Shoah, 3 novembre 1943 inizia la retata contro gli ebrei di Genova

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Daniel Clark
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Shoah, 3 novembre 1943 inizia la retata contro gli ebrei di Genova

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Una data ha colpito al cuore gli ebrei di Genova. È quella del 3 novembre 1943.

Sono passati due mesi dalla firma dell’armistizio e l’Italia è occupata dalle truppe della Germania nazista.

La barbarie del Terzo Reich si scagliano contro gli ebrei italiani. Uomini, donne, bambini e anziani, non importa. Ciò che conta è catturare più ebrei possibile, per poi spedirli nell’inferno dei campi di sterminio.

In città risuona ancora l’eco della deportazione dell’ex Ghetto di Roma, avvenuta poche settimane prima. La paura è tanta, ma la vita deve andare avanti, anche perché fare diversamente è quasi impossibile.

E allora, ecco che la sinagoga si prepara a vivere un giorno come un altro. Ma quel mercoledì 3 novembre 1943, sarà tutto, tranne che un giorno come un altro. È il punto più altro dell’infamità nazista contro gli ebrei genovesi.

Le truppe naziste irrompono nel tempio ebraico e costringono il custode a consegnare l’anagrafe con gli iscritti alla comunità.

Un primo gruppo di ebrei viene catturato con un tranello proprio in sinagoga, un altro viene preso il giorno seguente, tra loro c’è il Rabbino Capo di Genova Riccardo Pacifici, trasferito sanguinante a Marassi e successivamente deportato ad Auschwitz, dove morì anche sua moglie Wanda Abenaim.

Il viaggio della morte è così composto per quasi tutti gli ebrei genovesi: il carcere di Marassi, poi il trasferimento in quello di San Vittore a Milano o nel campo di Fossoli e infine l’inferno di Auschwitz.

Al termine di quei tragici giorni, si contano 261 ebrei deportati, di cui solo 20 faranno ritorno a casa.

Mercoledì 3 novembre 1943 è il giorno in cui gli ebrei di Genova vengono colpiti al cuore. Sono catturati in Sinagoga, nelle strade, a casa.

È il giorno in cui le speranze lasciano spazio alla disperazione e all’angoscia.

Oggi una stele marmorea posta al di fuori della sinagoga ricorda tutti i 301 ebrei genovesi, vittime delle deportazioni nazifasciste.

In questa tragica storia va menzionato il gesto eroico di Riccardo Pacifici. L’allora Rabbino Capo di Genova avrebbe potuto fuggire e scampare così alla cattura. Ma non lo fece, decise di rimanere al suo posto.

Perché il suo attaccamento alla Comunità Ebraica era troppo forte. Abbandonarla avrebbe significato tradire sé stesso e tutti gli ebrei di Genova.

 

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