Yom ha Atzmaut: quando il tempo delle lacrime incontra quello della gioia

Quando la Alef potrà svelarsi in tutta la sua magnificenza

Rav Scialom Bahbout
Rav Scialom Bahbout
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Ebraismo, Israele

Yom ha Atzmaut: quando il tempo delle lacrime incontra quello della gioia

Quando la Alef potrà svelarsi in tutta la sua magnificenza

Yom ha Atzmaut: quando il tempo delle lacrime incontra quello della gioia. Ogni Stato stabilisce le sue feste nazionali e Israele ha stabilito il 5 del mese ebraico Iyar come Giorno dell’Indipendenza, così come l’Italia ha fissato come giorni festivi il 25 aprile e il 2 giugno, feste della Liberazione e della Repubblica. La festa della Liberazione e quella dell’Indipendenza cadono sempre nello stesso periodo dell’anno e hanno in comune elementi simili, ma sono tra loro profondamente diverse.

Ciò che caratterizza Yom ha Atzmaut è il fatto che fin dall’inizio non è mai stata vissuta solo come una festa nazionale, ma piuttosto come una festa in cui il sacro e il profano si incontravano e si incrociavano. Questo è il motivo per cui la festa viene celebrata sia in Israele che nelle Comunità ebraiche di tutto il mondo.

Coloro che non si limitano a leggere e ad ascoltare la Dichiarazione con cui fu fondato lo Stato di Israele, hanno cercato nelle fonti bibliche le allusioni al ritorno del popolo ebraico nella Terra Promessa.

Quelle che ci sembrano più significative sono le parole del Profeta Ezechiele (cap. 37) che vive in Babilonia dopo la deportazione degli ebrei: lì ha una visione in cui il Signore lo conduce in una valle piena di ossa secche e gli chiede se queste ossa torneranno a vivere. Di fronte allo scetticismo di Ezechiele il Signore fa sì che uno spirito nuovo soffi in quelle ossa e queste riprendono vita. Ezechiele sa che l’esilio sarà destinato a finire, anche se in quel momento la situazione del popolo sembra suggerire che la fine sia vicina e , come dicono gli altri esuli “è finita la nostra speranza” (Avdà tikvatenu).

Esilio in ebraico si dice Golà (גולה) e redenzione Gheullà ( גאולה): due parole che differiscono per una sola lettera, la Alef. La vita e la storia ebraica si sono svolte tra due poli: l’Esilio e la Redenzione. Per superare questa dicotomia e l’esilio bisogna collegarsi alla Alef, la lettera con cui iniziano i Dieci comandamenti e il nome di Dio e che danno eternità alla presenza ebraica ne mondo, un fatto che J. J. Rousseau osserva con meraviglia perché fa del popolo ebraico e delle sue leggi un unicum nella storia dell’uomo.

Non deve infine sfuggire che la lettera Àlef trasforma le עצמות (‘Atzamòt, le ossa secche della visione di Ezechiele), in Indipendenza ‘Atzmaùt עצמאות: quando sembrava che oramai “la speranza fosse persa” (sono queste le parole delle ossa secche, cioè gli ebrei dispersi e sottomessi nella diaspora) la storia prenda un’altra direzione: le ossa salvate dalla schiavitù dei Campi di sterminio sono tornate a rivivere. Allora la Golà diventa Gheullà e le ‘atzamòt raggiungono ‘atzmaùt, indipendenza.

L’inno israeliano Hatikvà (la speranza) sembra riprendere le parole del profeta allorquando afferma: “Ancora non è persa la nostra speranza di essere un popolo libero nella nostra terra”.

Per realizzare questa speranza è necessario che la Alef con cui inizia la parola אדם incontri quella della parola ¬א ¬- לוקים , l’uomo creato a immagine di Dio. Sta all’uomo far sì che la sua Alef incontri quella del nome divino. Compito dell’uomo è portare a compimento il senso delle aprole delle Genesi per cui tutte le persone sono state create a immagine divina.

Così fin dall’inizio della fondazione, Yom ha Atzmaut ha assunto un significato in cui è difficile distinguere il momento “laico” da quello “religioso”. La partecipazione degli ebrei della Diaspora e di molti amici non ebrei non può essere ricondotta all’espressione nazionalista di mera identificazione con lo Stato d’Israele; essa rappresenta piuttosto un momento di sintesi religiosa, che come tale viene intesa, magari solo sul piano dell’inconscio, anche dai “laici”.

In un momento tragico come quello attuale che coinvolge il mondo intero – la pandemia del Covit 19, – uomini di fede e uomini che non lo sono, devono collaborare affinché, superata la tempesta, l’Arca in cui tutta l’umanità si trova riprenda a galleggiare con sicurezza. La società moderna deve recuperare i valori insiti nell’essenza dell’uomo e della sua funzione nel creato, per dare un senso e una direzione alla sua esistenza

Per il popolo ebraico, in modo particolare, Yom ha Atzmaut rappresenta dunque un punto di incontro del suo destino, dove la storia incrocia lo spirito, l’immanente il trascendente, e il “tempo delle lacrime”, “il tempo delle risa”.

Con l’augurio che ciò possa accadere per l’umanità intera presto ai nostri giorni: ma solo se ognuno di noi lo vorrà …

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