Bela Guttmann, l’ebreo ungherese e la sua maledizione

Redazione
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Storia

Bela Guttmann, l’ebreo ungherese e la sua maledizione

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Bela Guttmann. Un nome e un cognome che sono diventati sinonimi di una maledizione per il Benfica, il club calcistico più importante del Portogallo assieme al Porto.

Ma come ogni grande storia di sport, occorre partire dall’inizio, da quando Bela era un calciatore. Talento sopraffino in campo, carattere a tratti bizzarro fuori dal rettangolo verde, dove l’ungherese si rese spesso protagonista.

La sua carriera salì agli onori della cronaca dopo due scudetti con il MTK Budapest, in Austria, paese in cui si trasferì per sfuggire alle persecuzioni antisemite dell’ammiraglio Miklos Horthy, salito al potere in Ungheria, quando militava tra le fila dell’Hakoah, la squadra che riuniva tutti gli ebrei della città.

Negli Anni 20 del ‘900 cercò fortuna negli Usa che trovò fino al 1929, quando la crisi più famosa del secolo mise in ginocchio anche lui.

Se Bela fu un grande giocatore, diventò ben presto uno strepitoso allenatore, i cui eccessi anticiparono i suoi omologhi che in futuro avrebbero sfruttato i mezzi di comunicazione per divenire icone mediatiche.

Nel ’47 Bela Guttm allenò la squadra ungherese dell’Honved, dando un contributo fondamentale alla formazione calcistica di campioni come Puskas e Kocsis. La vincita del campionato non bastò ad assicurargli la panchina: un  contrasto con la stella Puskas che voleva decidere la formazione da schierare, lo portò a lasciare la panchina, salire in tribuna e leggere una rivista.

Destino simile quando Bela Guttmann approdò al Milan dei grandi Schiaffino, Gren, Nordahl e Liedholm; nonostante il primo posto in classifica venne esonerato dopo 19 partite e presentandosi in conferenza stampa, disse:

“Sono stato licenziato nonostante non sia né un omosessuale né un criminale. Addio”.

È nel Benfica che costruisce il suo vero capolavoro. Negli Anni 60 vinse due Coppe dei Campioni consecutive, una delle quali nel 1962 nella storica finale contro il Real Madrid del fenomeno Di Stefano.

Alla fine del primo tempo, i suoi erano in svantaggio per 3 a 2 ma lui non si scompose e negli spogliatoi caricò così i suoi ragazzi:

 “Il Real Madrid è morto. Di Stefano è morto. La partita è vinta!”.

Detto, fatto: il Benfica vince 5-3 grazie alla doppietta del grande Eusebio. Eccellente risultato che però non soddisfò la dirigenza portoghese che gli rimproverò di non aver vinto il campionato, terminato al terzo posto.

Bela Guttmann sbottò e rispose:

“Il Benfica non ha un culo per sedersi su due sedie”.

Ed è in questo momento che iniziò la maledizione. Guttmann chiese un premio in denaro per aver vinto la più prestigiosa coppa europea per club, ma prima ottenne un secco “no” e poi la lettera di licenziamento.

Andando via disse: “Senza di me il Benfica per cento anni non vincerà una coppa europea”.

Dopo più di cinquant’anni, il Benfica ha perso in tutto 8 finali: 5 di Coppa dei Campioni e 3 di Coppa Uefa.

A nulla sono serviti i pellegrinaggi alla sua tomba fatti da giocatori e dirigenti prima delle finali.

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