Associated Press, ex giornalista rivela doppio standard su conflitto israelo-palestinese (Parte 1)

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Associated Press, ex giornalista rivela doppio standard su conflitto israelo-palestinese (Parte 1)

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Di seguito riportiamo il discorso di Matti Friedman in occasione dell’ultimo incontro del BICOM (Britain Israel Communications & Research Centre) a Londra. Friedman è un ex giornalista dell’Associated Press che per venti anni ha seguito le vicende israelo-palestinesi da Gerusalemme; le sue parole sono la testimonianza, la prova del nove di quanto si cerca di denunciare da anni: il completo sbilanciamento dei Mass Media internazionali verso la causa palestinese.

Traduzione a cura di Micol Anticoli e Mario Del Monte

Una notte di diversi anni fa, uscii da Betlemme dopo un servizio di reporting che mi era stato assegnato e superai i checkpoint dell’esercito israeliano fra questa città e la sua vicina, Gerusalemme, dove vivo. Con me c’erano anche una decina di uomini palestinesi, per la maggior parte della mia stessa età, sui trenta anni. All’entrata del checkpoint non erano visibili militari, una precauzione contro i terroristi suicidi. Vedevamo solo acciaio e cemento. Seguii gli altri uomini attraverso il metal detector, in un corridoio desolato e seguii le istruzioni abbaiate da un altoparlante – Levati la cinta! Tira su la maglietta! – La voce apparteneva ad un soldato che ci stava guardando attraverso una telecamera a circuito chiuso. Uscendo dal checkpoint, mentre mi aggiustavo la cintura e i vestiti insieme agli altri, mi sentii come un essere inferiore e capii, non per la prima volta, come una sensazione come questa potrebbe provocare anche violenza in alcuni soggetti.

I lettori riconosceranno questa scena come tipica dell’occupazione israeliana nel West Bank, che tiene i 2,5 milioni di palestinesi nei Territori sotto il controllo militare, e lo fa sin dal 1967. I fatti di questo tipo di situazione non sono molto in discussione. Questo dovrebbe essere un motivo di preoccupazione per gli israeliani, la cui democrazia, esercito e società sono corrosi dall’ineguaglianza nel West Bank. Anche questo non è molto in discussione.
Medio Oriente4

La domanda che noi, osservatori del mondo, dobbiamo porci è perché questo conflitto nel corso del tempo è arrivato ad attirare l’attenzione più di ogni altro, e perché viene presentato in questo modo. Come può essere che le azioni di un Paese che costituisce lo 0,01% della superficie terrestre, diventino il centro dell’angoscia, del disgusto e della condanna, più di qualunque altro Paese al mondo? Noi dobbiamo chiederci perché gli israeliani e i palestinesi sono diventati il simbolo stilizzato del conflitto, del forte e del debole, le linee parallele su cui gli dei dell’Olimpo intellettuali dell’Occidente eseguono i loro trucchi – e non i turchi e i curdi, non i cinesi Han e i tibetani, non i soldati britannici e i musulmani iracheni, non gli iracheni musulmani e gli iracheni cristiani, non gli sceicchi sauditi e le donne saudite, non gli indiani e i kashmiri, non i delinquenti dei cartelli della droga e gli abitanti dei villaggi del Messico. Mettere in discussione come mai sia questo il caso non è un modo per cercare di evitare e oscurare la realtà, che è il motivo per il quale ho iniziato con il checkpoint che conduce a Betlemme. Al contrario, chiunque cerchi una totale comprensione della realtà, non può evitare questa domanda. Le mie esperienze come giornalista forniscono parte della risposta, ma sollevano anche questioni impellenti che vanno oltre la pratica del giornalismo.

