Lo shofàr: i dispersi e i respinti

Rav Scialom Bahbout
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Ebraismo

Lo shofàr: i dispersi e i respinti

Ebraismo
Rav Scialom Bahbout
Rav Scialom Bahbout

Uno dei componimenti poetici che troviamo in tutti gli usi è il pijùt che si dice dopo avere ascoltato il suono dello shofàr: Haiòm haràth olàm. Queste prime parole – che sono un’espressione del profeta Geremia in un momento di grande sconforto – sono ambigue. Possiamo tradurle così: “oggi è il concepimento del mondo” oppure “oggi è il concepimento eterno”. In effetti Geremia intendeva proprio dire che sarebbe preferibile che il mondo – o meglio l’uomo, perché ogni uomo è un mondo intero – così come lo conosciamo noi, fosse rimasto solo allo stadio del concepimento e non fosse mai nato. Questa seconda interpretazione è chiaramente espressione di una visione pessimistica del mondo e della vita, come se non ci fosse la speranza di cambiare l’andamento del mondo e la storia dell’uomo. Possibile che l’ebraismo – che ha sempre visto con fiducia il futuro dell’uomo e la sua capacità di cambiare se stesso e il mondo – ci voglia trasmettere un messaggio senza speranza?

Una risposta ai nostri dubbi può venire dai passi del profeta Isaia, che si pronunciano prima di suonare lo shofàr:
Vehaià baiòm hahù ittakà beshofàr gadòl uvàu haovedìm meèretz Ashur vehaniddahìm meèretz mitzràim, veishtachavù lahashèm behàr hakòdesh birushalàim e subito dopo Kol yoshvè tevèl veshochnè àretz kinsò nes harim tirù vechitkòa’ shofàr tishmàu. “In quel giorno si suonerà il grande shofàr, e i dispersi in terra di Assiria e i respinti in terra di Egitto verranno e si prostreranno al Signore sul monte sacro, in Gerusalemme”. E subito dopo “Tutti gli abitanti del mondo e i residenti sulla terra vedranno il sollevarsi di un vessillo sui monti, e sentiranno un suono di shofàr.”

Il primo verso è chiaramente rivolto al popolo d’Israele, mentre il secondo è rivolto agli abitanti del globo terrestre.
Ognuno di noi avverte, nel corso della sua esperienza, momenti in cui si sente ovèd o niddàch: gli ovedim, sono coloro tra noi che si sono “dispersi”, si sono assimilati, hanno perso l’orientamento e non sanno più come tornare a casa, alla propria casa, la Casa d’Israele; i niddahìm sono coloro che sono stati fisicamente respinti, rigettati dagli altri popoli, ma hanno continuato a mantenere la propria identità, qualcosa di simile a quanto si tenta di fare isolando Israele per farne uno Stato “reietto”. Ecco: gli ovedìm e i niddahìm troveranno l’orientamento e torneranno tutti a Gerusalemme, ad inchinarsi sul sacro monte. Mentre noi, per parte nostra, suoneremo lo shofàr che ricorda il primo dei corni del montone che fu sacrificato in sostituzione di Isacco nelle sue varie intonazioni – teki’à, shevarìm, teru’à – il Signore suonerà (ittakà) il grande shofàr l’altro corno del montone che sostituì Isacco. Una sola teki’à, un solo suono, basterà a richiamare tutti – Israele e le altre nazioni; un solo suono basterà perché – come diciamo nella preghiera di Rosh hashan – l’ingiustizia rimarrà in silenzio, il regno della malvagità si dileguerà e il regno della prepotenza scomparirà.

Se il primo corno ha la funzione di ricordare e insegnare a Israele ad allontanarsi dalle tentazioni di sacrificare l’uomo a Dio e alle ideologie, il secondo corno – il grande shofàr – richiamerà tutti gli uomini al rispetto di questa idea. Ecco allora perché il secondo verso è rivolto a tutti. Secondo i Maestri, il 26 di Elul ricorda la creazione del mondo, mentre Rosh hashanà ricorda la creazione dell’uomo – senza alcuna distinzione di razza, religione, cultura – e la cui dignità e immagine divina, devono essere rispettate e difese, contro la violenza. Questa idea è stata sempre la bandiera del popolo ebraico: Dio mise alla prova – nissà – Abramo perché il comportamento del nostro patriarca potesse divenire una bandiera – nes – per tutti i popoli. Abramo ha avuto la forza di vincere la tentazione di adeguarsi ai costumi degli altri popoli: il nostro patriarca – che è riconosciuto come tale anche da cristiani e musulmani – non ha ascoltato la voce che gli imponeva di sacrificare il figlio sull’altare, ma ha ascoltato l’altra voce, quella che gli ordinava di non macchiarsi le mani con il sangue del figlio.

L’anno appena finito è stato un anno difficile per tutta l’umanità sia sul piano economico che su quello politico per le migliaia di morti in molti paesi in attentati e guerre. Lo Stato d’Israele si è trovato da solo ad affrontare un nemico che desidera solo la distruzione del popolo ebraico. Gli altri popoli e Stati hanno vissuto nell’illusione che il pericolo riguardasse solo Israele. E’ necessaria una campagna di informazione per combattere il falso e il pregiudizio. Bisogna alzare la voce come con lo Shofàr.

Kinsò nes harìm tirau vekitkoa shofar tishmau: quando sui monti verrà sollevato il nes – il vessillo della prova a cui è stato sottoposto Abramo – allora anche il suono del grande shofàr, custodito accanto al piccolo shofàr suonato da labbra umane, potrà finalmente essere ascoltato. Allora l’uomo potrà cambiare e con esso anche il verso della storia.
Con l’augurio tradizionale che “Tichlè shanà vekilelotèha, tahèl shanà uvirchotèha. Termini l’anno e le sue maledizioni, inizi l’anno e le sue benedizioni.

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