I numeri del terrorismo antisraeliano e le sue cause

Ugo Volli
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Terrorismo

I numeri del terrorismo antisraeliano e le sue cause

Terrorismo
Ugo Volli
Ugo Volli

I numeri del terrorismo antisraeliano e le sue cause. Su temi che suscitano passioni e schieramenti contrapposti, ci possono essere molte argomentazioni retoriche, ideologie politiche, simpatie partigiane. Ma poi ci sono i numeri, che spiegano com’è davvero la situazione, chi sono gli aggrediti e chi gli aggressori. Così è anche per Israele, che sostiene da quasi cent’anni, ben prima della sua costituzione in stato, una guerra intesa a “sterminare gli ebrei” (così il capo della Lega Araba nel momento dell’attacco nel 1948), a “cancellare Israele dalla carta geografica” (così dicono continuamente i capi politici e militari dell’Iran) a “eliminare l’occupazione” (come si esprimono i dirigenti di Hamas e Fatah). Naturalmente le tre espressioni vogliono dire la stessa cosa.

Ecco alcuni di questi dati, riferiti al 2018. L’anno scorso vi sono stati “1.119 proiettili di mortaio, missili e razzi esplosi in territorio israeliano, rispetto ai 31 del 2017: il numero annuale più alto negli ultimi dieci anni, ad eccezione dell’Operazione Protective Edge nell’estate 2014.” Per rendere la cosa più concreta, si tratta di più di tre missili al giorno. Ma non basta. “Il capo della Shin Bet (Agenzia per la sicurezza israeliana), Nadav Argaman, che ha informato la commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset a novembre, ha rivelato che sono stati prevenuti 480 attacchi terroristici significativi, ovvero circa nove attacchi significativi sono stati evitati per ognuno portato a termine.” Anche in questo caso, su base quotidiana, un attentato terroristico tentato ogni giorno.

Vi poi il tema del “terrorismo popolare”, condotto con mezzi minori, ma sempre mortale:

“L’Autorità palestinese  e Fatah in Giudea e Samaria hanno continuato a sostenere la cosiddetta “resistenza popolare”, cioè il terrorismo, ma hanno impedito a Hamas di trasformarlo in un terrorismo di livello militare che avrebbe portato a una rivolta di massa contro Israele e destabilizzare la PA. [Sono stati registrati] un totale di 22 attacchi a coltellate nel 2018, rispetto ai 46 del 2017. Il secondo tipo più comune di terrorismo sono stati attacchi con armi da fuoco, 13 nel 2018 e 20 nel 2017. D’altra parte, il numero di attacchi veicolari è aumentato nel 2018 con 13, rispetto a 10 nel 2017. Il 2018 è stato meno letale, con 12 civili e soldati israeliani uccisi, contro i 18 del 2017. In totale 74 israeliani sono stati uccisi tra l’inizio dell’ondata di terrorismo popolare nell’ottobre 2015 e la fine di dicembre 2018.”

Il tutto accade in un piccolo paese. Per capire l’impatto di questa ondata terrorista, per esempio paragonandola all’Italia, bisognerebbe moltiplicare le cifre sette volte per compensare la differenza della popolazione. Si vedrebbe allora che i livelli dell’assalto terrorista sono superiori a quelli del periodo più caldo del terrorismo rosso, alla fine degli anni Settanta.

Al contrario però di quel che accadde all’Italia in quel momento e in parte a Israele durante la terribile ondata dei bombardamenti suicidi all’inizio degli anni Duemila, il paese non è affatto ferito e ripiegato su se stesso. L’economia continua a fiorire, soprattutto nell’alta tecnologia alimentata dai progressi scientifici; non vi è un sentimento di insicurezza collettiva, neppure da parte di un’industria sensibilissima a questo rischio come il turismo, che ha battuto record dopo record e continua a fiorire; i sondaggi mostrano una popolazione soddisfatta e fiduciosa.

Insomma il terrorismo colpisce, riesce a fare qualche vittima e a spedire sul territorio israeliano proiettili che la tecnologia riesce però a bloccare. Ma non riesce a terrorizzare, non appare assolutamente in grado di ledere la posizione interna e internazionale di Israele, anche perché i suoi governanti saggiamente reagiscono con rappresaglie agli atti di aggressione, ma non si lasciano catturare in una dinamica di guerra aperta che sarebbe dannosa per lo stato ebraico.

Il fallimento di questa strategia è chiaro ed è ormai registrato a livello internazionale dagli stessi stati arabi che non nascondono più di essere disposti ad alleanze con Israele per ragioni economiche, politiche o militari, cioè per la lotta a nemici comuni come Isis o Iran.  E allora perché i capi terroristi continuano a mandare innanzitutto la loro stessa gente a morire? E’ sempre difficile interpretare in termini di psicologia individuale i fenomeni storico-politici. Bisogna notare però che nonostante gli ingenti aiuti internazionali, gli arabi di Giudea e Samaria (sotto l’Autorità Palestinese e il suo soci di maggioranza Fatah) e quelli di Gaza (sotto Hamas), vivono malissimo, mancano dei più elementari diritti politici e sociali, sono sottoposti a violenze e torture ogni volta che non compiacciono ai loro padroni, per lo più vivono in condizioni economiche miserabili, senza speranze di miglioramento, salvo una piccola casta di straricchi, di solito legati alla direzione politica e alla sua correzione. Ci sarebbero tutte le ragioni per rovesciare regimi corrotti e inefficienti, forse i peggiori del mondo. Ciò che mantiene al potere Abbas e i capi di Hamas è la guerra con Israele che essi amministrano. Se dicessero ai loro sudditi che la guerra è perduta, che bisogna accomodarsi nello status quo o cercare di negoziare una vita migliore, non avrebbero nessuna giustificazione per la loro tirannia. Insomma si tratta di una dirigenza per cui rifiutare la “normalizzazione” per cui un governo è giudicato dai suoi risultati civili o economici è questione di vita o di morte.

Un’altra domanda più difficile è perché i loro sudditi si lasciano condurre verso azioni terroriste, cioè omicide e spesso in sostanza suicide. Anche qui c’è una risposta economico-sociale: i terroristi processati e incarcerati e le loro famiglie se muoiono nel corso della loro azione criminale, ricevono grandi privilegi e soprattutto stipendi a vita; anche i terroristi inquadrati nelle formazioni di Hamas e Fatah sono pagati e hanno un evidente potere mafioso nei confronti dei loro concittadini. Insomma, il terrorismo è l’industria più florida di Gaza e dei territori dell’Autorità Palestinese. Ma questo non basta, c’è la propaganda continua e martellante che inizia da bambini e non finisce mai e inoltre si radica sul tradizionale antisemitismo musulmano. Riuscire a rompere questo meccanismo infernale è la condizione perché la pace possa finalmente affermarsi davvero fra quelle popolazioni.

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