Il gioco sporco dell’Università di Torino

Ancora una volta l'ateneo del capoluogo piemontese si dimostra ostile alle ragioni dello Stato di Israele. La denuncia di Emanuel Segre Amar, presidente del Gruppo Sionistico Piemontese

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Emanuel Segre Amar
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pregiudizio antisraeliano

Il gioco sporco dell’Università di Torino

Ancora una volta l'ateneo del capoluogo piemontese si dimostra ostile alle ragioni dello Stato di Israele. La denuncia di Emanuel Segre Amar, presidente del Gruppo Sionistico Piemontese

Il cammino della Università di Torino sembra procedere spedito nella direzione indicata da tempo da professori virulentemente antisionisti oggi in pensione, come Angelo d’Orsi, che sembrano aver “ben seminato”. Da oltre un anno, personalmente colpito nel vedere che alcuni dipartimenti di questa Università organizzavano seminari ferocemente anti israeliani, nei quali tuttavia il Magnifico Rettore riscontrava il crisma della “scientificità”, ho cercato di aprire una finestra che guardasse ad Israele in modo corretto. In fondo, mi chiedevo, se ai convegni organizzati da dipartimenti universitari come quello denominato “Culture, Politiche, Società”, si aggiungevano i tanti organizzati da Progetto Palestina, da collettivi vari o da rappresentanti del BDS, perché il Gruppo Sionistico Piemontese non poteva far arrivare nelle aule universitarie dei giovani israeliani che raccontassero le loro esperienze dirette?

Partendo dunque da questa prospettiva, iniziai una trattativa col vicerettore Prof. Scamuzzi, responsabile per l’organizzazione di queste iniziative, al fine di individuare una conferenza che fosse di gradimento del rettorato. Gli illustrai le vicende di un giovane arabo israeliano, Yahya Mahammed, che da feroce nemico degli ebrei, dopo averne conosciuti personalmente, è stato capace di riflettere con la sua testa ed è diventato sionista.

Sembrava che avessi fatto bingo, con questa proposta, ma ho dovuto ricredermi in fretta.

Avrei voluto parlarne anche con la direzione del dipartimento “Culture, Politiche, Società”, ma mi venne risposto che “il clima non è buono”, a dimostrazione che un confronto diretto con un sionista non era accettato da coloro che organizzavano convegni il cui scopo è quello di criminalizzare Israele. E tuttavia, essendomi stato assicurato, il 6 marzo 2017, che “c’era disponibilità riguardo alla mia proposta”, ho iniziato il percorso che avrebbe dovuto portare una voce amica di Israele nelle aule universitarie torinesi.

Risolti tutti i problemi organizzativi, ottenuto il placet del giovane arabo israeliano, restava solo da individuare una data che andasse bene all’Università, e che fosse antecedente alla metà di febbraio 2018, perché poi Yahya Mahammed non avrebbe più potuto uscire da Israele a causa del servizio militare. Il giorno di Natale 2017 mi veniva assicurato che ci saremmo sentiti “a inizio gennaio”, ma il 18 gennaio sembrava che tutto il lavoro fatto fosse stato dimenticato, visto che mi si chiedeva nuovamente “quali date sono praticabili per la sua venuta?” Insomma, non è stato possibile ascoltare a Torino il giovane arabo sionista.

Tuttavia, venuta meno questa opportunità, se ne presentava subito una seconda del tutto simile: un giovane beduino, un druso ed una cristiano maronita sarebbero venuti in Italia per un tour che li avrebbe portati anche a Milano, Bologna e Roma. Voleva l’Università di Torino perdere una simile occasione? Certo che no. E, questa volta, il vicerettore non aveva nemmeno l’incombenza di scegliere lui la data dal momento che il programma del tour ci imponeva il 19 marzo. E non vi erano nemmeno da affrontare spese di sorta, perché era tutto spesato a monte (i soldi, in realtà, non mancano al dipartimento del vicerettore quando deve invitare i sudafricani esperti di “apartheid in Israele” o giornalisti ebrei israeliani di Haaretz notoriamente filopalestinesi o i tanti altri “esperti” giunti da mezzo mondo), quindi ero fiducioso che gli studenti universitari torinesi avrebbero finalmente ascoltato testimonianze dirette su un tema di grande interesse: “Israele vista dalle minoranze”.

Purtroppo, ancora una volta il vicerettore (chissà se d’accordo col Magnifico Rettore?) ha trovato il modo di bloccare tutto. L’aula veniva messa a disposizione per due ore, dalle 10 alle 12, nel giorno concordato, 19 marzo, ma avrebbero parlato inizialmente sei docenti su: “Profili generali della condizione delle minoranze religiose”, per poi lasciare il posto agli interventi dei tre giovani israeliani su: “Voci di minoranze in Israele”; a seguire doveva, nelle due ore, restare il tempo per le domande degli uditori. Non è stato possibile, nelle trattative che sono seguite, nemmeno cambiare l’ordine degli interventi. Unica alternativa offerta, che i tre israeliani rispondessero ai quesiti dei docenti, quasi dovessero sostenere un esame (si era o no in un’aula universitaria?).

Alla fine il Gruppo Sionistico Piemontese ha trovato una sede alternativa, il Circolo della Stampa di Torino, nella quale i tre giovani potranno parlare ai torinesi, ma dal cilindro del vice rettore Prof. Scamuzzi è ancora uscita una sorpresa: nello stesso giorno, 19 marzo, nella stessa aula universitaria che avrebbe dovuto accogliere i tre israeliani, (la C2, per coloro che fossero interessati ad andare ad ascoltare), si terrà un convegno parallelo a quello organizzato dal Gruppo Sionistico Piemontese, avente un titolo molto simile a quello della loro conferenza: “Studi e testimonianze sulla multiculturalità. Le minoranze in Israele”. Gli oratori saranno gli stessi docenti che avrebbero dovuto interrogare i tre giovani, salvo una docente “ebrea” che inspiegabilmente non appare più nel programma, seguiti da altri due oratori invitati in fretta e furia dal Dipartimento Culture, Politiche, Società.

Credo di poter affermare che nessuno dei sette oratori, che saranno coordinati dal vicerettore, sia un esperto sulle “minoranze in Israele”; al più conoscono, ma non certo per esperienza diretta, quella araba, che loro si ostinano a chiamare “palestinese”.

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