Non voglio imparare come si scrive Auschwitz

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David Spagnoletto
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Non voglio imparare come si scrive Auschwitz

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David Spagnoletto

È la seconda volta da quando faccio parte della redazione di Progetto Dreyfus, che scrivo un articolo in prima persona.

La prima è stata quando scrissi una lettera “immaginaria” a Stefano Gay Taché, il bimbo di due anni ucciso dal terrorismo palestinese.

Solo adesso mi rendo conto che gli argomenti di questi due articoli, in qualche modo, rappresentano due ferite aperte che riguardano Roma: l’attentato alla Sinagoga Maggiore nel 1982 e la deportazione nazista che portò tantissimi ebrei nell’inferno di Auschwitz.

Per qualche strano gioco del destino, Roma è la città dove sono nato e il 1982 è l’anno della mia nascita. Non so se in quel modo ci sia un collegamento.

Da sempre ho sentito parlare di Auschwitz. Non ricordo un giorno della mia vita senza non aver saputo cosa significasse quella parola.

Dai miei genitori e più direttamente dai miei nonni, i cui racconti della guerra per molti anni arrivavano al cuore ma non alla mia mente.

Crescendo e occupandomi di giornalismo e di comunicazione, la mente aveva raggiunto la stessa consapevolezza del cuore.

Migliaia di volte ho scritto Auschwitz nella mia vita. In tutte le volte ho sempre dovuto copiare come si scrivesse, da un libro e dal web.

All’inizio pensavo di non voler essere un aspirante giornalista che sbagliava una parola così importante. Andava prima la h? Prima la w?

Poi ho capito quella che oggi ritengo essere la verità.

Non ho mai voluto imparare a scrivere Auschwitz.

Il mio cuore e la mia testa non potevano accettare quella parola, che rappresentava l’inferno per gli ebrei di tutto il mondo e per coloro che, come me, avevano ascoltato racconti strazianti di parenti deportati e morti nei lager o come la fortuna avesse fatto salvare i miei nonni. Inutile dirlo, ma se quella fortuna non li avesse accompagnati, io oggi non sarei qui. E non ci sarebbe neanche mia figlia Miriam di otto mesi.

Non ho mai voluto imparare a scrivere Auschwitz, perché mi sono accorto che cercando sul web come si scrive, venivo a conoscenza di nuove storie e di nuovi aneddoti sulla Shoah.

Perché, nonostante quello che si creda, non sapremo mai abbastanza di quell’Orrore. Vengono fuori in continuazione nuovi soprusi aberranti subiti dagli ebrei durante la guerra.

Adesso so di non voler imparare a scrivere Auschwitz, perché vorrei imparare sempre di più. Perché in troppi utilizzano il termine e ci scherzano su, come se fosse un tema da cabaret.

Perché la deriva delle parole è arrivata a toccare “Auschwitz” e i “negazionisti”. Fino a un anno fa il termine negazionista era riferito a colui che non credeva al genocidio nazista. Oggi il termine è abusato per identificare chi non crede al Covid-19 o ai vaccini.

Per questo, oggi più che mai, sono convinto di non voler imparare a scrivere Auschwitz.

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