I finanziamenti europei alle organizzazioni palestinesi

Victor Scanderbeg Romano
Victor Scanderbeg RomanoAnalista Storico-Politico
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Dossier

I finanziamenti europei alle organizzazioni palestinesi

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Victor Scanderbeg Romano
Victor Scanderbeg RomanoAnalista Storico-Politico

unione europea

Abbiamo affrontato parzialmente il problema della corruzione dilagante fra i dirigenti di Fatah e, più in generale, dei milioni di euro spariti dalla casse di AP e PLO. Tuttavia, non c’è mai stata una vera inchiesta, da parte degli organismi internazionali che foraggiano queste organizzazioni, per comprendere quanti soldi siano stati effettivamente elargiti e quanto siano effettivamente serviti ad aiutare la popolazione araba di Palestina.

Fra i maggiori finanziatori della Palestina – qui intesa in senso atecnico come somma degli enti che la rappresentano, Autorità Palestinese (AP) in primis – c’è l’Unione Europea, sempre molto solerte nel prendere decisioni economiche che danneggiano Israele (vedi etichettatura dei suoi prodotti), ma tremendamente sciatta quando si tratta di controllare le uscite che danneggiano sé stessa.

La  questione dei finanziamenti UE alla Palestina presenta diverse complessità. Innanzitutto c’è l’oggettiva difficoltà di analizzare un grande quantitativo di fonti e documenti (spesso poco comprensibili) e, in secondo luogo, il generale disinteresse (o la volontaria omissione?) mostrato per l’argomento da parte di numerosi media italiani e comunitari. Per questo, il documento della Corte dei Conti Europea intitolato Il Sostegno Finanziario Diretto dell’Unione Europea all’Autorità Palestinese – Relazione speciale n. 14 /2013 (di seguito “Relazione”), è particolarmente prezioso.

ue finanziamenti.jpg

Con questa Relazione la Corte dei Conti Europea ha valutato le modalità con cui la Commissione ed il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) hanno gestito il programma di sostegno finanziario diretto (SFD) Pegase e i risultati ottenuti.

Alcuni siti si sono occupati di questo documento nelle settimane successive alla sua redazione, ma non c’è mai stata un’analisi approfondita delle informazioni contenute nello stesso.

La Relazione si apre quantificando i versamenti di denaro UE nelle casse palestinesi in 5,6 miliardi di euro nel periodo 1994-2012. Negli ultimi anni, i finanziamenti hanno subito una netta impennata, perché sono passati dai 2,7 miliardi di euro del 1994-2006 ai 2,9 miliardi di euro del 2007-2012.

Già la prima sigla che troviamo è davvero infelice; quel TPO (territorio palestinese occupato) è stato scelto forse da funzionari con poca familiarità con il diritto internazionale, visto che si tratta di territori contesi e, in massima parte, amministrati dalla AP.

I 5,6 miliardi si riferiscono però al solo bilancio generale UE. A questi si aggiungono (vedi tabella sopra) gli aiuti all’UNRWA (800 milioni nel 2007-2012) e gli aiuti “miscellanei” (755 milioni nello stesso periodo).

L’SFD (1,4 miliardi), oggetto della relazione della Corte dei Conti UE, è un ulteriore strumento di finanziamento dell’AP, che porta il peso complessivo degli aiuti a quasi 6 miliardi di euro per il 2007-2012.

totale aiuti

Oltre a riassumere tutte le maggiori fonti di finanziamento UE a favore della Palestina, la tabella nomina anche l’ENPI (European Neighbourhood and Partnership Instrument). Si tratta dello strumento europeo di vicinato e partenariato di cui beneficiano 16 paesi, complessivamente oltre 300 milioni di abitanti, ma il 20% dei suoi fondi va alla sola West Bank, che di abitanti ne ha 1,7 milioni.

Quanto all’SFD Pegase, si tratta dello specifico programma di finanziamento diretto all’AP. Ma quali sono gli obiettivi specifici dei finanziamenti? E quali sono le condizioni necessarie alla loro erogazione?

