Il Comitato che diffama Israele per promuovere i Diritti Umani

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Mario Del MonteEditor
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Debunking

Il Comitato che diffama Israele per promuovere i Diritti Umani

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Hamas, l’organizzazione terroristica che controlla Gaza e vorrebbe la distruzione di Israele, ha il suo modo particolare di condurre le guerre. Sparando indiscriminatamente missili oltre il confine traumatizza la popolazione civile facendola vivere nel terrore. I suoi fondi, ricevuti perlopiù dall’Iran, preferisce spenderli scavando tunnel utili per infiltrarsi in territorio israeliano piuttosto che per sfamare la popolazione di Gaza. I suoi mortai li piazza sui tetti di edifici residenziali, scuole e ospedali in modo tale che Israele, nel tentativo di neutralizzare le postazioni da cui partono i razzi, sia obbligato ad uccidere molti civili palestinesi. Ne è un esempio l’ospedale Shifa, costruito da Israele per i palestinesi e divenuto il centro di comando militare di Hamas durante l’Operazione Protective Edge dello scorso anno.

Alla fine di ogni guerra la conta dei morti viene strumentalizzata dai terroristi di Gaza per accusare Israele di crimini di guerra e genocidio in quella che è una forma molto originale di propaganda mediatica. Ogni volta che si tenta di far pervenire le parti a un cessate il fuoco Hamas preferisce non collaborare oppure viola la tregua. Più che di tregua infatti si dovrebbe parlare di pace unilaterale, quella mantenuta da Israele per far fronte alla pressione dell’opinione pubblica internazionale apertamente, e per certi versi sorprendentemente, a favore di Hamas.

Del resto Israele non ha nessun interesse ad attaccare Gaza: qui gli insediamenti ebraici sono stati smantellati nel 2005 e l’esercito ha abbandonato l’enclave palestinese poco dopo. Da questa striscia di terra Hamas è in grado di far ripartire gli scontri quando vuole, gli basta aizzare i suoi soldati lamentando la chiusura dei confini da parte di Israele. Pochi in Occidente vogliono sapere che il blocco è una diretta conseguenza del contrabbando di armi condotto da Hamas e preferiscono appoggiarsi alla semplice propaganda dei terroristi che lo descrivono come oppressione politico-religiosa.

Pochi giorni fa è stato presentato il resoconto sulla guerra di cinquanta giorni avvenuta tra Israele e Hamas la scorsa estate. Il New York Times ha descritto il rapporto come “la prova dei crimini di guerra commessi da israeliani e palestinesi.” In un certo senso si tratta di una descrizione esatta ma alcuni chiarimenti sono necessari.

Il rapporto della commissione presieduta da Mary McGowan Davis dice che entrambe le parti hanno commesso azioni classificabili come crimini di guerra ma non fornisce un accurato contesto per giustificare questa affermazione. Ad esempio manca un riferimento a chi ha iniziato la guerra (Hamas) e a chi ha trasformato i civili in scudi umani piazzando armamenti militari nelle case di famiglie innocenti (sempre Hamas).

Israele non ha dato molto peso alle conclusioni del rapporto ma Hamas ha annunciato che potrebbe utilizzarlo come prova in un procedimento giudiziario presso la Corte Penale Internazionale senza curarsi delle accuse nei suoi confronti contenute nel resoconto: le critiche sono un prezzo da pagare accettabile se l’obiettivo è quello di delegittimare Israele agli occhi del mondo e fornire agli occidentali un motivo in più per aderire al boicottaggio economico, culturale e artistico dello Stato ebraico.

La Davis, fra l’altro, ha ammesso che Hamas ha colpito con i suoi razzi aree civili ma subito dopo si è affrettata a dire che Israele avrebbe dovuto fare di più per salvaguardare i non combattenti. Una frase che deve aver ferito nell’orgoglio i vertici dell’aeronautica militare israeliana che già da tempo hanno adottato un rigoroso codice etico per la protezione dei civili nelle zone di guerra. Anche nell’ultima guerra infatti Israele si è servito di volantini e telefonate per chiedere agli innocenti di lasciare l’area dei combattimenti. In un’intervista la Davis ha affermato che il suo intento era quello di fare una dichiarazione forte contro l’uso di armi esplosive in quartieri densamente popolati. Ciò che non ha detto però è cosa dovrebbe fare Israele la prossima volta che pioveranno missili su Gerusalemme e Tel-Aviv.

Le iniziative del Comitato per i Diritti Umani ONU sono decisamente poco conosciute: ogni volta che si riunisce ha qualcosa da criticare nel comportamento di Israele, nessun paese appare così frequentemente nell’ordine del giorno. Israele è anche l’unico Stato a cui è assegnato un proprio relatore speciale per monitorare le presunte violazioni ad oggi quantificate in sessantuno, un numero maggiore di tutte le condanne rivolte agli altri Stati messi insieme (cinquantacinque totali). Un paese come la Siria, in cui i massacri di civili sono ormai parte della quotidianità, ha raccolto solo quindici risoluzioni di condanna; Cina, Cuba, Russia, Iraq e Yemen invece finora non sono stati mai rimproverati dal Comitato.

Il nome “Comitato per i Diritti Umani” è pieno di falsi buoni propositi, in realtà l’ONU non aiuta tutti ma solo quelli che i membri più importanti hanno interesse a tutelare. Il rapporto pubblicato da poco non avrà altra conseguenza se non unire milioni di persone, inconsapevoli di cosa è accaduto realmente a Gaza, nel rimprovero a Israele. E’ vero che nel documento viene accusato anche Hamas ma equipararli è, intellettualmente parlando, disonesto: trattando uno Stato e un’organizzazione terroristica in modo equivalente, la Davis sta infangando il nome delle Nazioni Unite e delle sue numerose ramificazioni.

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