L’instabilità politica in Israele e il probabile nuovo voto

Ugo Volli
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Israele

L’instabilità politica in Israele e il probabile nuovo voto

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Ugo Volli
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nuove-elezioni-israele-knessetSarà per l’epidemia. Sarà per la fatica del braccio di ferro che da ormai una decina d’anni contrappone frontalmente in tutto il mondo democratico (dall’India al Brasile, dagli Stati Uniti all’Italia, dall’Australia alla Gran Bretagna, dal Giappone a Israele) una  parte maggioritaria o quasi dei cittadini elettori con la quasi totalità dell’apparato de media, degli intellettuali, degli accademici, dei politici di professione, dei magistrati, dei grandi industriali, cioè diciamo del “consenso progressista/universalista”. Sarà per la difficoltà che hanno i sistemi politici ed economici a reggere questa doppia sfida. E’ chiaro comunque che siamo in un momento di confusione, di incertezza, in cui non solo non sono chiare le strade da prendere, ma neppure le identità in gioco: quando sono davvero progressisti i partiti di sinistra? Non sono diventati i tutori della conservazione dei vecchi equilibri? E i “populisti”, che sottolineano la sovranità democratica delle scelte degli elettori, sono davvero “fascisti”, come pretende di definirli la parte opposta? Sono superati gli Stati che abbiamo e bisogna andare ancor più decisamente verso forme di sovranità internazionale come crede Harari (Homo Deus), o la nazione è il solo spazio possibile per il governo democratico, come sostiene Hazony (Le virtù del nazionalismo)? C’è bisogno di più influenza dei cittadini sulle scelte o è il momento in cui solo i tecnici (i virologi, gli economisti) devono decidere? Il web è un motore della democrazia, perché fa parlare tutti, o un veleno, perché diffonde fake news?

Sono argomenti di cui si parla un po’ dappertutto, ma in maniera disordinata e parziale. Nel frattempo le novità si accumulano e spiazzano le vecchie certezze: alcune buone come le nuove aperture alla pace fra Israele e i paesi arabi propiziate da Trump e Netanyahu, altre preoccupanti, come il revanscismo turco e l’espansionismo cinese. Alle une e alle altre i sistemi politici non sono in grado di fare fronte e solo alcuni leader, usando la propria credibilità personale riescono a intervenire seguendo le proprie intuizioni o i propri progetti.

Questa crisi è molto esplicita in Israele, che al momento in cui scrivo sembra avviarsi al quarto scioglimento del parlamento in due anni, segnalando l’incapacità del sistema politico di dare un governo stabile al paese. La ragione immediata di questa paralisi è che vi sono due maggioranze parlamentari contraddittorie: una politica di destra che corrisponde all’orientamento sempre più maggioritario dell’elettorato, che rifiuta le ricette della sinistra in campo della politica estera (l’accordo a tutti i costi coi palestinisti) sia dell’economia (lo statalismo socialista) e aderisce a quelle condotte con grande abilità tattica (e quindi con qualche serpentina) da Netanyahu. Vi è poi però anche una maggioranza, almeno fra i politici e certamente nei media, unita dal rancore verso Netanyahu e dalla volontà di troncarne la carriera politica troppo lunga e accusata di episodi di corruzione (secondo molti impropriamente, ma questo in politica non conta). Da grande politico, Netanyahu regge da tre anni all’attacco concentrico dei vertici del sistema giudiziario e di quello politico, appoggiandosi su un grande consenso popolare e sugli straordinari risultati che riesce ad ottenere.

Ma al di là della cronaca, animata da scissioni, accordi, ribaltoni e tradimenti; e anche prescindendo dal tema importante del funzionamento del sistema politico-elettorale, vi sono questioni di fondo che emergono e riguardano l’identità delle forze in gioco. In particolare che cosa definisce la destra e la sinistra in Israele? C’è la questione sociale, naturalmente; ma se è vero che i tassi di ineguaglianza sono notevoli, è anche vero che la liberalizzazione dell’economia che li alimenta ha permesso uno sviluppo senza eguali, che ha migliorato le condizioni di tutti. Essere di destra significa difendere il sistema liberale e essere di sinistra implica volerlo limitare con prezzi fissati dall’alto per aiutare i più deboli? Non è detto.

