La malattia mentale del terrorismo che ottunde ogni umanità

Ugo Volli
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Terrorismo

La malattia mentale del terrorismo che ottunde ogni umanità

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Ugo Volli
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La malattia mentale del terrorismo che ottunde ogni umanità. E’ solo una questione di buona educazione? O si tratta di una sindrome psichiatrica collettiva vera e propria? Non saprei, forse la via di mezzo è quella giusta: una cultura profondamente malata e pericolosa. E’ quel che mi viene da pensare vedendo le scene dei palestinisti che offrono dolcetti per strada alla notizia di qualche ebreo ucciso per un attentato. E’ successo anche domenica, quando un terrorista ha accoltellato un soldato, gli ha rubato il mitra e in due diverse fermate dell’autobus ha sparato all’impazzata sulla gente che spettava il mezzo uccidendo e ferendo chi capitava. Appena l’hanno sputo a Gaza si sono scambiati dolcetti per la strada. Trovate le foto qui, qui e qui. Me ne rendo conto, naturalmente, c’è un conflitto secolare. Ma è possibile festeggiare la morte di perfetti sconosciuti, caratterizzati solo da una appartenenza religiosa? Badate, non è una battaglia vinta, il criminale sarà certamente scovato e imprigionato, se non si opporrà all’arresto – e se no, peggio per lui. Ma loro festeggiano: per celebrare l’odio, non per festeggiare un risultato.

Non è una cosa isolata. Vi ricordate Ahed Tamimi, l’adolescente biondina di famiglia terrorista che si fece filmare un paio di volte mentre schiaffeggiava un soldato grande il doppio di lei, ma impavidamente evitava di restituirle il favore e alla fine si fece qualche mese di prigione, suscitando l’entusiasmo estetico – diciamo così – dei media occidentali, che la paragonarono a Shirley Temple se uno addirittura a Mandela? Be’ uscita di prigione notevolmente appesantita (alla faccia della durezza delle “galere israeliane”) e per nulla più somigliante a una ragazzina, quindi meno popolare sui media, ha cercato di recuperare con una dichiarazione in cui invitava i suoi amici ad ammazzare il rabbino Yehuda Glick, che non è un soldato o un uomo comunquer responsabile di violenze.  La sua colpa principale è di essere un sostenitore religioso della libertà di accesso al Monte del Tempio. Ma la ragione della volontà omicida della Tamimi è probabilmente un’altra: Glick ha subito un attentato un paio d’anni fa, è stato ferito gravemente a colpi di pistola vicino al cuore, ma è sopravvissuto, e si è addirittura di recente risposato. Di nuovo, la sindrome è l’odio verso la vittima, il nemico caduto.

Un altro episodio recente riguarda invece un diplomatico americano, quel Jason Greenblatt che Trump ha incaricato di negoziare con le potenze mediorientali il suo piano di pace fra Israele e l’Autorità Palestinese. Non avendo evidentemente migliori argomenti contro il piano, il giornale ufficiale dell’Autorità Palestinese Al-Hayat Al-Jadida ha fatto scrivere un editoriale contyro di lui a un tal Omar Hilmi Al-Ghouli, membro del comitato centrale e noto per aver in precedenza attaccato Hilary Clinton dicendo che era al soldo di Israele. Di Greenblatt invece il buon Al Ghouli ha scritto che era un “mongoloide”, cioè “ritardato” e “affetto dalla sindrome di Down”; non solo lui, beninteso ma tutta l’amministrazione Trump. La cosa è così grossa e fuori da un minimo di civiltà che ci sono state anche delle rarissime proteste nel mondo palestinese: la “coalizione palestinese per la disabilità” ha chiesto di rettificare. Ma il giornale, che è sempre l’organo ufficiale della dittatura, la “Pravda” di Ramallah, ha avuto l’ultima parola, dicendo di avere diritto… alla libertà di opinione. Beninteso, di tutto questo nessun giornale occidentale di quelli che difendono il politically correct e attaccano la “maleducazione di Trump” ha fatto parola.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ricordare gli altri dolcetti offerti un mese fa quando un terrorista ha ucciso e violentato (sembra dopo che era morta…) un’adolescente israeliana in un bosco vicino a Gerusalemme, e degli altri arabi che hanno sradicato e rubato come un trofeo l’albero eretto alla sua memoria. O si potrebbe allargare il discorso e parlare dei macabri riti dell’Isis, con il pilota abbattuto bruciato vivo in una gabbia, o degli sgozzamenti eseguiti davanti alle telecamere, fra cui quello del giornalista Daniel Pearl in Pakistan, ucciso perché americano ed ebreo. Ma a guardar bene il modo stesso del terrorismo palestinista rientra in pieno in questa patologia, con le bombe nei pub o alle feste o negli autobus, o l’intera famiglia Fogel sterminata da terroristi entrati in casa loro, compreso un neonato di pochi mesi… Non occorre andare avanti. Bisogna dire che il terrorismo e l’antisemitismo sono malattie mentali collettive, gravissime e pericolosissime: la stessa malattia che governava la mente di Adolf Hitler e dei suoi seguaci. Questo vale naturalmente per tutti i terrorismi, compresi quelli intraislamici che sono numerosissimi e quelli che prendono come oggetto i musulmani, com’è capitato in Nuova Zelanda.

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