Relativamente alla prima domanda, la Relazione non lascia adito a dubbi:

  1. aiutare l’AP a far fronte ai propri obblighi nei confronti dei dipendenti pubblici, dei pensionati (CSP) e delle famiglie palestinesi vulnerabili (VPF);
  2. mantenere il funzionamento dell’amministrazione e l’erogazione di servizi pubblici essenziali alla popolazione;
  3. attuare le riforme della GFP e ridurre il disavanzo di bilancio (compresa la riduzione dell’accreditamento netto e degli arretrati dovuti al settore privato).

I primi destinatari sono quindi  i dipendenti pubblici dell’AP e i pensionati. In pratica l’Europa, nonostante la crisi finanziaria, ha pagato gli stipendi e le pensioni degli impiegati di un’organizzazione situata al di fuori dell’UE e che ha dimostrato a più riprese un grave risentimento anti-occidentale, antisemitismo e vero odio  anti-ebraico. Scorrendo i grafici, emerge anche un secondo particolare, ossia in quale percentuale i finanziamenti UE abbiano contribuito al funzionamento della pubblica amministrazione della AP.

spesa salariale AP

Nel 2008 la spesa complessiva dell’AP si era già impennata grazie alle assunzioni di massa, e sfiorava i 40 milioni di euro al mese. Quattro anni dopo, all’inizio del 2012, si è arrivati a quasi 65 milioni al mese; un aumento scellerato e inammissibile, specie perché reso possibile dai soldi dei contribuenti europei. Il dato emerge chiaramente anche nella Relazione, dove si legge che la spesa media mensile per le retribuzioni CSP ha avuto “un incremento pari a circa il 39 %”. Andando a prendere il dettaglio di alcuni mesi, possiamo vedere che, ad esempio, nel febbraio e nell’aprile del 2012, l’SFD Pegase ha coperto il 78% dei salari e pensioni dell’AP.

Solo poche categorie sono escluse dai contributi europei, in particolare: I) ministri e vice ministri; II) lavoratori «giornalieri» (pagati a giornata); III) dipendenti/pensionati delle forze di sicurezza e della polizie civile; IV) dipendenti che lavorano presso ONG, organizzazioni sindacali e vari partiti politici che operano con il sostegno dell’AP; V) coloro che sono esclusi in quanto iscritti negli elenchi di sanzioni internazionali e specifici (ovvero «World Check»).  Quest’ultimo controllo, pur essendo molto utile per individuare le PEP (politically exposed person), non arriva a un livello tale da eliminare, per esempio, il contributo per il padre di un terrorista che abbia ucciso degli israeliani.

pegase

Da notare che sono implicitamente inclusi nel novero dei beneficiari i molti “ambasciatori” in giro per il mondo. È in questa ottica che va letta la fine dei finanziamenti diretti dell’Italia alla rappresentanza palestinese sul suo territorio. Dal 1996 al 2009 l’Italia ha infatti erogato circa 300.000 euro l’anno per sostenere gli “ambasciatori” palestinesi a Roma, e lo ha fatto a fondo perduto, senza che i beneficiari abbiamo mai dovuto rendere conto delle spese effettivamente sostenute. Insomma, chiuso un rubinetto se n’è aperto un altro, molto più abbondante e sotto l’egida dell’UE.

Nonostante l’entità dei finanziamenti, l’AP ha lamentato una situazione finanziaria sempre più difficile, registrata anche nella Relazione. Il responsabile dei problemi economici dell’AP è stato però prontamente individuato dall’UE:

pegase 2

Il problema maggiore è che non si fa alcuna menzione all’enorme corruzione dell’AP, e tali difficoltà vengono ricondotte in modo esclusivo al comportamento di Israele. Anche qui, bisogna prestare attenzione alla scelta terminologica; non essendoci prove o, meglio, essendo questa conclusione completamente priva di fondamento, i relatori si basano solo sulla opinione ampiamente diffusa. Una spiegazione striminzita e poco tecnica, inaccettabile se consideriamo che solo il capo del team di audit ha percepito € 1.600 per ogni giorno di lavoro.

