Associated Press, ex giornalista rivela doppio standard su conflitto israelo-palestinese (Parte 2)

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Mario Del MonteEditor
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Debunking

Associated Press, ex giornalista rivela doppio standard su conflitto israelo-palestinese (Parte 2)

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Mario Del MonteEditor

Matti Friedman

All’indomani della guerra di Gaza della scorsa estate, e alla luce degli eventi in Europa degli ultimi mesi, dovrebbe essere chiaro che qualcosa di buio e tossico è in corso. Capire di cosa si tratta, mi sembra, ci aiuterà a capire qualcosa di importante non solo sul giornalismo ma sulla mentalità occidentale e il modo in cui vede il mondo.

Ciò che si presenta come critica politica, come analisi o come giornalismo, suona sempre di più come una nuova versione della vecchia lamentela che gli ebrei sono un problema, una forza negativa negli eventi mondiali e che se potessero sparire staremmo tutti meglio. Questo dovrebbe essere motivo di preoccupazione non solo tra le persone solidali con Israele o che si occupano di questioni ebraiche. Ciò che è in gioco in questo momento ha meno a che fare con il mondo della politica e più con quello della psicologia e della religione, meno a che fare con Israele e più con quelli che condannano Israele.

L’occupazione della West Bank, con cui ho aperto, sembra essere al centro della storia, la causa principale del conflitto descritto come il più importante sulla Terra. Spendiamo allora poche parole su questa occupazione.

Creata con la guerra del 1967, l’occupazione non è il conflitto, che naturalmente la precede, ma un sintomo. Il conflitto sarebbe rimasto anche se il sintomo fosse stato in qualche modo risolto. Se guardiamo la West Bank, l’unica area palestinese attualmente occupata da Israele, e includiamo Gerusalemme, possiamo vedere come il conflitto in queste zone ha mietuto 60 vittime, israeliane e palestinesi, lo scorso anno.

Ramallah, bandiere nere alla manifestazione contro Charlie Hebdo

Ramallah, bandiere nere alla manifestazione contro Charlie Hebdo

La fine di questa occupazione significherebbe non solo liberare i palestinesi dal governo israeliano, ma anche liberare gli israeliani dal governare su persone che non voglio essere comandate. Gli osservatori del Medio Oriente del 2015 capiranno che la fine dell’occupazione creerà un vuoto di potere che sarà colmato, come lo è sono stati gli altri vuoti nella regione, non dalle forze della democrazia e della modernità, che in questi territori variano da deboli a trascurabili, ma dalla potenza e dalla spietatezza, insomma dagli estremisti. Questo è quello che abbiamo imparato dal disfacimento del Medio Oriente di questi ultimi anni. E’ quello che è successo in Siria, Iraq, Libia, Yemen, Egitto e prima ancora a Gaza e nel Sud del Libano. La mia casa a Gerusalemme si trova a un’ora di macchina da Baghdad e Aleppo: la creazione di un nuovo parco giochi per queste forze porterà le milizie vestite di nero dell’Islam radicale a pochi metri dalle case israeliane con i loro strumenti di morte quali razzi, mortai e tunnel. A migliaia moriranno.

Al di là della minaccia evidente per cristiani, donne, gay e liberali palestinesi, che saranno i primi a soffrire, questo minaccia di rendere Israele un posto invivibile, ponendo fine all’unico spazio progressista sicuro in Medio Oriente, l’unico rifugio per le minoranze, l’unico paese ebraico della Terra. Nessun investimento internazionale o garanzie, nessun governo supportato dall’Occidente o da esso addestrato militarmente sarà in grado di evitare che accada ciò che è già successo in Iraq. Il mondo saluterà tutto questo con sincera simpatia. Solo qualche anno fa io e altri di sinistra avremmo respinto questo apocalittico scenario, ora è la circostanza più probabile.

Roma, concetti confusi su Israele e palestinesi

Roma, concetti confusi su Israele e palestinesi

Chi osserva questo conflitto da lontano è stato indotto a credere che Israele operi una semplice scelta tra occupazione e pace. Tutto questo è finzione. Così come è finzione la scelta palestinese fra occupazione israeliana e democrazia indipendente. Nessuna delle due parti deve affrontare una scelta chiara o dei risultati chiari. Abbiamo un conflitto nella regione dei conflitti, dove non ci sono cattivi, non ci sono vittime e nessuna soluzione è scontata, uno dei centinaia o migliaia di conflitti etnici, nazionali e religiosi sulla Terra.

L’unico gruppo di persone oggetto di un boicottaggio sistematico nel mondo occidentale sono gli ebrei che però appaiono sotto il comodo eufemismo di “israeliani”. L’unico paese che ha una sua “settimana dell’apartheid” è quello ebraico. I manifestanti hanno interferito con lo scarico delle navi israeliane sulla costa occidentale degli Stati Uniti e ci sono continue chiamate al boicottaggio di qualsiasi cosa prodotta nello Stato ebraico. Tattiche simili non sono adottate nei confronti di qualsiasi altro gruppo etnico o nazionalità, non importa quanto singolari siano le violazioni dei diritti umani attribuitegli.

