Una riflessione e un augurio per Yom Kippur

Ugo Volli
Ugo Volli
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Ebraismo, Editoriali

Una riflessione e un augurio per Yom Kippur

Ebraismo, Editoriali
Ugo Volli
Ugo Volli

yom-kippur-progetto-dreyfusGli ebrei di tutto il mondo si preparano in queste ore al giorno più solenne del loro calendario liturgico, il Giorno dell’Espiazione o Yom Kippur. Si tratta di un momento di autoesame e pentimento per gli errori e i peccati commessi, che si sostanzia in una giornata intera, 26 ore di digiuno, concentrazione, esame di coscienza e preghiere. E’ la ricorrenza che forse più caratterizza la tradizione ebraica rispetto alle altre esperienze religiose. Per questa ragione la difficile prova del digiuno è qualla che continua ad attirare più fedeli, l’ultima abbandonata dagli assimilati, la più toccante per le coscienze incerte.

La logica della giornata non è quella di ottenere un’assoluzione attraverso il rituale: l’etica ebraica bada soprattutto ai fatti. Prima di essere in condizione di poter chiedere l’indulgenza divina bisogna chiedere scusa per i torti fatti agli altri; e anche per quanto riguarda le trasgressioni compiute contro la legge divina il pentimento ha da essere un vero ritorno nella strada della legge e non semplicemente una richiesta di scuse.

L’aspetto più significativo è il modo in cui ci si pone in questo processo: ciascuno è solo di fronte alla sua coscienza e alla divinità, non vi sono intermediari che possano distribuire il perdono o anche solo formulare un giudizio. Ma nelle preghiere la richiesta di indulgenza e anche l’elenco dei peccati commessi sono formulati al plurale. Il torto e anche l’esigenza di salvezza riguardano collettivamente il popolo ebraico. Non basta per esempio sapere di non aver ucciso nessuno o di non aver commesso spergiuro per non essere coinvolti in questi misfatti, perché c’è qualcuno che l’ha fatto e la responsabilità non è solo sua, ma collettiva.

Anche l’esame di coscienza dunque dev’essere collettivo, e andare al di là dei formulari liturgici. Per questo mi permetto di indicare una strada di riflessione che vorrei condividere nel grande corpo del popolo ebraico che rifletterà su se stesso nella lunga giornata che va da martedì sera a mercoledì sera. Il popolo ebraico è oggi immerso in un problema, che è il frutto di un errore (o se vogliamo di un peccato, perché la parola chet che si usa per definirlo indica innanzitutto un errore). Il pericolo è la perdita di unità e di solidarietà. Vi è una parte minoritaria ma consistente del popolo ebraico, soprattutto negli Stati Uniti, ma in parte anche in Europa, che si sente alienato dai destini complessivi e in particolare da quelli dell’entità politica che raggruppa ormai la maggioranza degli ebrei del mondo e per tutti costituisce un rifugio e una garanzia, lo Stato di Israele. L’errore è doppio e consiste da un lato nel privilegiare le proprie posizioni politiche (spesso assolutizzate come scelte morali) sull’identità collettiva. Dall’altro nel pretendere di anteporre le proprie scelte personali a quelle formate collettivamente, nel rifiutare dunque la solidarietà e l’appoggio alle decisioni dello stato di Israele quando esse non coincidono con le scelte politiche del proprio partito, nel sentirsi superiori alla collettività. Talvolta esso si spinge fino all’alleanza chiara ed esplicita con i nemici di Israele e degli ebrei. Il rischio è quello della divisione, dell’indebolimento, di una dispersione morale prima che politica. L’aggravante è che un errore così grave venga compiuto con senso di superiorità e presunzione etica.

Certamente si tratta di temi politici, che possono essere completamente analizzati solo in sede politica. Ma dato che l’ebraismo è religione di popolo e non semplice fede individuale e che Yom Kippur esalta proprio questa dimensione collettiva, vale la pena di rifletterci a fondo anche in questa giornata. A tutti i membri del mio popolo che si preparano per Kippur auguro una buona riflessione e spero che essa sia riconosciuta e accettata, “ben sigillata” dalla divinità, come si usa dire.

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