Da dove riemerge l’antisemitismo e come difendersi

Ugo Volli
Ugo Volli
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Antisemitismo, pregiudizio antisraeliano

Da dove riemerge l’antisemitismo e come difendersi

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Ormai l’antisemitismo è un’abitudine quotidiana: un giorno un importante accademico viene assalito da manifestanti al grido di “sporco ebreo”, all’indomani un cimitero viene profanato, il giorno prima un noto giornalista decreta che “gli ebrei hanno rotto i c.” con la storia della Shoah, quello dopo un pilota di aereo si rifiuta di stringere la mano a un passeggero perché ebreo, il giorno dopo ancora scritte antisemite compaiono sui muri di una sinagoga, poi sono i deputati di un partito che dovrebbe essere ideologicamente immune dall’antisemitismo a dimettersi denunciando intimidazioni e umiliazioni… e non parliamo del terrorismo in Israele che è diretto specificamente agli ebrei e non ai cittadini israeliani.

Molti per fortuna si scandalizzano, protestano, propongono azioni legali o educative. Ma serve a poco: il contagio antisemita sembra irresistibile, o forse sono semplicemente i discorsi, i simboli, cioè i sintomi del male a emergere,  non più frenati dal rifiuto sociale. Per capire che cosa accade, bisogna innanzitutto chiarire alcuni fatti. Il primo è che l’odio per gli ebrei non va confuso con altre forme di intolleranza. Non solo per i numeri, che mostrano come gli episodi di antisemitismo sono di gran lunga i casi più numerosi e più di “reati d’odio”, ma anche per la loro specificità. Quando un professore di filosofia di fama mondiale come Finkelkraut viene insultato come “sporco ebreo”, non siamo di fronte alla paura dello straniero, perché egli è chiaramente per aspetto, attività e linguaggio, un intellettuale europeo tipico. Non è in gioco la religione (per quel che ne sappiamo il professore può essere non credente, ortodosso, vagamente teista, non lo sappiamo né noi né i manifestanti antisemiti). E neppure c’entra la razza, entità non scientifica e confusa, di cui nessuno oggi giustamente in Europa si occupa più. (In America è diverso, perché sono le minoranze “nere” svantaggiate a presentarsi sfortunatamente in termini di razza; ma questo è un altro discorso.) E naturalmente nessuno può accusare Finkelkraut, che vive del suo stipendio di insegnante, di essere uno “sfruttatore del popolo”. E neppure si può attribuire all’antisemitismo una radice di destra o di sinistra, perché esso viene prima, molto prima di questa polarizzazione politica, perché negli ultimi due secoli vi sono stati antisemiti di destra e di sinistra in pari numero, perché oggi palesemente i più attivi antisemiti in Europa sono gli immigrati islamici e gi estremisti di sinistra che li proteggono. A quanto pare, l’episodio di Finkelkraut ha questa origine.

Analisi analoghe si potrebbero fare per tutte le vittime dell’antisemitismo, da Ilan Halimi alle vittime degli attentati di Tolosa, Bruxelles, del negozio Hypercacher, per non parlare dei morti sepolti nei cimiteri vandalizzati. L’odio per gli ebrei è qualche cosa di speciale, diverso dagli abiti razzisti, religiosi, economici, che ha via via assunto. Ed è diverso anche dall’odio politico per lo stato di Israele che oggi è il suo pretesto dominante. A chi guardi il fenomeno con onestà, è evidente che l’antisionismo, l’odio per lo stato ebraico, è il frutto e l’espressione dell’antisemitismo, non viceversa. Le colpe attribuite a Israele (per esempio l’”uccisione di bambini”) sono gli stessi pretesti che sono stati usati per moltissimi secoli contro gli ebrei (la “calunnia del sangue” di uccidere bambini cristiani per impastare col loro sangue il pane azzimo). Anche i metodi sono analoghi: il boicottaggio delle merci israeliane è erede diretto del rifiuto di comprare nei negozi ebraici predicato da fascisti e nazisti ottant’anni fa.

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Da dove nasce allora questo odio. Senza pretendere di riassumere in poche righe le biblioteche dedicate a questo tema, bisogna citare almeno due ragioni principali. La prima è raccontata già nel libro di Ester: gli ebrei sono un popolo “sparso in mezzo agli altri che conservano le loro leggi” e la loro identità. Non si assimilano (almeno una parte di loro non si assimila), non si dissolve in mezzo agli altri come fanno gli emigrati di altri popoli. Collabora, adotta usi e costumi, si integra, ma resta se stesso: una piccola realtà autonoma, che viene odiata per questa sua ostinazione a non sparire nel calderone della maggioranza. La seconda  è, per usare una metafora, il complesso di Edipo di movimenti culturali che sono in certa misura discendenti dall’ebraismo, ma pensano proprio come eredi di essere migliori e vogliono eliminare il fantasma ingombrante del padre. Questo atteggiamento è chiaro nei padri della Chiesa e nel Corano, ma vale anche per il marxismo e per quei valori laici e illuministi che hanno avuto in Spinoza il primo e più lucido interprete. La radice ebraica è più complessa ed esigente di queste successive costruzioni culturali e religiose che hanno scelto tutte in varia maniera di rinnegarla, dichiarandola superata e annullata, e cercando di umiliare , di distruggere culturalmente anche quando non fisicamente, il popolo che con pazienza e fermezza ne ha dato testimonianza nei secoli.

Non sempre e non dappertutto le cose sono andate in questo modo, vi sono stati cristiani e illuministi (molto meno marxisti e musulmani) che hanno riconosciuto il debito con Israele e molti di più ancora che hanno cercato di convivere pacificamente rifiutando i successivi tentativi di genocidio. Ma la massa ha subito il millenario lavaggio del cervello e ha mantenuto un’ostilità che l’ha portata a collaborare con l’antisemitismo, sia quello tragico della Shoah, delle cacciate dai vari stati, delle crociate, dei pogrom, delle persecuzioni islamiche (che sono state tutte in proporzione altrettanto tragiche).

Di fronte a questa lunghissima deriva di odio, qual è la soluzione? L’educazione, le leggi, la difesa da parte dello stato sono certamente utili e lodevoli. Altre volte nella storia, papi, re, sultani, intellettuali hanno cercato di spiegare l’orrore delle persecuzione e la falsità delle calunnie, altre volte vi sono state guardie armate per difendere sinagoghe e istituzioni ebraiche, che magari prendevano la forma odiosa del ghetto, una prigione che serviva talvolta anche a sopravvivere.  Ma sempre le persecuzioni sono tornate, l’antisemitismo è riemerso. Così accade anche a noi: l’esperienza terribile della Shoah si dissolve lentamente nell’anima europea, il senso di colpa non c’è più, anzi cresce il fastidio per il ricordo, soprattutto il rifiuto di riconoscere la sua specificità di persecuzione antisemita in linea con secoli di antigiudaismo cristiano, musulmano e anche laico.

Ci sono risposte? La sola soluzione che abbiamo a disposizione è quella profetizzata da Theodor Herzl. Certo, lo stato ebraico non ha spento l’ostilità, l’ha soprattutto attirata su di sé. Ma ha i mezzi e la volontà per difendersi, per giocare la sua partita e convincere i nemici a stargli lontano. Perché l’antisemitismo è la persecuzione vigliacca di una maggioranza armata contro una minoranza disarmata. E se la minoranza diventa uno stato piccolo ma avanzato e determinato a difendersi, le cose cambiano. Per questo la difesa di Israele è la risposta migliore, anzi quella assolutamente necessaria di fronte all’antisemitismo vecchio e nuovo.

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