Gli israeliani non hanno perso speranza nel processo di pace, sono solo più prudenti

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Mario Del MonteEditor
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Debunking

Gli israeliani non hanno perso speranza nel processo di pace, sono solo più prudenti

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Durante la campagna elettorale Benjamin Netanyahu è stato ferocemente attaccato dalla stampa mondiale per alcune sue esternazioni riguardo al conflitto israelo-palestinese. Inizialmente ha avvertito della possibilità di una West Bank in mano agli estremisti islamici una volta ritirate le truppe dell’esercito, in seguito è arrivato a dire che non avrebbe mai supportato la creazione di uno Stato palestinese. La verità è che nessun governo israeliano, di qualsiasi colore politico, in questo determinato momento storico sarebbe particolarmente entusiasta della nascita di un vicino Stato che metterebbe a repentaglio la sua sicurezza.

Nelle sue dichiarazioni Netanyahu ha parlato di Iran e di radicalismo islamico. Questo perché gli israeliani non hanno bisogno di concentrarsi sull’ultima guerra di Gaza ma sulla crescente instabilità regionale. Una West Bank in mano agli estremisti non è cosi difficile da immaginare: se si osserva cosa è successo a Gaza dal momento del ritiro israeliano ad oggi, ci si può accorgere che se oggi la West Bank venisse abbandonata dagli israeliani potrebbe essere trasformata facilmente in una realtà molto simile allo Stato Islamico, una minaccia molto più grande di quelle attuali ai confini Nord e Sud. Netanyahu ha sempre sostenuto che la nascita di uno Stato palestinese è subordinata ad una sua demilitarizzazione perciò chi sostiene che Israele stia per abbandonare la soluzione a due Stati è palesemente in errore.

Questa è solo una delle interpretazioni sbagliate che sono state fatte sulle elezioni israeliane dai media internazionali. Mentre la Livni, Herzog, Lapid e tutti gli altri candidati hanno rivolto la loro attenzione ad alcuni problemi sociali, la maggioranza degli israeliani considera ancora prioritaria la questione della sicurezza, specialmente in un momento in cui l’estremismo islamico e la violenza stanno prendendo il sopravvento in Medio Oriente. Netanyahu per loro è ancora una voce rassicurante, una figura non disposta a piegarsi a nessun compromesso con i terroristi. Diplomaticamente parlando la soluzione a due Stati è ancora la base per qualsiasi negoziato e raggiungerla è l’obiettivo dichiarato sia del governo israeliano che dell’Autorità Nazionale Palestinese. Non è un segreto però che questa non è supportata da Hamas che oltretutto vede di buon grado qualsiasi azione tesa a sabotare i piani di Mahmoud Abbas.

E’ importante però segnalare che finora la leadership palestinese ha preferito rifiutare qualsiasi offerta piuttosto che negoziare per ottenere il tanto sospirato Stato. Questo perché buona parte della popolazione è ormai abituata al concetto di “rifugiato a vita”, una conseguenza delle politiche degli Stati arabi vicini che non hanno mai permesso ai palestinesi di ottenere la cittadinanza. Né Netanyahu né Herzog sono in grado di modificare questo aspetto.

La presunta centralità del problema degli insediamenti è un argomento vuoto che sposta l’attenzione dalle vere questioni che ostruiscono un accordo definitivo fra le parti. Questo perché entrambe le parti sanno che qualsiasi negoziato comprenderà una redistribuzione del territorio e il ritiro (graduale o totale) dell’esercito israeliano. Le continue interferenze degli USA e dell’Unione Europea sono solamente un’imposizione esterna che non aiuta nessuno, né gli israeliani messi sotto pressione dagli organi internazionali, né i palestinesi che vedono così allungarsi i tempi per la creazione del loro Stato.

La soluzione a due Stati non solo è supportata da Netanyahu ma ha un consenso trasversale di tutto il sistema politico israeliano. Il pensiero della popolazione israeliana è ben rappresentato dalle parole pronunciate alle Nazioni Unite nel 2005 da Ariel Sharon:

“L’essenza della mia coscienza è ebraica, la mia fede nel diritto eterno e inattaccabile del popolo ebraico di vivere nella terra d’Israele. Ma, lo dico qui anche per sottolineare l’immensità del dolore che provo nel profondo del mio cuore, dobbiamo riconoscere che c’è bisogno di concessioni per il bene della pace tra noi e i nostri vicini palestinesi. Il diritto del popolo ebraico a risiedere in Israele non obbliga a trascurare i diritti degli altri sulla stessa terra. I palestinesi saranno sempre i nostri vicini di casa. Li rispetto e loro sanno che non abbiamo nessuna aspirazione a governare su di loro. Hanno diritto alla libertà e all’esistenza in un loro Stato nazionale sovrano. Io sono tra coloro che credono che un compromesso equo che permetta la convivenza in rapporti di buon vicinato tra arabi ed ebrei sia raggiungibile, tuttavia devo sottolineare un fatto: non ci sarà nessun compromesso sul diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico, con confini sicuri, difendibili e senza la minaccia del terrorismo.”

La frase finale rispecchia chiaramente quello che Netanyahu significa per la maggioranza degli israeliani. Questi non hanno perso speranza nella pace ma scelgono di approcciarsi all’argomento con molta più cautela. E’ ciò che Netanyahu vuole intendere quando dice che: “Israele è pronta a riconoscere lo Stato palestinese ma i palestinesi devono essere pronti a riconoscere Israele come Stato ebraico.” Entrambe le parti devono fare concessioni ma è bene che anche i media internazionali si accorgano che le preoccupazioni israeliane per la sicurezza dello Stato e per l’identità ebraica meritano la stessa attenzione delle rivendicazioni territoriali palestinesi.

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