenta e sanguinosa, i Maccabei riuscirono a sconfiggere Antioco, approfittando della rivalità fra Siria ed Egitto. Liberarono Gerusalemme e il Tempio (e qui accadde l’episodio del lume perenne), ristabilirono il regno di Giudea, unendo però il ruolo di Grande Sacerdote col trono reale, il che non era mai accaduto, dandosi il nome di asmonei. Iniziarono una politica di grande respiro, alleandosi con Roma contro il possibile contrattacco degli imperi ellenistici. Appena un secolo dopo, nel 63 AEV i romani fecero pesare tutta la loro potenza, in circostanze analoghe: assimilazione, lotta fra due fratelli per il potere, popolo diviso in fazioni. Di nuovo vi fu una conquista di Gerusalemme e una sconsacrazione del Tempio. Bisogna aggiungere che nel giro di appena una generazione dalla vittoria anche gli asmonei erano stati inghiottiti dalla cultura ellenistica . Il loro regno fu in generale contrario alla tradizione religiosa, trovando fra l’altro la resistenza del movimento fariseo. E’ per questa ragione che nel Talmud e nei testi successivi il loro nome è poco presente e sempre caratterizzato negativamente, tanto che la festa di Hannukkà paradossalmente non nomina gli autori della vittoria, i Maccabei e i libri che fanno la cronaca della loro resistenza non è mai entrato nel canone ebraico, mentre si trovano nella traduzione greca della Bibbia detta dei Settanta (che viene compiuta ad Alessandria proprio fra III e II secolo) e quindi sono accettati dai cristiani.

Che cosa ci insegna oggi quest’episodio, tanto esemplare da essere stato l’ultimo nella storia del popolo ebraico a generare una festa? Il coraggio della resistenza, innanzitutto; la vulnerabilità di un’identità che è minacciata soprattutto dall’interno, da coloro che assumono valori e costumi “attuali” e “progressivi” e “illuminati” dai poteri imperiali (e dunque universali) circostanti e competono per il loro favore; il realismo necessario per condurre con successo la resistenza, il rischio che essa fallisca, ma anche il suo carattere esemplare; la fragilità della piccola nazione ebraica in mezzo agli imperialismi, ma anche la sua capacità di resistenza, di riscatto, di riaffermazione dell’identità. Sono temi che ci riguardano anche oggi. Accendere i lumi di Chanukkà, vederli crescere per una settimana (come facciamo seguendo le indicazioni della scuola di Hillel, mentre Bet Shammai voleva il contrario), significa soprattutto capire che anche una piccola scintilla conta per il popolo di Israele, che non bisogna mai abbandonare speranza e capacità di lotta.

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