Israele e lo sport: quando il fischio d’inizio diventa un verdetto

Gianluca Pontecorvo
Gianluca PontecorvoVice Presidente Progetto Dreyfus
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News, pregiudizio antisraeliano

Israele e lo sport: quando il fischio d’inizio diventa un verdetto

News, pregiudizio antisraeliano
Gianluca Pontecorvo
Gianluca PontecorvoVice Presidente Progetto Dreyfus

C’è un account Instagram che da qualche tempo seguo con attenzione. Si chiama @sportegeopolitica e fa una cosa apparentemente neutra: legge le competizioni internazionali attraverso la lente delle relazioni tra Stati. Lo fa con competenza, spesso con intelligenza. Eppure, scorrendo i contenuti, una proporzione salta all’occhio. Israele compare con una frequenza che non trova riscontro quando si parla di altri Paesi coinvolti in conflitti, in repressioni interne, in sostegno documentato al terrorismo. Non è un caso isolato. È la spia di un meccanismo più ampio, che riguarda il modo in cui lo sport è diventato, negli ultimi anni, un tribunale a porte aperte in cui un solo imputato viene chiamato alla sbarra.

Lo sport, ci hanno insegnato, dovrebbe essere il luogo della tregua. Nell’antichità greca le città in guerra sospendevano le ostilità per consentire agli atleti di raggiungere Olimpia. La ekecheiria, la tregua sacra, non cancellava i conflitti, ma li metteva tra parentesi. Oggi accade il contrario: il campo da gioco è diventato il prolungamento del campo di battaglia con altri mezzi, e la richiesta di escludere Israele dalle competizioni internazionali ne è la manifestazione più nitida.

Il precedente russo e il suo uso selettivo

Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia fu esclusa da gran parte dello sport mondiale. La FIFA e l’UEFA ne sospesero le squadre, il Comitato Olimpico Internazionale raccomandò di escludere gli atleti russi e bielorussi, e quel provvedimento divenne rapidamente un precedente. Da quel momento, “come la Russia” è la formula con cui si chiede l’estromissione di Israele.

Il paragone, però, regge solo se si smette di guardare i fatti. La Russia ha varcato un confine internazionalmente riconosciuto per annettere il territorio di uno Stato sovrano. Israele combatte una guerra cominciata con il massacro del 7 ottobre 2023, l’attacco più letale contro ebrei dalla Shoah, condotto da un’organizzazione, Hamas, che nella propria carta fondativa indica l’eliminazione di uno Stato come obiettivo. Equiparare l’aggressore e l’aggredito non è rigore: è la sospensione del giudizio mascherata da giudizio.

Il metro che scompare

La domanda decisiva non è perché si chieda l’esclusione di Israele. È perché lo stesso metro non venga mai applicato altrove.

Prendiamo l’Iran. Teheran reprime nel sangue le proteste interne, impicca dissidenti e minorenni, finanzia e arma milizie in mezzo Medio Oriente, da Hezbollah agli Houthi, e nega apertamente il diritto all’esistenza di un altro membro delle Nazioni Unite. Nessuna federazione ne ha mai chiesto l’esclusione dai Mondiali di calcio, dove l’Iran si è qualificato con regolarità. Quando, ai Mondiali del 2022, alcuni atleti iraniani rifiutarono di cantare l’inno in solidarietà con le proteste, il mondo applaudì il coraggio dei singoli senza che nessuno proponesse di estromettere la federazione che quegli atleti rappresentavano.

Prendiamo i Paesi che combattono guerre lontane dai riflettori. La Turchia ha condotto operazioni militari in Siria e in Iraq contro le popolazioni curde. Diversi Stati del Golfo hanno sostenuto fazioni nella guerra civile yemenita, che ha prodotto una delle peggiori catastrofi umanitarie del decennio. Nessuno ha mai chiesto di sospenderne le nazionali. Il Qatar ha addirittura ospitato un Mondiale.

Il punto non è invocare l’esclusione di questi Paesi. È constatare che il metro esiste solo quando l’imputato è uno. Quando la stessa misura si applica a un solo soggetto e a nessun altro in condizioni analoghe, quella misura ha smesso di essere un principio ed è diventata un bersaglio.