Vi è la questione del rapporto con i charedim (quelli che impropriamente i media anche filoisraeliani chiamano “ultraortodossi”), che hanno un pacchetto di voti parlamentari (15/16) determinante per quasi ogni maggioranza e finora sono stati con Netanyahu. Essere di destra significa permettere ai giovani studenti delle scuole talmudiche di evitare il servizio militare e finanziare le comunità religiose? Non è detto. Liebemann, che si definisce nazionalista, ha rotto proprio su questo punto (oltre che per il rancore contro Netanyahu) con la maggioranza di destra; la sinistra ogni tanti tenta approcci e lascia capire che potrebbe mettersi d’accordo con i charedim. Poi c’è la questione della pace. Essere di sinistra significa essere disposti ad accettare le condizioni palestiniste ed essere di destra voler annettere Giudea e Samaria? Non è detto. Molto pragmaticamente Netanyahu negli ultimi mesi ha lasciato passare la “finestra” dell’annessione, ottenendo la normalizzazione con quattro paesi arabi; la sinistra invece ha sviluppato discorsi confusi, mantenendosi attaccata alla scelta di Oslo (terra in cambio di pace), ma non insistendo sul tema che indispone chiaramente l’elettorato.

Insomma, le carte sono confuse. Ma assai più a sinistra che a destra, perché questa ha tenuto il timone del governo in questi anni ed è chiaro che cosa vuole fare. Ci sono scissioni e ostilità personali, talvolta capaci di dividerne lo schieramento, come nel caso di Lieberman e del fatto che il movimento di Bennett non è entrato nell’ultimo governo Netanyahu. Ma per lo più l’abilità di Netanyahu e la decsione politica chiara degli elettori riesce a ricomporre le tensioni. A sinistra il discorso è molto meno chiaro, perché se si bada all’autodefinizione ideologica risulta che solo i laburisti (che i sondaggi danno fuori dalla prossima Knesset) e l’estremista Meretz (che i sondaggi riducono ai minimi termini di 6 deputati) si definiscono in questa maniera – oltre alla parte maggioritaria della lista araba, che però gioca un’altra partita e comunque è a sua volta assai divisa. Lapid, Gantz e i loro alleati preferiscono dichiararsi centristi, anche se lo scontro dei programmi e delle mentalità nel governo attuale mostrano chiaramente la distanza dal Likud.

E dunque nei media israeliani è nato un dibattito con una serie di interventi su come la sinistra debba ridefinirsi. Ne indico qui due molto indicativi, entrambi in inglese: uno di Avi Abush, direttore di un gruppo che si definisce “rabbini per i diritti umani” (per lo più di estrazione progressive e conservative). E uno di Ori Wertman, intellettuale laburista. Entrambi sono interessanti perché riconoscono il rifiuto che la sinistra israeliana ha ricevuto dal paese, ma lo attribuiscono al fatto di non essere stati abbastanza di sinistra (eppure Meretz lo è eccome). Sarebbero state le politiche accomodanti dei leader timorosi di staccarsi dall’elettorato a tradire la vocazione alternativa della sinistra.  Bisognerebbe, dicono, essere più radicali sul piano sociale, ambientale, della rappresentanza degli interessi palestinisti. Sembra di sentire i discorsi che in Italia fanno i gruppuscoli alla sinistra del PD e negli Usa le frange più estremiste del Partito Democratico. E’ improbabile che questi suggerimenti siano ascoltati da chi cercherà nei prossimi mesi di fare concorrenza a Netanyahu, ma è significativo che queste nostalgie di una contrapposizione ideologica chiara emergano anche nel momento del grande successo politico e diplomatico di Israele. Sono discorsi estremamente minoritari, ma come per la “squadra” delle quattro deputate democratiche estremiste nel Congresso americano che fanno concorrenza a Bernie Sanders, o per Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, il rischio è che queste idee sfondino fra militanti e “apparatnik”, e contino quindi molto nelle scelte politiche dei partiti, anche se l’elettorato le rifiuta

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