La guerra asimmetrica del movimento BDS

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Mario Del MonteEditor
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La guerra asimmetrica del movimento BDS

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Il 2 Giugno 1964, in uno dei luoghi più belli di Gerusalemme, precisamente l’Hotel dei Sette Archi sul Monte degli Ulivi, veniva fondata l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Tre anni prima della Guerra dei Sei Giorni, tre anni prima che Israele diventasse, nell’immaginario collettivo, la principale fonte di instabilità del Medio Oriente, tre anni prima della nascita della narrazione che vede i palestinesi come una nazione oppressa dallo Stato ebraico. Si tratta di una data fondamentale per cominciare qualsiasi discorso sul movimento globale contro Israele BDS.

Lo scopo dell’OLP è sempre stato quello di condurre la lotta armata contro Israele. Il suo obiettivo non è mai stato quello di creare uno Stato palestinese indipendente ma di sradicare la presenza ebraica dopo il fallimento della guerra del 1948. Chi pensa che il movimento BDS sia solo un’organizzazione che vuole contrastare lo Stato d’Israele non ha capito un punto fondamentale: la loro battaglia è simile a quella dell’OLP, contro Israele come idea, come fenomeno sociale.

Quando si parla di BDS bisogna capire che questa organizzazione non partecipa ad un conflitto armato ma a una “guerra di coscienze”, una guerra asimmetrica per conquistare l’opinione pubblica attraverso la legittimità e il sostegno attivo. Le sue armi sono denunce di violazioni dei diritti umani perlopiù costruite ad arte o del tutto immaginarie, il suo campo di battaglia è l’Occidente, quella famiglia di nazioni liberali a cui Israele stesso appartiene.

Il termine guerra asimmetrica serve a spiegare cosa succede quando un grande esercito combatte contro movimenti di guerriglia e organizzazioni terroristiche. L’israeliano medio conosce bene questa situazione: è lo stesso principio che muove i terroristi di Hamas quando utilizzano i civili come scudi umani per impedire ai soldati israeliani di sparare. Le organizzazioni terroristiche infatti non hanno regole morali. Chiaro esempio di questo è ciò che è accaduto nel Maggio del 2002: in quell’occasione un drone israeliano filmò inavvertitamente una processione funeraria a Jenin. Sulla barella giaceva un ragazzo palestinese avvolto da una bandiera, intorno a lui decine di donne che piangevano disperate. Dal corteo si levavano accuse contro Israele, colpevole di aver condotto una carneficina senza motivo. A un certo punto però il corteo si ferma, il giovane palestinese cade dalla barella… e improvvisamente balza in piedi e sparisce dietro l’angolo camminando sulle sue gambe!

Poi è stata la volta di Jenin, Jenin, il film di Mohammed Bochri che pretendeva di raccontare la storia di una strage mai avvenuta nell’omonimo campo profughi e che in poco tempo è diventato uno dei più grandi successi delle organizzazioni attive nella campagna BDS. Una popolarità simile a quella raggiunta dalla falsa notizia che vedeva Israele colpevole di massacri di beduini nel deserto del Negev nel 2013. Forse l’unica bugia più famosa è stata quella sostenuta da Yasser Arafat per cui Israele stava avvelenando l’acqua dei palestinesi. Tutte queste affermazioni fantasiose sono state trasformate in fatti dalla propaganda del movimento BDS.

Uno Stato democratico non può mentire o denunciare qualcosa senza prove reali e concrete a sostegno. Ci sono volte in cui funzionari dell’esercito commettono degli errori ma Israele ha dei limiti morali e non ha mai giocato sporco nella battaglia per le coscienze. Sembra un paradosso ma questa battaglia contro Israele è gestita da persone acculturate, liberali e capaci di fare autocritica. Ogni anno più di centosessanta campus universitari in giro per il mondo celebrano la settimana dell’apartheid israeliano comparando lo Stato ebraico al regime nazista e diffondendo saggi su un genocidio in realtà mai verificatosi. Nella primavera del 2010 Berkley è stata la prima università a intraprendere la strada del boicottaggio contro le aziende che commerciavano con Israele. Un anno prima una holding norvegese era stata la prima a ritirare i propri investimenti da una compagnia israeliana (la Elbit systems). Numerosi artisti hanno annullato i loro spettacoli in Israele dopo l’appello di Roger Waters, il frontman dei Pink Floyd. Il successo del movimento BDS è marginale dal punto di vista economico ma ha un notevole peso nel creare nella mente delle persone l’associazione logica Israele = male assoluto.

Israele non è uno Stato perfetto e ha margini di miglioramento ma le delegittimazioni tentate in questi ultimi anni dal movimento BDS non sono altro che mere bugie. Essere contro il fondamentalismo e contro ogni forma di discriminazione oggi significa anche impegnarsi per far sì che le persone siano istruite su ciò che accade realmente in Medio Oriente e su cosa invece diffonde al pubblico un movimento che si dichiara a favore dei diritti umani.

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