Ho scritto da e su Israele per la maggior parte degli ultimi venti anni, da quando mi trasferii da Toronto all’età di 17 anni. Durante i cinque anni e mezzo trascorsi in una delegazione della stampa internazionale, come reporter dell’agenzia di stampa americana Associated Press – fra il 2006 e il 2011 – ho iniziato gradualmente ad essere consapevole di alcuni malfunzionamenti riguardanti la copertura della storia di Israele. Omissioni ricorrenti, ricorrenti esagerazioni, decisioni prese secondo considerazioni non più giornalistiche, ma politiche; il tutto nel contesto di una storia manipolata e raccontata più di ogni altra storia internazionale esistente sulla Terra. Quando lavoravo negli uffici dell’AP di Gerusalemme, la storia di Israele veniva coperta dal personale dell’Associated Press molto più che da quello della China, dell’India, o dai cinquanta Paesi dell’Africa Subsahariana messi insieme. Ciò è emblematico di questo settore nel suo complesso.

distruzione israele

Nel 2009, giusto per fare un esempio abbastanza di routine di una decisione editoriale di quelle che intendo io, fui incaricato dai miei superiori di trattare un racconto di seconda mano preso da in quotidiano israeliano circa delle magliette offensive presumibilmente indossate dai soldati israeliani. Noi non avevamo la conferma diretta della veridicità di questa storia, e non si vedono molto in giro notizie riguardanti i tatuaggi che i Marines statunitensi o la fanteria inglese hanno sulle braccia o sul petto. Eppure le magliette indossate dai soldati israeliani facevano notizia agli occhi di una delle più potenti agenzie stampa al mondo. Questo perché noi cercavamo di alludere oppure dicevamo chiaro e tondo che i soldati israeliani sono dei criminali di guerra, e qualsiasi dettaglio supportasse questa interpretazione doveva essere colto al volo. Molti organi di stampa internazionali coprirono la storia delle t-shirt. Quasi contemporaneamente, nella newsletter di una scuola erano stati citati anonimamente alcuni soldati israeliani che avevano parlato di presunti abusi a cui avevano assistito durante i combattimenti a Gaza; scrivemmo non meno di tre diverse storie su questo argomento, nonostante l’utilizzo di fonti le cui identità non siano conosciute ai giornalisti è proibito – per buone ragioni – dal regolamento interno dell’AP. Anche questa storia era una di quelle che volevamo tanto raccontare. Quando tempo dopo i soldati si fecero avanti e dissero che in verità loro non avevano assistito a quei supposti eventi, ma che volevano soltanto fare il punto con gli studenti sugli orrori e sulle sfide morali alle quali si può andare incontro, fu ovviamente troppo tardi.

Sempre in quegli stessi mesi, agli inizi del 2009, due giornalisti della nostra agenzia ottennero dettagli circa un’offerta di pace proposta dall’allora Primo Ministro israeliano Ehud Olmert ai palestinesi, diversi mesi prima, e ritenuta insufficiente dai palestinesi stessi. L’offerta proponeva la creazione di uno Stato palestinese nel West Bank e a Gaza con capitale in una Gerusalemme condivisa. Questa sarebbe dovuta essere la più grande storia dell’anno. Ma una offerta di pace israeliana e il suo respingimento da parte dei palestinesi non soddisfaceva la NOSTRA storia. Il Capo Ufficio ordinò ai reporter di ignorare l’offerta di Olmert e loro lo fecero, nonostante la protesta furiosa di uno dei due, che più tardi definì la decisione “il più grande fiasco che abbia mai visto in cinquanta anni di giornalismo”. Ma questo era completamente in linea non solo con la pratica dell’AP, ma con gli organi di stampa in generale. Le vili magliette dei soldati valevano una notizia. Testimonianze anonime e non verificabili di abusi ne valevano tre. Una proposta di pace del Primo Ministro israeliano al Presidente palestinese non era una notizia da segnalare.

Il vandalismo di una proprietà palestinese è una storia. Le manifestazioni neonaziste nelle università o nelle città palestinesi non lo sono. Ho visto le immagini di queste manifestazioni censurate in più di una occasione. L’odio ebraico verso gli arabi fa notizia. L’odio arabo verso gli ebrei no. La nostra politica, per esempio, prevedeva di non menzionare le dichiarazioni nella Carta costitutiva di Hamas, che sostengono che gli ebrei fossero responsabili dell’ingegneria di entrambe le guerre mondiali e delle rivoluzioni russa e francese, nonostante queste forniscano intuitivamente la conoscenza di ciò che realmente pensa uno degli attori più influenti del conflitto.

