Ravenna, la capitale italiana del terrorismo islamico

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Ravenna-terrorismo islamico. Un sodalizio che ha fatto diventare la città dei mosaici la capitale italiana dei foreign fighter. L’allarme era stato lanciato quattro anni fa, quando dal Ministero dell’Interno la si indicava come zona di indottrinamento per la jihad.

Quattro anni dopo, l’allarme ha visto numerose conferme.  Dal primo arrestato, Nouassair Louati a un albanese espulso nei giorni scorsi, che ha fatto salire a sei, il numero dei rimpatriati che si erano stabiliti a Ravenna.

Un punto cruciale delle indagini è da ricercare in un’intercettazione in carcere proprio ai danni di Nouassair Louati, che aveva definito Ravenna “la capitale italiana dei foreign fighter”.

La radicalizzazione avveniva (avviene?) fra gruppi di amici, che si influenzavano a vicenda. Una caratteristica ancora più pericolosa secondo una ricerca effettuata dall’Ispi – l’Istituto per gli studi di politica internazionale – secondo cui:

“Qualche membro si radicalizza e gli altri ne seguono l’esempio. Fattori quali l’attaccamento tra i componenti del nucleo (legami familiari, matrimoniali o di amicizia), possiedono una funzione che potrebbe essere persino più rilevante dell’ideologia e della situazione personale”.

Quali sono i motivi che hanno portato a questa situazione?

A Ravenna è presente una numerosa comunità tunisina, aumentata con l’arrivo di numerosi giovani provenienti dalla città tunisina di El Fahs, in seguito ai fatti relativi alla Primavera Araba. L’incontro tra i “vecchi” e i “nuovi” ha rinsaldato quel rapporto che hanno messo in allarme i ricercatori.

Ricercatori che scrivono ancora:

“Indipendentemente dal fatto che i soggetti fossero nati e cresciuti localmente, il senso di appartenenza al piccolo cluster è stato il fattore scatenante. Il ruolo svolto dalle interazioni virtuali con amici e parenti in Tunisia che si erano mobilitati ha avuto una funzione supplementare nel processo di radicalizzazione”.

L’informativa del Ministero dell’Interno, datata 2014, metteva in allarme anche dal rischio di radicalizzazione anche in altre città: Bologna Brescia, Torino e Padova, ma e anche Roma e Napoli.

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