La storia ebraica di David Bowie

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Yoram DebachEditor
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Cultura, News

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Domenica scorsa ci ha lasciati per un male incurabile David Bowie, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Quarant’anni di carriera che hanno contribuito a forgiare quella musica grazie alla quale oggi non avremmo avuto artisti come Madonna, Lady Gaga e Kanye West. Un musicista che con la sua musica ha fatto crescere almeno due generazioni grazie alla sua grande capacità di reinventare se stesso. Tra i suoi grandi successi, Station to Station, un album nel quale Bowie canta musica mistica che rimanda alla tradizione ebraica: «Eccoci qui, in un magico spostamento dal Kether al Malkuth». Dove secondo la tradizione ebraica Kether significa corona, e Malkuth regalità.Bowie disegnò il retro dell’album con il diagramma delle 10 sefirot, che sempre secondo la mistica ebraica sono i modi o le espressioni attraveso le quali l’Onnipotente si manifesta.

Bowie si avvicinò alla tradizione ebraica attraverso un lungo percorso che iniziò dalla cultura buddista fino al misticismo cristiano. Non è vero che fosse un nostalgico neonazista nonostante quel saluto che fece nel 1976 davanti al suo pubblico al London’s Victoria Station nel periodo più buio della sua vita nel quale era tossicodipendente. Come non è vero che sua madre fosse ebrea, informazione travisata dal fatto che avesse un fratellastro più grande nato dalla relazione di sua madre con un uomo ebreo che poi l’abbandonò. Bowie era un visionario e riuscì a interiorizzare e a rendere proprie le grandi abilità di quei mostri sacri che ebbe la fortuna di incontrare nel corso della sua vita come Bob Dylan e Lou Reed, entrambi ebrei di fama mondiale che solcarono il sentiero alla carriera di Bowie. Alla fine degli anni ’80 Bowie entrò nella band Tin Machine con il chitarrista Reeves Gabrels e i fratelli Tony e Hunt Sales, figli del comico ebreo Soupy Sales con cui nel 1992 realizzarono un album dal titolo che rimanda alla tradizione ebraica: “Tin Machine Live: Oy Vey, Baby”.

N.B.: Oy Vey è un’espressione yiddish che esprime disappunto o esasperazione.

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