L’esclusione che già esiste

Mentre si discute se escludere Israele, conviene ricordare che un’esclusione, in senso opposto, esiste da decenni e non scandalizza nessuno. Un atleta israeliano, o un atleta ebreo con passaporto dello Stato di Israele, in buona parte del mondo arabo e musulmano semplicemente non può gareggiare, e in alcuni casi non può nemmeno entrare.

Gli esempi non mancano e non sono episodi marginali. Ai Mondiali di judo di Abu Dhabi del 2017 e del 2018, agli atleti israeliani fu negato il diritto di esibire la bandiera e di ascoltare l’inno: quando Tal Flicker vinse l’oro, sul podio risuonò l’inno della federazione internazionale, non quello del suo Paese. Negli sport da combattimento e nel nuoto si è ripetuto per anni un copione preciso: judoka e atleti egiziani, iraniani, algerini che rifiutano la stretta di mano o si ritirano dalla gara pur di non affrontare un avversario israeliano. Il caso più noto è quello del judoka iraniano Saeid Mollaei, costretto secondo la federazione internazionale a perdere di proposito per non incrociare un israeliano in finale, al punto da chiedere asilo e gareggiare poi sotto altra bandiera.

Qui il meccanismo si rovescia in modo istruttivo. Il rifiuto di competere contro un israeliano in quanto israeliano viene raramente bollato come ciò che è: una discriminazione su base nazionale, talvolta apertamente etnica e religiosa. Eppure è la negazione esatta di quel principio universalista in nome del quale si vorrebbe bandire Israele. Chi chiede l’esclusione invoca l’idea che lo sport non debba ospitare chi viola certi valori. Ma il valore più elementare, gareggiare gli uni contro gli altri a prescindere dalla provenienza, viene violato proprio a danno degli israeliani, e quasi sempre nel silenzio.

Si arriva così a un paradosso che vale più di ogni argomento. Allo stato di Israele si chiede di stare fuori dal campo per ragioni morali. All’atleta israeliano, intanto, il campo è già negato in mezzo mondo per ragioni che con la morale non hanno nulla a che vedere. La domanda da rivolgere a chi invoca l’esclusione non è quindi soltanto perché un solo metro. È anche: dove eravate quando l’esclusione la subiva un ragazzo con il judogi e la bandiera sbagliata dell’inno coperto?

Monaco 1972, ovvero quando le parti erano rovesciate

C’è una data che dovrebbe pesare in ogni discussione su Israele e sport: settembre 1972, Giochi Olimpici di Monaco. Un commando dell’organizzazione palestinese Settembre Nero fece irruzione nel villaggio olimpico e sequestrò undici membri della squadra israeliana. Furono uccisi tutti. Lo sport mondiale, allora, scoprì che il terrorismo poteva colpire proprio lì, nel luogo della tregua. E gli israeliani non erano i carnefici. Erano le vittime.

Per decenni il CIO ha esitato persino a dedicare loro un minuto di silenzio ufficiale, temendo di “politicizzare” i Giochi. La stessa istituzione che oggi viene sollecitata a politicizzare lo sport contro Israele, cinquant’anni fa rifiutava di onorare atleti israeliani assassinati per non turbare gli equilibri. È un cortocircuito che vale più di mille analisi: il sospetto verso Israele precede i fatti, li sopravanza, e resta costante mentre i fatti cambiano di segno.

La posta in gioco

Si dirà che lo sport non può restare indifferente alle sofferenze dei civili. È vero, e nessuno serio lo nega. Ma una coscienza che si attiva selettivamente non è una coscienza: è uno strumento. Quando l’indignazione conosce un solo indirizzo, smette di essere indignazione morale e diventa pressione politica travestita da morale.

La richiesta di bandire Israele dai campi non riguarda davvero il rispetto delle regole internazionali, perché quelle regole, se applicate con coerenza, riempirebbero gli stadi di sedie vuote in mezzo mondo. Riguarda la trasformazione di uno Stato in un’eccezione permanente, in un soggetto al quale è richiesto di giustificare la propria stessa presenza. Lo sport, che dovrebbe essere il luogo dove le bandiere sfilano una accanto all’altra, rischia di diventare il luogo dove a una bandiera sola si chiede di restare fuori dal corteo.

Quell’account che leggo con attenzione, @sportegeopolitica, fa quindi una cosa utile, forse senza volerlo. Mostra dove si concentra lo sguardo. E uno sguardo che si posa sempre nello stesso punto racconta più di chi guarda che di ciò che è guardato.

 

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