Il jhadismo in Italia

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Terrorismo

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Il recente attentato di Berlino ha riportato alla ribalta, semmai ce ne fosse stato bisogno, il problema del terrorismo islamico in Italia. La fuga di Anis Amri con tappa a Sesto San Giovanni ha occupato i media nazionali e la mente dell’opinione pubblica, che si sono domandati come mai un presunto terrorista si sia rifugiato vicino Milano.

Aveva appoggi e protezioni sul nostro territorio? Era di passaggio?

Gli inquirenti stanno indagando sulla vicenda e in generale sul fenomeno del jihadismo in Italia, che secondo gli analisti è “homegrown”, composto da persone di seconda generazione di musulmani immigrati, che sono legati alla comunicazione web, che ha sua volta sembra non abbia collegamenti con gli ambienti delle moschee.

Il primo caso di terrorista “homegrown” nel nostro paese è quello di Mohammed Game, che il 12 ottobre 2009 tentò di farsi saltare in aria al cancello della caserma di Santa Barbara, alla periferia di Milano, provocando “solo” il suo ferimento e quello di due soldati. Sul pc di Game, le forze dell’ordine trovarono 185 file sugli scritti di Abu Musab al Suri, uno dei più importanti ideologi del jihadismo globale, conosciuto per la sua elaborazione del concetto di resistenza senza leader.

L’esperto di jihadismo in Italia e ricercatore dell’ISPI, Lorenzo Vidino, ha scritto che nelle nostre città vengono replicate in piccolo dinamiche viste in altri paesi:

“Una scena informale, stimabile in qualche centinaia di unità, che, con vari livelli d’intensità, adotta l’ideologia jihadista. Si tratta, in sostanza, di un piccolo insieme di soggetti dalle caratteristiche sociologiche (età, sesso, origine etnica, istruzione, condizione sociale) estremamente eterogenee ma che condivide la fede jihadista. […] La maggior parte di questi soggetti non è coinvolta in alcuna azione violenta, bensì limita la propria militanza a un’attività spesso spasmodica su internet, mirata a disseminare materiale che spazia dal puramente teologico all’operativo”.

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