Ma si festeggia il Carnevale o si fa “rivivere” l’Olocausto?

Il Carnevale a Napoli è sempre stato sinonimo di inventiva, soprattutto per le maschere dei bambini, ma quest'anno qualcuno sembra aver voluto esagerare...

Gerardo Verolino
Gerardo Verolino
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Shoah

Ma si festeggia il Carnevale o si fa “rivivere” l’Olocausto?

Il Carnevale a Napoli è sempre stato sinonimo di inventiva, soprattutto per le maschere dei bambini, ma quest'anno qualcuno sembra aver voluto esagerare...

Shoah
Gerardo Verolino
Gerardo Verolino

carnevale-napoli-hitler-maschera-bambini-progetto-dreyfusChi si trovasse a passare per Napoli in questo periodo avrebbe, probabilmente, l’impressione che più che festeggiare il Carnevale si stia macabramente “celebrando” (per modo di dire) l’Olocausto. Infatti, tra le maschere più bizzarre, dei bambini, che si possono vedere in giro, due stanno attirando particolarmente l’attenzione e suscitando la giusta, indignata, reazione delle persone: il bambino vestito da deportato di Auschwitz e quello nei panni del criminale nazista, nientedimenoche, il fuhrer del Terzo Reich, Adolf Hitler. In pratica, una mamma, ha voluto travestire l’ignaro bambino da vittima, con tanto di pigiama a righe, stella di Davide, aria sofferente, viso emaciato (Napoli è o no la città della sceneggiata?), e macchie posticcie di sangue sulla casacca (così come, l’anno scorso, un genitore vestì il figlio da malato ospedaliero con tanto di catetere, busta con le urine e flebo). E un’altra, oggi, forse in preda ad un delirio d’onnipotenza, ha goffamente travestito il figlio da carnefice, quel ripugnante Hitler, con tanto di divisa militare, svastica al braccio, croce celtica al petto, baffetti neri, e posa marziale, che si può vedere in uno scatto che sta circolando in queste ore su internet intitolato “Adolfino dolce forno”. Sia chiaro che quello dell’ufficiale nazista resta uno dei travestimenti più gettonati soprattutto tra gli adulti: chi non ricorda il principe Harry, beccato dal “Sun” ad una festa con l’uniforme nazista o quella volta in cui, l’ex capo della Formula 1, Max Mosley, figlio di Oswald il leader dei nazisti britannici, viene ripreso in un video di “News of the World” mentre appare in un’orgia sadomaso vestito da comandante nazista scudisciando e facendosi frustare da cinque prostitute con l’uniforme dei campi di concentramento; o ancora chi non ricorda Luz Bachmann, il leader del movimento tedesco Pegida mentre posa, sul suo profilo Facebook, con lo sguardo stranito del fuhrer e per questo è costretto a dimettersi dal partito? È il fenomeno definito da Tzvetan Teodorov della “trivializzazione della memoria”. 0 quello riconosciuto anche col termine di Pop Shoah dove tutto, anche l’indicibile è ridotto a brand, come una t-shirt, un ciondolo, un gadget o un’ icona popolare (de)privata del suo carattere di tragedia.

Ma, in questo caso, parliamo di bambini e di Carnevale. Napoli, si sa, col macabro, col culto delle anime, con i teschi, i santi, i munacielli, gli ex voto; col sangue rattrappito che si scioglie e si risolidifica; con tutti quei riti sacri legati all’aldilà, all’ignoto, ha un rapporto viscerale se non osmotico. La Napoli sotterranea, Raimondo di Sangro, il principe di Sansevero: l’insuperabile, ma anche diabolico o maledetto alchimista, il cimitero delle Fontanelle dove la gente va ad adottare un teschio, una capuzzella o capa ‘e morte, sono aspetti imprescindibili della vita cittadina e che appartengono alle sue magiche ed inquietanti tradizioni. Ma parliamo di cose serie. Di riti religiosi e para-meta-religiosi di cui è intessuta la millenaria storia della bella e dannata città di Partenope che niente hanno a che vedere con la grottesca e rivoltante parata kitsch, nella quale sono coinvolti, loro malgrado, dei bambini. Nel caso in questione il sacro non c’entra niente. C’entra, semmai, il profano: nel senso etimologico della profanazione. Siamo oltre lo scivolamento nel cattivo gusto. Siamo alla deriva abietta. Allo scadimento nello squallore. Che c’è da ridere, in modo irriverente e maldestro, delle sofferenze patite dal popolo ebraico durante la Shoah?

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Eppure questo scadimento, rivoltante ed inverecondo, nel più orrorifico del cattivo gusto si ripete, col passare degli anni, ad ogni nuovo Carnevale cittadino. Negli anni si sono visti bambini con travestimenti i più strani: dal malato ospedaliero, alla piccola Cecilia Rodriguez, sorella di Belen, seduta nell’armadio dove ha consumato i suoi amplessi amorosi, alla bambina vestita da prostituta, al duo Ferragni-Fedez, a Genny Savastano il boss di Gomorra (vabbè che, a Napoli, impazza la “Paranza dei bambini” dove i baby-boss con armi vere e non giocattolo seminano il terrore da adolescenti) a Enzuccio sangue blu sempre della nota fiction televisiva; e ancora i personaggi del Grande Fratello e dell’Isola dei Famosi a Totò Riina, fino al piccolo bambino Rom che trascina il triste carrozzino di luridi stracci. Di anno in anno aumenta la tacca del disgusto. Ma, stavolta, si sono raggiunte vette inimmaginabili di osceno. Vedere la vittima dello sterminio e il carnefice nello stesso Carnevale cittadino che fa assomigliare Napoli alla plumbea Berlino degli anni ’40, è troppo. Vedere una piazza gioiosa che rischia di sembrare un piccolo campo (giochi) di concentramento è assurdo. Vedere un bambino che imita, come fosse normale, un prigioniero dei campi di sterminio è un atto cretino ed insensato. Neppure due mesi prima, a Natale, un noto artigiano napoletano, aveva raffigurato il dittatore nazista in una statuina suscitando il raccapriccio e la riprovazione di tanti con l’effetto di vedere ritirato il pastore dal commercio. Anche allora montarono le polemiche circa la turpe banalizzazione dell’Olocausto. Due mesi dopo siamo al punto di partenza se non peggio. Al punto che si associa, in un paragone indecente, il Carnevale all’Olocausto. Le maschere della tradizione italiana alle divise del dolore e della barbarie. I bambini liberi ed innocenti ai kapò. La festa alla tragedia. Il sorriso al sangue. Chissà se lo capiranno mai quei genitori, che pensando di sembrare originali, hanno travestito i loro figli con gli abitini pulcinelleschi della vergogna e della sofferenza. Chissà se chi ha vestito Adolfino dolce forno, forse ridendone beato, un po’ se ne vergogna. Ma al disgusto non c’è, purtroppo, mai fine.=

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