Il saluto nazista dei palestinesi

Il saluto nazista dei palestinesi

 

Saluto fascista della polizia palestinese (West Bank)

Saluto fascista della polizia palestinese (West Bank)

Cento case in un insediamento del West Bank sono una notizia. Cento razzi di contrabbando dentro Gaza non lo sono. Il potenziamento militare di Hamas in mezzo e sotto la popolazione civile di Gaza non è una notizia. Ma l’azione militare israeliana in risposta a questa minaccia è una notizia, come abbiamo visto tutti l’estate scorsa. La responsabilità israeliana per la conseguente morte dei civili, questa sì che è una storia. La responsabilità di Hamas in queste morti non lo è. Qualunque giornalista degli organi di stampa internazionale in Israele, che egli o ella lavori per AP, Rauters, CNN, BBC, o qualunque altra testata, riconoscerà gli esempi che ho citato qui su cosa fa notizia e cosa no, come da procedura operativa standard.

Durante il tempo passato negli organi di stampa ho visto, da dentro, come i difetti di Israele siano sezionati e ingranditi, mentre i difetti dei suoi nemici sono volutamente cancellati. Ho visto come le minacce che Israele ha affrontato siano ignorate o addirittura derise come finzioni dell’immaginazione israeliana, anche se queste minacce si sono ripetutamente materializzate. Ho visto come una immagine fittizia di Israele e dei suoi nemici sia fabbricata, lucidata e propagata con effetti devastanti, gonfiando certi dettagli, ignorandone altri e presentando il risultato come un’accurata descrizione della realtà. Affinché non pensiamo che ciò non sia mai accaduto prima, potremmo ricordare l’osservazione di Orwell sul giornalismo durante la guerra civile spagnola: ”In giovane età” – scriveva – “avevo notato che nessun evento è mai riportato correttamente su un giornale, ma in Spagna, per la prima volta, ho visto dei servizi sui giornali che non recano alcuna relazione con la realtà, neanche il rapporto che è implicito in una regolare bugia. […] Ho visto, infatti, che la storia è stata scritta non in termini di cosa sia accaduto, ma di cosa dovrebbe essere accaduto secondo le varie linee di partito”. Era il 1942.

cnn

Nel corso degli anni ho capito che le disfunzioni a cui stavo assistendo, e a cui stavo prendendo parte, non si limitavano alla AP. Ho visto che piuttosto erano parte del più ampio problema di come la stampa funziona e di come interpreta il suo stesso lavoro. La stampa internazionale in Israele non è più un osservatore del conflitto ma vero e proprio attore. Si è allontanata dall’attenta spiegazione verso una sorta di assassinio di carattere politico per conto della parte che ha identificato come quella che ha ragione. Ha stimato una certa ideologia uniformante da cui non è permesso allontanarsi. Perciò, cominciando a criticare in modo limitato alcune scelte editoriali, mi sono ritrovato con un’ampia critica della stampa contro di me.

Alla fine, però, mi sono reso conto che la stampa non è tutto. Questa sta giocando un ruolo chiave in un fenomeno intellettuale radicatosi in Occidente ma non ne è la causa, o almeno non l’unica – è stata sia trasportata da determinati venti ideologici dominanti che portata a incrementare la forza di questi venti. Molti giornalisti vorrebbero far credere che le notizie siano state create da una specie di algoritmo – un processo meccanico e scientifico in cui gli eventi sono inseriti, processati e poi presentati. Ma, naturalmente, il giornalismo è qualcosa di imperfetto e completamente umano, frutto di interazioni fra fonti, giornalisti ed editori, ognuno con il proprio bagaglio culturale che riflette, come succede a tutti in una certa misura, i pregiudizi sui propri simili.

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