Un momento decisivo (e preoccupante) della storia di Israele

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele

Un momento decisivo (e preoccupante) della storia di Israele

Israele
Ugo Volli
Ugo Volli

Il sistema politico israeliano è a una svolta, comunque vadano le cose. Mercoledì scadranno i termini di legge per l’incarico di formare il governo a Gantz, dopo il fallimento del primo tentativo di Netanyahu. A questo punto per la legge israeliana il presidente Rivlin non potrà dare altri incarichi, ma vi sarà un periodo in cui qualunque deputato potrà cercare di formare il governo, portando al presidente le firme di una maggioranza di deputati (almeno 61 su 120) che dichiarino di sostenerlo: una procedura mai realizzata nella storia di Israele. Se nessuno ci riesce, si torna alle elezioni, la terza tornata in un anno.

I dati parlamentari sono questi. Vi è un blocco di centrodestra col Likud, i nazionalisti e i religiosi che appoggia Netanyahu ed ha 55 seggi; un blocco di centrosinistra che appoggia Gantz con Bianco-azzurri, laburisti ed estrema sinistra, che conta 44 seggi. I partiti arabi riuniti ne hanno 12, il partito ideologicamente di destra ma contrario a Netanyahu e ai compromessi coi religiosi, Israel Beitenu, presieduto da Liberman, che ne ha 9. Gantz è disposto ad allearsi col Likud e a cedere a Netanyahu il primo turno di un premierato in alternanza solo se rinuncia all’alleanza con gli altri partiti del suo blocco, che per Netanyahu sarebbe un suicidio. Dunque una “grande coalizione” è impossibile. Restano solo tre soluzioni: le elezioni, un governo di centrodestra con il ritorno di Lieberman che avrebbe 64 voti, un governo di minoranza di Gantz con l’appoggio degli arabi (56 voti) e l’astensione di Lieberman. Non sarebbe possibile invece l’inverso, l’appoggio di Lieberman e l’astensione degli arabi, che porterebbe il governo a 53 voti, contro i 55 del centrodestra (ma potrebbe esserci una via di mezzo, col voto di alcune fazioni della lista araba e l’astensione di altre e anche di Lieberman). Sembra impossibile poi che arabi e Lieberman votino entrambi a favore dello stesso governo.

In sostanza dunque, a parte le nuove elezioni, si sta fra la riproposizione di un governo di destra, che ha una netta maggioranza di consenso elettorale, e un governo minoritario, in cui l’appoggio dei partiti arabi sarebbe decisivo. E a parte la mancanza di una maggioranza, che è consentita dai meccanismi legali, ma politicamente non è certo il segnale per un buon lavoro o per un consenso democratico sostanziale nel paese, la presenza determinante dei partiti arabi è un problema, agli occhi dell’opinione pubblica e molto concretamente per la sicurezza di Israele. Non certo per ragioni etniche o religiose: vi sono stati ministri arabi e musulmani, come vi sono giudici della corte suprema, sindaci, ecc. ecc. e nessuno ha obiettato alla loro presenza. Il problema è che questi ministri non erano stati eletti nell’ambito dei partiti che sono alleati nella lista con cui Gantz sta cercando di accordarsi per il governo.

Questi partiti sono tutti antisionisti, contrari alla definizione di Israele come stato ebraico, alcuni fra essi strettamente, organicamente legati ai terroristi di Fatah e di Hamas. Alcuni dei loro leader sono stati in passato condannati per spionaggio o complicità col terrorismo, sono fuggiti dal paese o si sono dimessi dal Parlamento per questo. Com’è possibile renderli determinanti per il governo di un paese minacciato, assediato e colpito da un terrorismo che essi assolvono, e spesso appoggiano attivamente. Come avrebbe potuto un governo così composto fare anche l’operazione antiterrorismo a Gaza della settimana scorsa, per non parlare dell’eventualità di guerre più gravi?

La prospettiva di un governo israeliano guidato sì da un gruppo di generali, ma ostaggio di partiti vicini al terrorismo è molto inquietante; è il frutto di un lungo lavoro per cercare di rovesciare in parlamento la maggioranza di centrodestra che è chiara nel paese e di delegittimare a ogni costo Netanyahu. Questo è il momento in cui tale lavoro, che risale almeno ai tempi di Obama, potrebbe realizzarsi, provocando fra l’altro una divisione estremamente aspra nella società israeliana. Chiunque ami Israele non può che essere in ansia per le sorti dello Stato ebraico, già minacciato dall’offensiva esterna dell’Iran.

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