Dove si arrende la notte

Nella Parashà di questa settimana troviamo la risposta a come affrontare il male

David Zebuloni
David ZebuloniStudente
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Ebraismo

Dove si arrende la notte

Nella Parashà di questa settimana troviamo la risposta a come affrontare il male

Ebraismo
David Zebuloni
David ZebuloniStudente

giacobbe lotta con l'angelo

La notte del filo spinato, del silenzio squarciato da urla soffocate, da quella sofferenza riassunta in un fumo nero dall’odore dolciastro. La notte indifferente, incline al dolore, impenetrabile persino ai più abbacinanti raggi di luce. “La prima notte del campo, che fece della mia vita una lunga notte.” Elie Wiesel racchiude in sé la storia di un popolo intero, impersonificando alla perfezione l’ebreo di ieri, di oggi e di domani. E poi la notte, sì. Scenario perfetto del quale Hitler si approfittò per compiere gran parte dei suoi atroci misfatti. La notte dei lunghi coltelli, nel 1934. La notte dei cristalli, nel 1938, che stravolse irreversibilmente la vita di sei milioni di ebrei. Il decreto Notte e Nebbia, nel 1941. E torniamo così ai giorni nostri. L’attentato alla famiglia Fogel, nel 2011, avvenuto ad Itamar. Cinque membri della stessa famiglia: Ehud, Ruth e tre dei loro sei figli, assassinati spietatamente nel cuore della notte, nell’intimo del loro focolare, da quelli che successivamente si definirono “Martiri in nome di Allah”. L’eterna tragedia continua. Poco più di un mese fa, il primo ottobre, si aprì l’ennesima stagione di terrore, in Israele, con una serie infinita di colpi di arma da fuoco. Il cecchino aveva preso di mira il veicolo con il quale la famiglia Henkin stava tornando a casa, avvolta da un cielo meno stellato del solito. Eitam e Naama persero così la vita, in un giorno qualunque, su un’autostrada qualunque, a causa di un terrorista qualunque. Persino chi pianificò l’attentato a Parigi, il 13 novembre, aspettò il calar del sole prima di far caricare i kalashnikov.

La notte assume d’un tratto un aspetto estremamente tetro, macabro. Come se il buio avesse il fine di nascondere un nemico costantemente presente nelle nostre vite. Come se ogni gioco d’ombra possa essere fatale, oltre che letale. Metafora della nostra esistenza, dunque, la notte rappresenta quella forza del male che non conosce rivali. E mentre il mondo piange, la Torre Eiffel si spegne e le madri seppelliscono i propri figli, valorosi soldati o bimbi innocenti, il nemico continua ad alimentarsi di odio; ci getta nella fossa da noi stessi scavata, ci stringe in un cerchio sempre più stretto, in un vortice sempre più buio. Ride di noi, oltre che ucciderci. Con una pertinenza straordinaria ed un tempismo commovente, un antenato fuori copione corre in nostro soccorso. Già, proprio così. È Giacobbe, il terzo patriarca, il protagonista delle nostre sventure. L’unico, probabilmente, che avrebbe dichiarato degnamente “JeSuisCharlie”, se ne avesse avuto i mezzi. Senza alcuna retorica, senza troppa solennità.

Leggiamo questa settimana che Giacobbe, in procinto di attraversare il fiume Yabbok, incontrò l’Angelo della Morte, inviato dal crudele fratello Esaù. I due si sfidarono in un combattimento senza precedenti. Il nostro nemico si rivelò essere dotato di forze inesauribili, oltre che di una violenza terribile. Tuttavia, proprio quando tutto sembrava perduto, proprio quando ci eravamo convinti che il male avesse di nuovo la meglio, proprio un attimo prima che l’Angelo della Morte sferrasse il suo colpo finale, accadde un qualcosa di straordinario. “Devo andare. La notte è terminata e l’alba sta sorgendo”, lo udì dichiarare Giacobbe. “Hai forse paura della luce del giorno?”, replicò dunque il patriarca, con straordinaria prontezza ed un’ironia sottile, fuori da ogni schema.

Possiamo trarre un profondo respiro di sollievo. Ecco la risposta. Ecco quale è il limite del male. Ecco dove si arrende la notte. Giacobbe rimase profondamente ferito dallo scontro citato, ma, nonostante ciò, è proprio lui la nostra principale fonte di ispirazione, oggi. Egli era infatti dotato di una consapevolezza che si è persa nell’arco dei secoli, di un’eredità preziosa che non è stata tramandata di generazione in generazione. Egli sapeva perfettamente che l’unica arma capace di distruggere il male che incombe sulle nostre vite, è proprio la semplice convinzione che, prima o poi, esso è destinato a finire. Poiché basta l’accenno dei primi fragili raggi del sole, il tenue schiarirsi del cielo, per scacciare via le tenebre. Poiché, come la notte si arrende all’arrivo del giorno, il male si arrende sempre di fronte ad un gesto d’amore, ad un sorriso, ad un segno di pace. Il male, infatti, non rappresenta soltanto una minaccia: esso è anche una sfida. Di umanità, più che di forza. Saremo capaci di vincerla?

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