Chiunque metta questo in discussione sarà accolto con grida di “occupazione!” come se ciò bastasse a fornire una spiegazione. Molti di coloro che vorrebbero contestare questi fenomeni non osano farlo per paura di essere accusati in qualche modo di esprimere sostegno a questa occupazione, la quale è stata gonfiata da un dilemma geopolitico di modesta portata per gli standard mondiali di violazione dei diritti umani.

Condanna a morte degli omosessuali in Iraq

Condanna a morte degli omosessuali in Iraq

I costi umani delle avventure mediorientali di America e Gran Bretagna in questo secolo sono stati di gran lunga superiori e molto più difficili da spiegare di qualsiasi cosa Israele abbia mai fatto. Occupazioni e violenze scatenate dal loro coinvolgimento continuano mentre sto parlando questa sera ma nessuno boicotta professori americani o inglesi. La Turchia è una democrazia e un membro della NATO, eppure la sua occupazione del Cipro Settentrionale e il suo lungo conflitto con i curdi senza Stato – molti dei quali si sentono occupati – sono visti come uno sbadiglio; nessuna “settimana dell’apartheid turco” è stata indetta. Il mondo è pieno di ingiustizie, miliardi le persone oppresse: solo in Congo sono 5 milioni le persone morte. E’ giunto il momento per tutti di ammettere che il disgusto per Israele di moda tra tanti in Occidente non è liberale ma selettivo, sproporzionato e discriminatorio.

Ci sono semplicemente troppe voci provenienti da troppi luoghi che si esprimono in modo velenoso per concludere che si tratta di una critica sottile dell’occupazione. E’ ora di guardare da vicino le persone che fanno queste accuse e che loro si guardino allo specchio.

Dare un nome e comprendere questo sentimento è importante in quanto sta diventando una delle principali tendenze intellettuali del nostro tempo. Potremmo pensare ad esso come “il culto dell’occupazione”, un sistema di credenze che usa l’occupazione per parlare di altre cose.

Come tutte le religioni Occidentali il centro di questo culto è la Terra Santa. Il dogma postula che l’occupazione non è un conflitto come un altro ma è il simbolo stesso della lotta: uno Stato piccolo abitato da una minoranza perseguitata in Medio Oriente è in realtà un simbolo dei mali dell’Occidente come il colonialismo, il nazionalismo, il militarismo e il razzismo. Ad esempio, nelle recenti rivolte a Ferguson, Missouri, uno dei segni issati dalla folla di manifestanti legava i disordini fra afroamericani e polizia al dominio israeliano sui palestinesi.

Lavoratori palestinesi in una azienda israeliana

Lavoratori palestinesi in una azienda israeliana

Il sacerdozio di questo culto è fatto di attivisti, esperti di ONG e giornalisti ideologizzati che hanno trasformato la copertura del conflitto in un catalogo di fallimenti morali degli ebrei, come se la società israeliana fosse diversa da qualsiasi altro gruppo di persone nel mondo, come se gli ebrei meritassero di essere derisi per aver sofferto e aver fallito nell’essere perfetti come risultato.

La maggior parte dei miei ex colleghi della stampa non sono membri a pieno titolo di questo gruppo. Non sono veri credenti. Ma il boicottaggio di Israele, e solo di questo, è la pratica più importante del culto e trova supporto nella stampa, anche fra gli editori che sono stati miei superiori. L’empatia per la difficile situazione di Israele è altamente impopolare nei rilevanti circoli sociali ed è qualcosa da evitare per tutti coloro che desiderano essere invitati alle cene giuste o essere promossi al lavoro. Il culto ed il suo sistema di credenze sono in controllo della narrazione come i ragazzini popolari in una scuola che decidono quali vestiti o musica sono accettabili. Nel milieu sociale dei giornalisti, lavoratori delle ONG e attivisti, che condividono lo stesso mondo sociale, queste sono le opinioni corrette, questo guida la copertura del conflitto e spiega il motivo per cui gli eventi di Gaza di questa estate sono stati trattati non come una guerra complicata, come tante altre se ne sono combattute in questo secolo, ma come una strage di innocenti.

E’ così diffuso questo tipo di pensiero che partecipare alla vita intellettuale liberale in Occidente richiede sempre di sottoscrivere almeno esternamente a questo dogma, soprattutto se sei ebreo e quindi sospettato di amicizie sbagliate. Se poi sei un ebreo israeliano la tua partecipazione è sempre più condizionata alla pubblica abiura o all’autoflagellazione. La tua partecipazione infatti diviene sempre più sgradita.

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