Un film già visto

Trump in Israele per l'ennesimo rilancio di un processo di pace non desiderato dai palestinesi

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Niram Ferretti
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Israele

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Trump in Israele per l'ennesimo rilancio di un processo di pace non desiderato dai palestinesi

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Niram Ferretti

Donald Trump si appresta a recarsi in Israele dove arriverà domenica seguito dalle varie tempeste mediatiche che lo riguardano. Dal siluramento del direttore dell’FBI, Comey alla divulgazione ai russi di informazioni di intelligence fornite dai servizi segreti israeliani. In questi giorni turbolenti c’è stata una rincorsa di voci, congetture, dichiarazioni, smentite, relativamente a quello che Trump farà o dirà una volta che raggiungerà lo Stato ebraico. La circostanza del suo arrivo in concomitanza con il cinquantenario della riunificazione di Gerusalemme ha fatto pensare che questa potrebbe essere l’occasione simbolicamente più propizia per confermare il ricollocamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme annunciato in campagna elettorale. Tuttavia, nonostante la data simbolica, il momento non sembra favorevole.

Di nuovo, sul tavolo sembra esserci la riproposizione dei negoziati tra israeliani e palestinesi una volta che si creeranno le condizioni per favorire un incontro tra Abu Mazen e Benjamin Netanyahu. Lo spostamento dell’ambasciata americana determinerebbe una presa di posizione evidente a favore di Israele, e se questa sembrava inizialmente l’intenzione di Trump, ora non è più così. Questa prudenza propedeutica comporta una considerazione preliminare. Cosa è cambiato in meglio nel contesto da fare supporre che in questo momento, rispetto al passato, ci siano condizioni migliori per pensare che Israele e l’Autorità Palestinese possano giungere a un accordo risolutivo? La risposta è semplice. Nulla. Siamo nell’ambito del puro wishful thinking.

Abu Mazen è un leader ampiamente screditato agli occhi della popolazione palestinese, l’Autorità Palestinese stessa è percepita come un’entità politica corrotta e non rappresentativa dell’interesse generale. Marwan Barghouti il terrorista pluriomicida che ha dato il via allo sciopero della fame che in questi giorni interessa una parte dei carcerati palestinesi è, a livello di massa, molto più popolare di quanto Abu Mazen sia mai stato. Lo sciopero della fame è infatti soprattutto una manovra politica dalla forte risonanza interna orchestrata da Barghouti allo scopo di indebolire ulteriormente la statura dell’anziano leader palestinese. Bisogna dire che ci è riuscito.

Hamas e Fatah, in contrapposizione da più di un decennio sono ormai ai ferri corti. Il rifiuto di Abu Mazen di farsi carico delle spese per la fornitura elettrica di Gaza, ha contribuito ulteriormente a esacerbare i contrasti. A tutto ciò va aggiunto un altro tassello. In un recente studio promosso dal Jerusalem Shalem College, Daniel Polisar ha messo in luce che solo il 25%, 32% dei palestinesi accetterebbero uno Stato palestinese contiguo a Israele. Prevale dunque il desiderio della maggioranza palestinese che Israele come entità specificamente ebraica e autonoma si dissolva, o confluendo in uno stato binazionale o, più radicalmente, venendo rimosso dalla mappa del Medioriente come ha ribadito Hamas nella “nuova” versione della sua Carta Programmatica.

Se questo è lo scenario, non si vede come Donald Trump possa riuscire a raggiungere un deal risolutivo senza l’intervento di un deus ex machina.

Dunque?

In aprile, a Washington, Daniel Pipes, uno dei maggiori analisti politici americani e direttore del Middle Eastern Forum, ha lanciato un comitato elettorale chiamato Congressional Israel Victory Caucus, il cui scopo è quello di promuovere una visione alternativa a quella finora del tutto fallimentare dei negoziati, basata sul falso e controproducente presupposto di una presunta parità di forza negoziale tra i due contendenti in campo.

Secondo Pipes unicamente da una posizione di assoluto vantaggio, ovvero di vittoria conclamata da parte israeliana si potrà convincere la controparte palestinese che è nel suo interesse giungere a un accordo e all’esistenza di uno stato indipendente, rassegnandosi alla realtà insuperabile che Israele non sparirà dalla mappa mediorientale.

In un recente articolo lo studioso americano ha ribadito incisivamente il proprio punto di vista, “Circa trent’anni di ‘processi di pace’ hanno fatto sì che le relazioni israeliane-palestinesi siano deteriorate ulteriormente, dunque tentativi come quello che Donald Trump sta per portare avanti sono una pura perdita di tempo. I compromessi e le ‘concessioni dolorose’ non terminano i conflitti, al contrario, la storia mostra che i conflitti cessano quando una delle due parti si arrende”.

Il realismo clausewiziano di Pipes è l’unico antidoto serio alla continua e improduttiva sceneggiata trentennale a cui abbiamo assistito e il cui esito maggiore è stata la radicalizzazione del terrorismo arabo che ha regalato a Israele due intifade e due conflitti a Gaza.

Solo un radicale cambiamento di scenario può determinare un nuovo inizio.

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