Quanto alle condizioni di erogabilità dei finanziamenti, la Relazione si esprime in modo inequivocabile:

pegase 3

Si tratta quindi di 1.395 milioni di euro versati nelle casse dell’AP senza alcun vincolo. Viene quindi accettata la richiesta dell’AP di poter gestire i fondi come meglio crede, purché arrivino alle categorie dettagliate dall’UE. L’AP ha avuto quindi la possibilità di aumentare in modo esponenziale il numero di dipendenti pubblici: “dopo una rapida espansione tra il 2000 e il 2007, a partire dal 2008 l’AP ha cercato di limitare la crescita dell’occupazione nel settore pubblico a 3. 000 dipendenti l’anno.”

Altra categoria beneficiaria dell’SFD Pegase è quella delle famiglie palestinesi in difficoltà, o VPF (Vulnerable Palestinian Families). Qui il contributo dell’UE  ha raggiunto livelli incredibili, specie pensando al fatto che, fra le ragioni ostative al versamento dei contributi non sono inserite la condanna per atti di terrorismo o altri reati commessi nei confronti dei vicini Israeliani. Sino al 2011, l’SFD Pegase ha coperto in toto (100%) i finanziamenti alle VPF, per poi passare al 75% nel 2012; nella sola West Bank , si è passati da 44.035 beneficiari nel 2008 a 59.915 nel 2012. Prendendo in considerazione tutte le indennità sociali istituite dall’AP, l’UE arrivava a coprirne il 47%, ossia una percentuale mai raggiunta neanche per il più bisognoso degli stati membri.

La situazione si è rivelata ancora più grave a Gaza, dove la Relazione ha specificato che “un numero considerevole di dipendenti pubblici riceveva lo stipendio, in parte finanziato dall’SFD Pegase, essendo ammissibile al sostegno in quanto iscritto a libro paga dell’AP, pur non recandosi al lavoro a causa della situazione.”

La Corte dei Conti sottolinea anche la poca cura degli organi europei quando dice: “La Commissione e il SEAE, pur essendo a conoscenza del problema, non hanno preso misure adeguate per porvi rimedio e non sono stati in grado di fornire informazioni precise sull’estensione di tale pratica”.

L’esempio più eclatante di sperpero dei finanziamenti UE è avvenuto proprio a Gaza, nell’ambito del rimborso degli arretrati verso il settore privato dovuti dalla AP, ed è riportato per intero nel box informativo originale:

rimborso iva gaza

Oltre due milioni e mezzo di euro che, con tutta probabilità, sono finiti direttamente nelle tasche di Hamas (visto che l’organizzazione terroristica governa Gaza da diversi anni) o di suoi accoliti. È ragionevole immaginare che quei soldi siano stati utilizzati per fini molto diversi da quelli previsti, e ii contribuenti europei avrebbero tutto il diritto di ottenere maggiori informazioni sulle modalità con cui vengono spese le loro tasse.

La Relazione affronta anche altri finanziamenti interessanti, come il sostegno alla produzione elettrica di Gaza, ma rischiamo di entrare troppo nel dettaglio e perdere di vista l’obbiettivo.

Già, l’obiettivo. Se quello finale è porre fine al conflitto israelo-palestinese, viene da chiedersi se versare denaro nelle casse di organizzazioni corrotte e sostenitrici del terrorismo sia davvero la soluzione migliore, specie alla luce degli scarsi risultati ottenuti. In fondo, pur ribadendo più volte i buoni risultati del Pegase, è la stessa Corte dei Conti UE a chiosare la Relazione in questo modo:

Sulla base delle suesposte conclusioni e date le opportunità fornite dal nuovo periodo di programmazione 2014-2020 e da un nuovo piano d’azione UE‑AP, la Corte raccomanda che il SEAE e la Commissione intraprendano un’approfondita revisione del programma Pegase.

 

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