Santificazione di un assassino: Barghouti e i suoi sostenitori

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Niram Ferretti
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Terrorismo

Santificazione di un assassino: Barghouti e i suoi sostenitori

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Niram Ferretti

L’icona resistenzialista del terrorista considerato come combattente per la libertà è un feticcio abusato e consunto della propaganda di estrema sinistra che accorpa in un’unica mitologia la lotta armata locale contro l’occupante nazifascista durante la Seconda Guerra Mondiale e la violenza assassina nei confronti di uno Stato legittimo e democratico come Israele.

Il caso del pluriomicida Marwan Barghouti detenuto in carcere in Israele dal 2002, dove sconta una condanna a 5 ergastoli più ulteriori 40 anni a causa della pianificazione di un attentato, è emblematico. Barghouti è il fondatore della Brigata Martiri di Al Aqsa, un’ala combattente di Fatah, che si distinse durante la sanguinosa Seconda Intifada per azioni terroristiche e molteplici omicidi di civili. Irriducibilmente avverso a qualsiasi compromesso come tutti i fanatici, non ebbe alcuna esitazione ad accusare il maestro del terrore Yasser Arafat di volere normalizzare i suoi rapporti con Israele.

Non si “normalizza” nulla nel mondo dei Barghouti, il sangue deve scorrere copioso. Difficile evitare di pensare alla incensata figura del natural born killer Che Guevara, quando dichiarava con ardore incontenibile “La violenza è inevitabile! Per stabilire il socialismo devono scorrere fiumi di sangue! Se i missili nucleari fossero rimasti a Cuba li avremmo lanciati contro il cuore degli Stati Uniti, New York inclusa. La vittoria del socialismo vale bene la morte di milioni di vittime!”.

Il paragone non è arbitrario. Come il Che, anche Barghouti è stato elevato agli altari della lucha armada por la libertad dai fiancheggiatori occidentali del terrorismo palestinese. Rammentiamo la prima pagina di Liberation del 2004 che commemorava la morte di Arafat con il titolo “E ora?”. A fianco c’era un ritratto di Barghouti, che l’autore aveva accompagnato con la seguente frase, “Quando nel 1980 feci un ritratto a Mandela mi dissero che era un terrorista”. Mandela e Barghouti, accostamento infame tra l’attivista sudafricano e un pluriomicida presentato come difensore dei diritti umani e attivista politico. Così lo ha voluto omaggiare recentemente il New York Times, ospitando un suo articolo in cui si presenta come martire della libertà.

Il quotidiano liberal americano ha artatamente omesso ogni riferimento alla sua carriera di assassino a cui ha dovuto successivamente fare accenno in virtù dell’accesa protesta di Israele. La public editor del giornale, Liz Spayd ha avuto il merito di affermare, come questo genere di episodi “metta a rischio la credibilità degli editoriali del giornale”. Piccola resipiscenza che non intacca il formidabile battage mistificatorio di cui Barghouti gode.

Basta ricordare il conferimento di cittadino onorario di Palermo datogli nel 2014 dall’allora sindaco Leoluca Orlando, in cui il terrorista viene definito “prigioniero politico”, una definizione oscenamente lontana dalla realtà e un insulto alle sue vittime che godette del plauso di Moni Ovadia e Gino Strada, tra i sostenitori dell’iniziativa.

In questi giorni Marwan Barghouti è tornato alla ribalta con il suo tentativo di strumentalizzare lo sciopero della fame promosso da 1,187 detenuti palestinesi di cui, nei quindici anni in cui è stato in carcere, non si è mai occupato. Tentativo dovuto alla lotta interna di Fatah e al suo disperato tentativo di accreditarsi come successore di Abu Mazen, il quale ha fatto di tutto per marginalizzarlo, non riconoscendogli nessun ruolo politico di rilievo all’interno del partito.

La mandelizzazione di Barghouti ad opera della propaganda palestinese e delle sue casse di risonanza in occidente, è un ulteriore segno della manipolazione della realtà e del più scandaloso e atroce capovolgimento della verità.

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