Strage Bologna, spuntano “minacce palestinesi” prima del 2 agosto

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David Spagnoletto
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Strage Bologna, spuntano “minacce palestinesi” prima del 2 agosto

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David Spagnoletto

Sono le 10.24 di un sabato estivo. Alla stazione di Bologna, molte persone si preparano per raggiungere le mete di villeggiatura, sognando come trascorrere il tempo dopo un anno denso di impegni.

Alle 10.25 i sogni vengono spezzati da un’esplosione nella sala d’aspetto della seconda classe, che uccide 85 persone e ne ferisce 200.

Quel sabato è il 2 agosto 1980 e passerà alla storia come la strage di Bologna, uno degli ultimi atti della cosiddetta strategia delle tensione che da più di dieci anni insanguina l’Italia.

La bomba, composta da 23 kg di esplosivo, fa crollare anche le certezze di un paese che sta cercando lentamente di ricostruirsi a due anni dall’uccisione di Aldo Moro, uno dei politici più importanti della Italia repubblicana.

Poco più di un mese prima (36 giorni), un’altra tragedia aveva rievocato le paure della nazione: la strage di Ustica (27 giugno) in cui morirono gli 81 occupanti di un DC-9 diretto a Palermo in circostante ancora oggi da chiarire..

L’Italia torna nel caos. Torna a essere quella terra dove le incertezze del tempo diventeranno le basi per l’attuale assenza di una memoria condivisa.

Le indagini si indirizzano subito sulla pista neofascista che, dopo un iter processuale travagliato e diversi depistaggi (per cui furono condannati Licio Gelli, Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte e Francesco Pazienza), porterà nel 1995 alla condanna di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro “come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna” e per aver “fatto parte del gruppo che sicuramente quell’atto aveva organizzato”: i Nar, Nuclei armati rivoluzionari. Nel 2007 venne condannato anche Luigi Ciavardini, minorenne nel 1980.

Nonostante i tre gradi di giudizio, non tutti concordano sulla matrice della strage e di conseguenza sulla colpevolezza dei condannati.

Una pista sempre smentita ma che torna spesso è quella palestinese. Secondo questa versione, la bomba scoppiata a Bologna sarebbe una ritorsione della Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nei confronti dell’Italia per non aver rispettato il Lodo Moro (che la commissione presieduta da Giuseppe Fioroni sulla morte del presidente Dc ha ribattezzato Lodo Giovannone).

Il motivo è da ricercare nella mancata scarcerazione del giordano Abu Saleh, il capo Sezione-Italia del Fplp arrestato alla fine del 1979 a Bologna dalle forze dell’ordine, che arrivarono a lui dopo aver messo in manette tre esponenti dell’Autonomia che trasportavano armi e fermati a Ortona.

Ad avvalorare questa ipotesi sono due note con classificazione “riservatissimo” del Sismi, secondo cui l’Italia aveva subito minacce da parte del Fplp poco tempo prima della strage di Bologna, che sarebbero state scoperte dal ricercatore Giacomo Pacini e visionati da alcuni parlamentari che stanno spingendo per la pubblicazione.

Ma come da “buona” tradizione italiana che mischia il vero col falso e i documenti di una strage in un’altra (per farli ritrovare chissà dove chissà quando), Pacini ha trovato le note all’interno dei faldoni giudiziari dell’inchiesta per la strage di Piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974.

I documenti riporterebbero i tentativi di Stefano Giovannone, capocentro di Beirut dei servizi segreti italiani, di convincere le nostre autorità ad accettare le richieste palestinesi.

La “nuova” pista palestinese segue la “vecchia” secondo cui la bomba è sì di matrice palestinese ma scoppiata per errore a Bologna e in realtà destinata a Trani per provocare un’esplosione nei pressi dei carcere e far evadere sempre lo stesso personaggio: Abu Saleh.

La ricostruzione è stata fatta dall’ex giudice Rosario Priore che in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno disse:

“C’è una informativa del capo della Polizia, dell’11 luglio 1980, inviata solo al questore di Bari, nella cui giurisdizione ricade il penitenziario tranese: si riferisce di “negative reazioni negli ambienti del FdLP” e non si esclude “una ritorsione nei confronti del nostro paese”. Questo documento potrebbe indurci a ritenere che nella zona ci fosse una persona che collaborasse con il servizio e riferisse notizie molto interessanti”.

Era di questo parere anche Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica e uno dei politici più influenti della Prima Repubblica, secondo cui quella scoppiata a Bologna era “una bomba palestinese in transito”.

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